Storie di accoglienza.

Il fratello e la sorella di mio padre, che erano molto più giovani di lui, avevano trascorso gli anni della guerra, che erano anche gli anni della prima infanzia a Milano, nel quartiere Isola, con il continuo rischio dei bombardamenti e poi un po’ più al sicuro, dopo essere stati sfollati con la madre, in una scuola della Brianza.

Alla fine della guerra mia nonna era una vedova con una figlia ventenne (che di lì a poco si sarebbe sposata), con due figli ancora piccoli e il maggiore ancora in Sudafrica (fino al febbraio del ’47) e la situazione non doveva essere facile visto che, oltre alla ricostruzione della Nazione, bisognava preoccuparsi anche di ricostruire la vita, devastata dalla guerra, dalla miseria, dalle perdite.

Nell’ottobre del ’45 mio zio, che allora aveva nove anni, fu inviato per qualche mese dalla Croce Rossa in Svizzera, ospite di una famiglia di Winterthur, che lo accolse, lui un po’ smarrito, straniero, sicuramente magro ed emaciato, per alcuni mesi nella loro casa calda ed accogliente dove non mancavano il cibo e la cordialità.

L’anno seguente la famiglia rinnovò l’invito e lo estese anche a mia zia così che i due fratellini potessero trascorrere insieme i mesi di vacanza in un luogo tranquillo.

Per i miei zii quei due coniugi sono diventati “la mamma e il papà della Svizzera” ed il legame di profondo affetto che si era creato fra loro è durato fino alla morte dei due simpatici vecchietti che ho conosciuto, quando ero adolescente, durante un viaggio in Svizzera nel quale avevo accompagnato mio zio che si recava a trovarli abbastanza regolarmente.

Ho visitato la loro casa, una villetta con i balconi fioriti (come nell’immaginario collettivo sono tutte le casette svizzere), sono stata accolta con affetto e simpatia come se fossi una nipotina, ho respirato un’atmosfera di accoglienza, di condivisione, di gratuità nel donare che non pensavo potesse esistere.

La loro è una bella storia di accoglienza che nella mia famiglia si ricorda ancora con gratitudine e che mi fa pensare che, in fondo, gli esseri umani possono anche essere “umani”.

Sciaffusa (Svizzera) Cascate del Reno

Info su Sciura Pina

Sono una ultrasessantenne, milanese, ex insegnante di lettere ora felicemente in pensione, mamma e casalinga a tempo perso. Amo la lettura, la fotografia. la montagna, il cinema, la buona cucina e viaggiare, soprattutto nella vecchia Europa. Sono curiosa, abbastanza anticonformista, mi piace osservare la realtà e farmi un'idea su tutto ciò che mi circonda. Se vuoi contattarmi scrivi a: sciurapina@gmail.com
Questa voce è stata pubblicata in così è la vita, diritti e doveri, passato (quasi) remoto, personali. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.