Gli orfani di “Ulisse”.

Sono un’accanita spettatrice di “Ulisse – Il piacere della scoperta” (una delle rare trasmissioni televisive che seguo) e ieri sera, con un po’ di disappunto, ho scoperto che quella sull’Imperatrice Elisabetta d’Austria è stata l’ultima puntata della stagione.

Questa stagione (brevissima del resto) è stata particolarmente ricca: dopo la “Notte a Pompei”, ha percorso lo splendore della Sistina, i fasti di Cleopatra, l’orrore della Shoà, con sensibilità e profondità, con il garbo di Alberto Angela, con le voci incomparabili di Gigi Proietti e Luca Ward, con immagini di raffinata bellezza.

“Ulisse” è un buon modo per trascorrere la serata immergendosi in storie mai banali, staccandosi per poche ore da una televisione fatta di isole, fratelli, dibattiti sopra le righe, pettegolezzi e amenità consimili, “Ulisse” è una trasmissione colta, ma non saccente, interessante e mai noiosa, una trasmissione che insegna arte e storia come andrebbero sempre insegnate: in modo divertente, un esempio di come può essere la “buona” televisione..

E adesso?

A noi orfani di “Ulisse” non resta che aspettare fiduciosi la prossima stagione.

Fuochi e luna

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Lacrime sportive.

E’ più forte di me: quando assisto ad un evento sportivo, come per esempio la finale del Campionato Mondiale di pallavolo di oggi, e sento l’inno nazionale gli occhi si riempiono di lacrime, sono lacrime “sportive” che raccontano tutta l’emozione, tutta la tensione del momento.

Mi vergogno sempre un po’ di non essere in grado di ricacciare indietro le lacrime, vorrei essere capace di controllarmi e di non sentire la commozione in modo così devastante e non mi piace che qualcuno mi veda, allora stringo i denti e gli zigomi mi fanno male.

D’altra parte, anche se mi sforzo di essere una “tosta” ho il cuore tenero.

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Ma chi è Kafka?

Decido finalmente che è ora di passare alla fibra (sempre ammesso che sia una buona idea), telefono al mio gestore telefonico ( di cui taccio il nome per carità di patria) e stipulo un contratto che andrà poi formalizzato con l’invio di documenti cartacei con un fax (un fax? Nell’epoca della pec e dell’identità digitale devo inviare un fax o, al limite, una raccomandata).

Attraverso una procedura fichissima fisso l’appuntamento con il tecnico on line, ricevo il messaggio di conferma e mi predispongo ad una serena quanto fiduciosa attesa.

E qui entra in gioco Kafka.

Mentre sono fuori di casa, in un luogo dove sono obbligata a tenere il telefono silenzioso, ricevo una telefonata alla quale logicamente non rispondo, tento inutilmente di ricontattare il numero (a me del tutto ignoto del resto) e poi mi metto il cuore in pace: una telefonata persa come tante, richiamerà.

E invece no.

Arriva l’ora dell’appuntamento con il tecnico, che non si presenta, contatto l’assistenza clienti e mi comunicano che siccome non avevo risposto alla chiamata il tecnico non si è presentato perché non era sicuro di trovarmi in casa e poi mi fissano un nuovo appuntamento per lunedì.

Questa sera mi telefona l’assistenza clienti (un altro ufficio) che mi spiega che quelli che avevo contattato ieri non potevano fissarmi un appuntamento e ne fissano uno nuovo per martedì.

Mi intimano anche di rispondere alla telefonata preventiva del tecnico.

Butto giù la cornetta stremata e mi chiedo chi sia il nipotino di Kafka che ha studiato queste procedure demenziali.

O probabilmente la demente sono io che mi illudo che chiedere una linea telefonica e una connessione veloce (sottolineo a pagamento) sia una cosa normale.

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Il pettine.

Mi piace, quando visito i musei archeologici, soffermarmi non tanto sulle lapidi o sui reperti preziosi, ma soprattutto sugli oggetti di uso quotidiano che mi sembra rivelino una disarmante verità.

In una vetrina dell’Antiquarium “Alda Levi” di Milano è conservato un pettine in osso che risale al IV – V secolo estremamente grazioso ed elegante.

Mi piace quell’oggetto, mi piace osservarlo e cercare di immaginare la donna che se ne serviva quotidianamente per acconciare i capelli, mi piace pensare che quel pettine è stato tra le sue mani tanto a lungo che, al momento della sepoltura, chi la amava ha pensato di posarlo accanto a lei perchè la accompagnasse per l’eternità.

C’è tanta vita in un oggetto così semplice proprio perchè è un pezzetto umile, ma indispensabile, della quotidianità e può contribuire a raccontarla.

Milano romana

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Una giornata per me.

Uno dei vantaggi della mia nuova vita da pensionata è che posso avere delle giornate tutte per me, per fare quello che più mi piace senza guardare l’orologio, senza fretta.

Una delle cose che più mi piace fare è andare in giro per Milano e scoprire (o riscoprire per l’ennesima volta) gli angoli più belli, i monumenti più interessanti, i tesori segreti di giardini eleganti celati dietro ad un portone.

Così oggi ho trascorso la giornata visitando San Maurizio al Monastero maggiore, con i suoi splendidi affreschi, e poi i resti della città romana, il Carrobbio e San Lorenzo con le colonne slanciate e Sant’Eustorgio con la sua sobria facciata e il tesoro nascosto della cappella Portinari.

E’ bello passeggiare, è bello fermarsi in una trattoria dall’aspetto antico o sedere su una panchina in Darsena e osservare l’acqua e godersi il tepore di questo splendido ottobre.

E’ bello potersi riappropriare del tempo.

Milano - Lungo il Naviglio

Milano - San Lorenzo

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Allegria d’autunno.

A dispetto delle giornate sempre più corte, a dispetto della nebbiolina che alla mattina penetra nelle ossa come un lungo brivido l’autunno è una stagione che mi mette allegria perché è un periodo dell’anno profumato e colorato come se  la vita volesse prendersi una rivincita sul tempo che fugge.

L’autunno è la stagione del giallo e del rosso, il giallo degli ultimi fiori e delle foglie che appassiscono sui rami e si stendono come un tappeto frusciante al suolo, il giallo delle pannocchie appese al sole, il rosso delle bacche e del mosto ed è bello soffermarsi davanti ad un girasole quasi avvizzito che si staglia contro il cielo di un azzurro inaspettato.

Mi piace questa stagione ambivalente che ha in  sè un presagio di fine, ma è allegra come un nuovo inizio.

Moggio - Sapori e profumi 2018

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Tempo di caldarroste.

Tra le mie montagne, anche se la stagione non sembra ancora quella giusta, è ormai tempo di castagne ed è tempo di festa.

Durante il week end le vie del paese si animano di bancarelle, di profumi intensi di cibi buoni e un po’ rustici, di gente spensierata, di bambini che si cimentano con giochi antichi, costruiti con pezzi di legno colorato scoprendo come possa essere divertente cercare di costringere una pallina a percorrere un labirinto.

Su tutto aleggia il profumo delle caldarroste, caldo e confortante, che si spande dalle grandi padelle che oscillano sul fuoco vivo.

Ognuno ha fra le mani un cartoccio, ognuno ha le dita annerite dal nerofumo e l’espressione di chi ritrova un sapore antico, ma mai dimenticato.

Moggio - Sapori e profumi 2018

Moggio - Sapori e profumi 2018

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La politica del dileggio, il dileggio della politica.

Non mi piace la politica che assomiglia al tifo da stadio, quella che genera le fake news, quella che si riduce ad attacchi personali (sui difetti fisici veri o presunti, sui problemi familiari, sugli errori e sulle gaffes o sui lapsus).

Non mi piace una politica che nasconde il vuoto di idee dietro l’insulto, non mi piace oggi che al governo ci sono persone che non ho scelto e non mi piaceva neppure quando c’erano persone di cui condividevo le idee e i programmi.

In fondo dal “Tunnel dei neutrini” al “Tunnel del Brennero” il passo è breve.

Oggi, tuttavia, è inutile stracciarsi le vesti, bisognerebbe piuttosto chiedersi come sia possibile (ammesso che sia possibile) uscire dalla barbarie e tornare al dibattito sulle idee e sulle scelte e non sulle caratteristiche delle persone, anche se ammetto che così è più facile: dibattere sulle idee infatti richiede senso critico e un po’ di idee.

Mi chiedo se sia ancora possibile approvare una decisione anche se presa da un governo “nemico” senza essere accusati di tradimento o, al contrario, criticare le scelte di un governo “amico” senza essere ugualmente tacciati di tradimento, mi chiedo se ci sia ancora un barlume di dibattito democratico in questo “povero” Paese.

Roma - Palazzo Chigi

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Odio gli ombrelli.

In realtà “odiare” è una parola grossa, comunque è indubbio che gli ombrelli non mi piacciono e cerco di usarli il meno possibile.

Se pioviggina l’ombrello, tutto sommato,  è un inutile ingombro che mi impaccia i movimenti, se invece diluvia e c’è anche un po’ di vento non serve a ripararmi dalla pioggia e torno a casa ugualmente fradicia, se nevica diventa pesante come un macigno e quindi lo chiudo, tanto mi piace prendere la neve.

Quando smette di piovere tendo a dimenticarlo in giro e, inoltre, mi è stato rubato un numero impressionante di volte.

Sì, decisamente ho un pessimo rapporto con gli ombrelli o, più semplicemente, non amo particolarmente le giornate uggiose.

Milano - Castello Sforzesco (ombrelli)

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Il quadro e la cornice

Quarantun anni fa, quando due ragazzi decidevano di sposarsi, non si affidavano ad un “wedding planner”, ma si preoccupavano personalmente (nei ritagli di tempo tra scuola e lavoro) di date, prenotazioni, fiori, abiti, confetti e bomboniere, non cercavano una “location”, ma semplicemente un ristorante dove ritrovarsi con parenti e amici, non usavano mezzi di trasporto fantasiosi, ma un’auto un po’ elegante con cui recarsi in chiesa (allora più raramente in municipio).

Forse avevamo pochi soldi, forse eravamo consapevoli che quello che contava, in un matrimonio, non era la cornice, ma il quadro e il “quadro” era il desiderio di creare una famiglia, di vivere insieme, di invecchiare insieme.

Quarantun anni fa quando, in una piovosa mattina di ottobre, ci siamo sposati eravamo giovani e forse un po’ incoscienti, mio marito aveva un lavoro, mentre io ero ancora una studentessa che ogni tanto veniva chiamata per qualche supplenza, ma non avevamo paura di niente, non avevamo paura del futuro perchè eravamo consapevoli di poter contare sul nostro amore che pensavamo (speravamo, sapevamo) che sarebbe durato per tutta la vita.

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