Quando si spensero tutte le luci.

Mezzo secolo fa, il 12 dicembre, una bomba scoppiava nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura , in Piazza Fontana a Milano.

Mezzo secolo fa la città e tutto il Paese scoprirono di essere usciti dall’età dell’innocenza, dall’euforia del boom economico del secondo dopoguerra e il risveglio fu lancinante: l’attentato lasciò sul terreno diciassette vittime, ottantotto feriti e la città e la Nazione intera che si trovarono catapultate in quelli che, più tardi, furono definiti “gli anni di piombo”.

Allora l’amministrazione comunale decretò il lutto cittadini, le rappresentazioni teatrali furono sospese, i cinema furono chiusi e furono spente tutte le luminarie natalizie.

La città piombò nel buio, un buio non solo fisico, ma anche morale, un buio del cuore che fu riscattato solo dall’enorme, composta, civile partecipazione di tanti cittadini ai funerali delle vittime.

Sarà forse perché amo tanto Milano, ma vedere la mia città violata mi addolora ancora oggi, ancora oggi la strage di Piazza Fontana è un macigno sul cuore, ancora oggi, quando passo davanti alla banca, non posso fare a meno di pregare.

Milano - Palazzo Morando - "Milano negli anni '60"
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Frutta secca.

Arachidi, noci, nocciole e mandorle ormai sono onnipresenti, in tutti i mesi dell’anno, sui banchi dei fruttivendoli e nei supermercati e insieme ad esse sono comparsi altri frutti di provenienza più esotica e dal sapore meno consueto.

Un tempo, invece, comparivano sulle tavole solo nel periodo natalizio, insieme ai mandarini, che riempivano le sale da pranzo del loro profumo, e alle arance avvolte nella carta dorata e ai fichi secchi (carnosi e saporiti come quelli che ho assaggiato a Smirne).

Non mi ricordo quando è successo che la frutta secca ha smesso di essere un sapore solo natalizio, non mi ricordo quando è comparsa sulle nostre tavole, a tutte le ore, dalle mandorle della prima colazione alle arachidi dell’aperitivo, ma penso che questo fatto abbia contribuito a togliere un po’ di magia al cenone in famiglia.

Dopo le varie portate e le abbondanti libagioni si sparecchiava la tavola, si puliva la tovaglia dalle briciole e comparivano le ciotole di frutta secca e gli schiaccianoci che restavano lì, tutto il pomeriggio, a far compagnia alle chiacchiere oziose della famiglia nell’attesa che facessero la loro trionfale apparizione il panettone e il torrone ( che allora era solo friabile, un vero attentato per i denti).

Non ho tanto nostalgia di quei sapori , che ormai sono diventati abituali, ma di quell’atmosfera di festa, di quella gioia di stare insieme, quando la nostra famiglia era tanto più numerosa, di mio padre che si cimentava a spaccare le noci tra le mani (come mi pareva forte allora), della nonna che sbriciolava il torrone per riuscire a gustarlo, di noi bambini che con i gusci delle noci facevamo precarie barchette, di una felicità che stringevamo fra le mani e non sapevamo di avere.

Marocco - Fes
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Radici.

Qualche giorno fa ho fatto visita alla zia che da pochi mesi è rimasta sola e, tra una chiacchiera e l’altra, abbiamo cominciato a leggere gli appunti dello zio che, alcuni anni fa, aveva tentato di ricostruire, attraverso l’anagrafe del comune di Milano e gli archivi parrocchiali, la storia della nostra famiglia ed è stato come salire sulla macchina del tempo.

Va detto, innanzitutto, che la mia famiglia ha abitato a Milano, nel quartiere Isola, fino al 1964 quando ci siamo trasferiti in Brianza per avvicinarci al luogo di lavoro di mio padre che era nato nel 1920.

Suo padre, che si chiamava Ettore, era nato a Milano nel 1882 e aveva vissuto fino al matrimonio nella zona di piazza Vetra.

Il padre di mio nonno, che si chiamava Angelo come mio padre, era nato sempre in città, nel 1843 mentre suo padre Giuseppe vi era nato nel 1808.

Qui le ricerche dello zio (che mi piacerebbe proseguire) si interrompono, ma mi ha affascinato scoprire che il mio bisnonno paterno era un bimbo durante le Cinque Giornate, mentre suo padre era un uomo fatto.

Mi ha affascinato rendermi conto che il mio trisnonno era nato nella Milano Napoleonica, mentre suo figlio era stato un suddito dell’impero asburgico e aveva vissuto i primi anni di vita durante il Risorgimento e la nascita del Regno d’Italia.

Logicamente sono consapevole che la mia famiglia affonda le proprie radici nei secoli passati, ma leggere quei nomi e quelle date ha reso concreto il pensiero che la storia dei miei antenati ha attraversato la storia della città, quella con la maiuscola.

Mi piacerebbe conoscere i loro volti, le loro vite, mi piacerebbe scoprire se abbiano avuto una parte nei cambiamenti politici di quei tempi o se, come è più probabile, siano stati testimoni di un cambiamento tanto difficile da comprendere.

Gli appunti dello zio mi hanno fatto nascere dentro un gran desiderio di approfondire le notizie, di risalire ancora più indietro nel tempo, di comprendere meglio le mie radici.

Milano - Corso Venezia
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Filippino Lippi a Palazzo Marino.

Ogni anno, per Natale, Palazzo Marino ospita un importante dipinto “prestato” da qualche museo o da qualche collezione privata e quest’anno, da San Gimignano, è giunta in città l’Annunciazione di Filippino Lippi, un’opera di grande bellezza che rappresenta, in due tondi, l’Arcangelo Gabriele e la Vergine collocati in un ambiente in penombra illuminato solo da una serie di raggi luminosi che riprendono i raggi di luce che fanno da sfondo ai due personaggi..

Per fortuna la notizia della mostra non deve essersi ancora diffusa e quindi, ieri mattina, praticamente non c’era la “solita” coda, ma abbiamo potuto ammirare i due dipinti senza neanche un minuto di attesa.

Come ogni anno le opere sono state introdotte da una spiegazione sulla biografia dell’artista, mentre all’uscita un breve documentario ha illustrato il contesto in cui l’opera è conservata e le relazioni di collaborazione tra le due città (rappresentate con un logo nel quale le torri medievali di San Gimignano sembrano fondersi e confondersi con i grattacieli di Milano).

L’Annunciazione di Filippino Lippi è il “dono” di Natale che l’amministrazione comunale offre ai cittadini in un appuntamento che ormai è diventato una tradizione.

Milano - Palazzo Marino - Annunciazione di Filippino Lippi
Milano - Palazzo Marino - Annunciazione di Filippino Lippi
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La gioia del dono.

In questo periodo, al Museo Diocesano di Milano, c’è una mostra dedicata al dipinto “L’adorazione dei Magi” di Artemisia Gentileschi, l’opera che è parte di un ciclo commissionato dal vescovo di Pozzuoli fu eseguita dall’artista fra il 1635 e il 1637, anno della sua partenza per l’Inghilterra.

Il dipinto rappresentò per la pittrice la prima importante commissione pubblica e la consacrazione della sua arte che rielabora la lezione caravaggesca sia nella composizione, sia nel contrasto fra luci e ombre.

La Vergine, che ha le sembianze di una donna del popolo, è rappresentata con grande dignità mentre porge il Bambino all’omaggio dei Magi come se fosse un dono.

Il dipinto è un’opera di grande “verità” che coinvolge anche grazie agli atteggiamenti dei personaggi ritratti, in particolare del Magio in primo piano che si inchina per baciare i piedini del bambino e, intanto, lo guarda con uno sguardo che è, al tempo stesso, di stupore e di gioiosa riconoscenza, la riconoscenza di chi sta per ricevere un dono di inestimabile valore e lo stupore di chi, dopo tanto cercare, dopo tanto vagare dietro ad una stella, trova un bambino che non è solo un bambino, ma ė la speranza e la salvezza del mondo.

In quello sguardo c’è un universo di sentimenti.

Milano - Museo Diocesano - Adorazione dei Magi di Artemisia Gentileschi
Milano - Museo Diocesano - Adorazione dei Magi di Artemisia Gentileschi
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Passeggiando per Treviso.

Treviso è una città di acqua e terra, di ponti che attraversano canali, di palazzi che si riflettono nelle acque, di strade strette che, all’improvviso sbucano in grandi piazze silenziose, di ruote di mulini che sembrano misurare un tempo antico.

Mi piace questa città, anche se la giornata è grigia e un po’ minacciosa, mi piace passeggiare con il naso all’insù per scoprire vestigia di affreschi sui vecchi muri.

Passo dalla pescheria, passeggio lungo i Buranelli, percorro i portici e sbuco in un angolo dove le bancarelle di un mercato sono illuminate dai colori del radicchio e profumano di caldarroste.

Treviso è una città elegante e piacevole, ed è piacevole sedere al tavolo di una vecchia osteria, con la tovaglia ruvida e le stoviglie semplici, dove gustare sapori forti e tradizionali e bere un vino che, fino a quando si resta seduti, sembra leggero, ma non appena si muove qualche passo rivela la sua forza gentile.

Mi sono piaciuti questi due giorni in questo angolo di Veneto ricco di storia e di tradizioni, ricco di una quieta bellezza che fa innamorare.

Treviso
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Asolo

Asolo è un borgo delizioso in provincia di Treviso e fa parte del club dei borghi più belli d’Italia, arroccato sulle colline si affaccia su una vasta pianura, tanto che il Carducci la definì “la città dei cento orizzonti”.

Il borgo è una gemma preziosa, ricca di portici e davanzali fioriti, è un borgo che fa innamorare tanto che qui portò la sua corte Caterina Cornaro, regina di Cipro in esilio a cui la Serenissima donò le terre e il castello, mentre la grande attrice Eleonora Duse, dopo aver soggiornato a lungo all’Albergo al Sole, acquistò un grazioso palazzetto e qui chiese di essere sepolta.

Anche il poeta inglese Robert Browning soggiornò a lungo nel borgo a cui dedicò i suoi versi.

L’ultima ospite illustre (in ordine di tempo) è Freya Stark, l’esploratrice e scrittrice inglese, che ad Asolo trascorse gli ultimi anni della sua vita passeggiando tra le vie del borgo, protetta dalla discrezione degli abitanti.

Non stupisce che Asolo abbia affascinato tanti viaggiatori che, tra le sue viuzze, i suoi palazzi affrescati, le sue vestigia del passato, hanno trovato un luogo di pace e bellezza.

Asolo (Treviso)
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Non una di meno.

Tutte quelle bambole sul muro sono lì a ricordarci tutte le donne uccise, uccise da uomini che dicevano di amarle, uccise da uomini incapaci di accettare un rifiuto, di sopportare un abbandono, di perdere quella che consideravano una “proprietà”.

L’uomo che usa la violenza è debole e insicuro, ma si crede forte perché usa la forza con chi è più debole e la violenza lo rende un po’ meno uomo.

Oggi, più che mai, è il momento di gridare con forza “non una di meno”.

Milano Wall of Dolls

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Le responsabilità di una madre.

Domani ricorre la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” e a me viene spontaneo pensare che al di là dei discorsi, al di là delle leggi, la violenza si combatte solo con una vera e propria rivoluzione.

E la rivoluzione tocca a noi, madri di figli maschi, di futuri uomini, tocca a noi crescere i figli nel rispetto, tocca a noi la loro educazione ai sentimenti, tocca a noi insegnare loro che alla frustrazione di un fallimento non si può reagire con la violenza.

Tocca a noi insegnare che l’amore può avere tante sfumature e può persino finire, ma non può mai colpire, non può uccidere, altrimenti è “non amore” , è un sentimento malato che non è degno di un essere umano.

La nostra responsabilità di madri consiste nel crescere figli, femmine o maschi che siano, forti, liberi, generosi, buoni, persone capaci di vivere relazioni sane e libere, capaci di amare e di comprendere e di condividere.

Cavenago di Brianza - Albero rosso

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L’intelligenza del cuore.

“Ogni donna è stata ed è una bellissima bambina, troppo spesso trasformata in merce da chi non riesce a comprenderne il bisogno d’amore e di cura“.

Questa, in estrema sintesi, è la ” morale” del racconto portato in scena, ieri sera al teatro di Oreno, da una Lella Costa in gran spolvero.

Prendendo spunto dalla “Traviata” di Giuseppe Verdi e dalla “Signora delle camelie” di Alexandre Dumas e passando attraverso le storie di due grandi dive, Maria Callas e Marilyn Monroe, donne che hanno sofferto per grandi amori non corrisposti, donne lontane nel tempo e nello spazio, ma così simili, Lella Costa rende omaggio, con sensibilità, intelligenza e sorridente ironia a tutte le “Traviate” del mondo.

Sul palcoscenico, accanto all’attrice, un pianoforte accompagna le arie più celebri dell’opera verdiana, interpretate dal vivo da una soprano e da un tenore, permettendo così un dialogo quasi surreale tra la narratrice e Violetta e Alfredo.

Lo spettacolo riesce a raccontare come ci siano linguaggi immortali, il melodramma e il romanzo d’appendice, e come certi meccanismi dell’innamoramento e delle relazioni siano veramente comuni a tutti noi.

Oreno - Locandina

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