Allegria d’autunno.

A dispetto delle giornate sempre più corte, a dispetto della nebbiolina che alla mattina penetra nelle ossa come un lungo brivido l’autunno è una stagione che mi mette allegria perché è un periodo dell’anno profumato e colorato come se  la vita volesse prendersi una rivincita sul tempo che fugge.

L’autunno è la stagione del giallo e del rosso, il giallo degli ultimi fiori e delle foglie che appassiscono sui rami e si stendono come un tappeto frusciante al suolo, il giallo delle pannocchie appese al sole, il rosso delle bacche e del mosto ed è bello soffermarsi davanti ad un girasole quasi avvizzito che si staglia contro il cielo di un azzurro inaspettato.

Mi piace questa stagione ambivalente che ha in  sè un presagio di fine, ma è allegra come un nuovo inizio.

Moggio - Sapori e profumi 2018

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Tempo di caldarroste.

Tra le mie montagne, anche se la stagione non sembra ancora quella giusta, è ormai tempo di castagne ed è tempo di festa.

Durante il week end le vie del paese si animano di bancarelle, di profumi intensi di cibi buoni e un po’ rustici, di gente spensierata, di bambini che si cimentano con giochi antichi, costruiti con pezzi di legno colorato scoprendo come possa essere divertente cercare di costringere una pallina a percorrere un labirinto.

Su tutto aleggia il profumo delle caldarroste, caldo e confortante, che si spande dalle grandi padelle che oscillano sul fuoco vivo.

Ognuno ha fra le mani un cartoccio, ognuno ha le dita annerite dal nerofumo e l’espressione di chi ritrova un sapore antico, ma mai dimenticato.

Moggio - Sapori e profumi 2018

Moggio - Sapori e profumi 2018

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La politica del dileggio, il dileggio della politica.

Non mi piace la politica che assomiglia al tifo da stadio, quella che genera le fake news, quella che si riduce ad attacchi personali (sui difetti fisici veri o presunti, sui problemi familiari, sugli errori e sulle gaffes o sui lapsus).

Non mi piace una politica che nasconde il vuoto di idee dietro l’insulto, non mi piace oggi che al governo ci sono persone che non ho scelto e non mi piaceva neppure quando c’erano persone di cui condividevo le idee e i programmi.

In fondo dal “Tunnel dei neutrini” al “Tunnel del Brennero” il passo è breve.

Oggi, tuttavia, è inutile stracciarsi le vesti, bisognerebbe piuttosto chiedersi come sia possibile (ammesso che sia possibile) uscire dalla barbarie e tornare al dibattito sulle idee e sulle scelte e non sulle caratteristiche delle persone, anche se ammetto che così è più facile: dibattere sulle idee infatti richiede senso critico e un po’ di idee.

Mi chiedo se sia ancora possibile approvare una decisione anche se presa da un governo “nemico” senza essere accusati di tradimento o, al contrario, criticare le scelte di un governo “amico” senza essere ugualmente tacciati di tradimento, mi chiedo se ci sia ancora un barlume di dibattito democratico in questo “povero” Paese.

Roma - Palazzo Chigi

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Odio gli ombrelli.

In realtà “odiare” è una parola grossa, comunque è indubbio che gli ombrelli non mi piacciono e cerco di usarli il meno possibile.

Se pioviggina l’ombrello, tutto sommato,  è un inutile ingombro che mi impaccia i movimenti, se invece diluvia e c’è anche un po’ di vento non serve a ripararmi dalla pioggia e torno a casa ugualmente fradicia, se nevica diventa pesante come un macigno e quindi lo chiudo, tanto mi piace prendere la neve.

Quando smette di piovere tendo a dimenticarlo in giro e, inoltre, mi è stato rubato un numero impressionante di volte.

Sì, decisamente ho un pessimo rapporto con gli ombrelli o, più semplicemente, non amo particolarmente le giornate uggiose.

Milano - Castello Sforzesco (ombrelli)

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Il quadro e la cornice

Quarantun anni fa, quando due ragazzi decidevano di sposarsi, non si affidavano ad un “wedding planner”, ma si preoccupavano personalmente (nei ritagli di tempo tra scuola e lavoro) di date, prenotazioni, fiori, abiti, confetti e bomboniere, non cercavano una “location”, ma semplicemente un ristorante dove ritrovarsi con parenti e amici, non usavano mezzi di trasporto fantasiosi, ma un’auto un po’ elegante con cui recarsi in chiesa (allora più raramente in municipio).

Forse avevamo pochi soldi, forse eravamo consapevoli che quello che contava, in un matrimonio, non era la cornice, ma il quadro e il “quadro” era il desiderio di creare una famiglia, di vivere insieme, di invecchiare insieme.

Quarantun anni fa quando, in una piovosa mattina di ottobre, ci siamo sposati eravamo giovani e forse un po’ incoscienti, mio marito aveva un lavoro, mentre io ero ancora una studentessa che ogni tanto veniva chiamata per qualche supplenza, ma non avevamo paura di niente, non avevamo paura del futuro perchè eravamo consapevoli di poter contare sul nostro amore che pensavamo (speravamo, sapevamo) che sarebbe durato per tutta la vita.

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Ricordando il Vajont.

La sera del 9 ottobre 1963 una frana di 270 milioni m³ di roccia si staccava dal monte Toc e precipitava nel bacino artificiale sottostante sollevando un’onda alta più di duecentocinquanta metri di altezza che colpiva gli abitati di Erto e Casso, a monte della diga, e cancellava dalla faccia della terra la cittadina di Longarone che si trovava ai piedi della diga.

Non è questo il luogo per ricordare le cause del disastro, trattate diffusamente nelle carte processuali, nei libri e nel lavoro teatrale, emozionante e illuminante, di Marco Paolini, per quanto mi riguarda questo è il luogo del ricordo e del dolore.

Il ricordo è quello di una bambina di dieci anni che, a scuola, sente la maestra raccontare della tragedia, vede le fotografie della devastazione sulla prima pagina di un quotidiano e non capisce, ma intuisce, forse per la prima volta, la precarietà della vita umana.

Il dolore, invece, l’ho provato compiutamente lo scorso anno, in una giornata grigia, con i piedi sulla diga e lo sguardo che correva dalla frana mostruosa che ingombra la valle alla città di Longarone, laggiù, nella valle del Piave, quasi nel centro di un immaginario mirino.

E un altro sentimento si è fatto strada, il sentimento della rabbia impotente per il disprezzo della vita umana.

Vajont (Belluno)

Vajont (Belluno)

Vajont (Belluno)

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In drogheria.

Quando ero bambina e abitavo a Milano vivevo in un quartiere, l’Isola, dove c’erano tanti negozi (quelli che ora non ci sono più, soppiantati nel tempo dai centri commerciali) e fare la spesa era forse un po’ lento, ma divertente.

Uno dei negozi che amavo di più era la drogheria, un piccolo ambiente in penombra con un grande bancone dietro al quale si muoveva veloce ed esperto un signore in camice blu.

Quando si apriva la porta si udiva il suono di una campanella e si veniva investiti da un aroma pungente che era la somma di tanti profumi, un misto di caffè, cacao, detersivi e spezie, un aroma forte, ma gradevole che ritrovo ancora raramente in qualche negozietto di montagna.

Sul bancone erano schierati in bell’ordine i contenitori in vetro della pasta e del riso, mentre dall’altra parte c’erano caffè, cacao, zucchero e tante caramelle multicolori che, logicamente, attiravano la mia curiosità molto più degli altri generi alimentari.

Da un angolo filtravano i profumi del pepe, dello zafferano, dell’anice stellato, della noce moscata e della cannella, profumi rari e preziosi.

Se la mamma acquistava lo zucchero il proprietario lo prendeva dal contenitore con una paletta, lo posava su un foglio di carta blu (blu carta da zucchero appunto), lo pesava su una grande bilancia con una lancetta che oscillava a lungo, e poi confezionava un pacchetto con grande abilità.

Io seguivo incuriosita i suoi movimenti e poi, prima di uscire, accettavo una caramella o un cremino che il droghiere mi offriva regolarmente con un sorriso.

Mi sembra che sia passato un secolo.

Milano - Colori del mercato

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Vedere con le parole.

Mi piace portare a spasso mia madre in giornate come quella di oggi, con il paese invaso dai suoni e dai profumi della festa e il sole ancora caldo che sfiora la pelle.

Mia madre non può vedere le persone, l’animazione delle vie, i colori, le bancarelle, ma le descrivo ogni cosa e lei riesce a ritrovare nei suoi ricordi sepolti nel buio da tanti anni le immagini che le mie parole tentano di evocare.

Ed è contenta così, contenta di andare a spasso, contenta di sedere al tavolino di un caffè, di scambiare quattro chiacchiere, di vivere una giornata di festa con i suoi cari, di “vedere” il mondo attraverso i miei racconti.

Cavenago di Brianza - Festa Patronale 2018

 

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Non servono tante parole.

Quando una persona per bene, un galantuomo, se ne va lascia un grande vuoto tra coloro che lo conoscevano e avevano imparato a volergli bene, perchè in fondo è facile voler bene a una persona che ha dato tanto, che ha insegnato tanto.

Ma il vuoto più grande si spalanca tra coloro che non lo conoscevano, che non sapranno mai quello che hanno perso, che non potranno accostare la sua anima e trarne ispirazione.

Quando se ne va una persona buona non servono tante parole, la cosa più saggia non è parlare, ma raccogliere il suo testimone e sforzarsi di agire bene, come avrebbe fatto lui.

Buon viaggio Luigi.

Crespi

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La diatreta Trivulzio.

La “Diatreta” è una coppa pregiata in vetro intagliato di cui si conoscono pochissimi esemplari, circa una decina sparsi in tutto il mondo, e l’unica intatta è la “Diatreta Trivulzio” conservata nel Museo Archeologico di Milano.

Si tratta di un bellissimo manufatto datato tra il 350 e il 400 d.C., probabilmente prodotto nell’area tra le province romane della Gallia Belgica e della Germania Inferiore che, fin dal I secolo d.C., era una zona di produzione di oggetti di vetro con la tecnica della soffiatura a stampo di altissimo livello.

La coppa è bellissima e reca l’augurio “Bibe Vivas Multis Annis(bevi, vivrai molti anni) di colore verde smeraldo.

Si tratta di un oggetto fragile e prezioso arrivato fino a noi dal passato e mi piace pensare che si trova proprio a Milano anche se, purtroppo, non molti lo sanno.

Milano romana

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