Il castello di Masino.

Il Castello di Masino, che si affaccia sull’ampio panorama del Canavese tinto dei colori autunnali e avvolto nelle brume di questa uggiosa e gelida giornata di pioggia, è una dimora millenaria più volte rimaneggiata e riadattata alle esigenze abitative della famiglia aristocratica che, nei secoli, è stata proprietaria dell’edificio: i conti Valperga di Masino, il cui ultimo rappresentante, Luigi Valperga di Masino, lo cedette nel 1988 al Fai.

Il Castello sorge, in posizione strategica, su una collina morenica al centro della Piana di Ivrea, non lontano dalla Serra di Ivrea, ed è circondato da un ampio parco in cui si trova un labirinto di siepi.

Gli interni sono stati restituiti all’antico splendore grazie ad un appassionato lavoro di restauro che ha riportato in luce le decorazioni delle sale e gli arredi preziosi che, nei secoli, hanno abbellito gli ambienti.

Tra gli ambienti più suggestivi spiccano l’appartamento di Madama reale, la galleria dei poeti, il salone da ballo e lo splendido scalone che porta al piano superiore.

Il Castello è uno dei tanti beni recuperati e custoditi dal Fai che vale la pena di visitare senza trascurare una sosta in qualche trattoria dove gustare le prelibatezza della cucina del Canavese.

Castello di Masino (Piemonte)
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Cosa sa fare un libro?

Un libro sa fare veramente molte cose: interessa, appassiona, insegna, diverte, guida alla scoperta di nuovi mondi, fa vivere infinite vite.

Ma i libri per bambini fanno molto di più perché spalancano loro le porte di un paese fantastico fatto di storie, di colori, di personaggi strampalati, di animali curiosi, di oggetti animati e fantasiosi.

Una volta al mese, al sabato mattina, ho lo straordinario privilegio di leggere, in biblioteca, per i bambini da zero a cinque anni ed è sempre un’esperienza favolosa: i bambini stanno lì, seduti in cerchio sul tappeto morbido e colorato e ascoltano, anche quando sembra che siano distratti e che stiano facendo altro, interagiscono e a modo loro commentano, ti porgono un libro da leggere con le faccine serie e poi stanno lì, accanto a te e lo sfogliano con te e vorrebbero che tu lo leggessi e lo rileggessi mille volte, sempre con la stessa intonazione, sempre con gli stessi gesti, con le stesse “vocine”.

Adoro questo appuntamento con i piccolissimi perché ho l’impressione (… e pazienza se mi illudo) di prenderli per mano ed accompagnarli, in punta di piedi, in un’esperienza importante che, in qualche modo, contribuisce ad aiutarli a crescere.

Se le mie letture li aiuteranno ad appassionarsi ai libri e alla lettura saprò di essere stata, almeno in piccola parte, utile.

Cavenago di Brianza. Nati per leggere

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Il mio dolore per Venezia.

Guardo Venezia devastata dall’acqua alta che, in questi giorni, mi ricorda tanto quella terribile del ’66 e mi si stringe il cuore, e sento dentro un sentimento di rabbia per ciò che poteva e doveva essere fatto e non è mai stato fatto, per il Mose di cui sentiamo parlare da decenni, ma che non è ancora lì, alle bocche di porto, a difenderla ( sempre ammesso che, una volta in funzione, riesca davvero a difenderla e non servano, invece, interventi diversi per ripristinare l’equilibrio della laguna).

Provo un grande dolore per questa città fragile e preziosa come un diamante, provo un grande dolore per questa città unica al mondo che non possiamo permetterci di perdere, provo un grande dolore per i suoi palazzi delicati come un merletto, per i suoi campielli silenziosi, per i suoi fondachi da cui, un tempo, filtravano tutti i profumi dell’oriente.

Provo dolore perchè Venezia non è solo una città da ammirare, ma è una città da amare, una città da vivere, magari al di fuori dai percorsi del turismo di massa, perchè Venezia sa offrire angoli di incredibile bellezza, di rara eleganza.

Io posso solo provare dolore e, quando vado a Venezia, posso cercare di muovermi con estremo rispetto per la sua storia, per la sua arte, per la sua fragilità.

Io sono solo una semplice innamorata di Venezia e non posso fare altro che amarla come so, ma chi può progettare e decidere deve assumersi la responsabilità di proteggerla.

Venezia - Ghetto - Marzo 2016
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Milano anni 60.

“Milano anni 60. Storia di un decennio irripetibile” è il titolo di una mostra allestita negli spazi di Palazzo Morando, nel cuore del Quadrilatero, che racconta gli anni del boom economico e le vicende che hanno contribuito la rendere Milano la città europea e moderna che è oggi.

La mostra si articola in otto sale che illustrano il periodo delle grandi rivoluzioni urbanistiche (dalla costruzione del grattacielo Pirelli e della Torre Velasca ai grandi quartieri residenziali), per passare poi all’ideazione e alla realizzazione della prima linea della metropolitana.

Il percorso poi attraversa la grande stagione del design, le avanguardie culturali, la nascita del cabaret, le esperienze musicali dai grandi maestri del jazz allo storico concerto dei Beatles al Vigorelli.

Le ultime due sale raccontano gli anni della contestazione giovanile e degli scioperi operai per concludersi con una stanza silenziosa e scura che ricorda la strage di Piazza Fontana che chiude tragicamente il decennio.

La mostra di Palazzo Morando è una buona occasione, per chi c’era, di ricordare e, per chi non c’era, di conoscere una importante pagina del passato.

Milano - Palazzo Morando - "Milano negli anni '60"

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La Madonna Litta è tornata a Milano.

Dopo quasi trent’anni il Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, che aveva acquistato l’opera attribuita a Leonardo da Vinci nel 1865 dal duca Antonio Litta Visconti Arese, ha accettato di “prestare” il prezioso dipinto che ora è esposto, e lo sarà fino al prossimo 10 febbraio, al Museo Poldi Pezzoli di Milano.

La Madonna Litta, la cui attribuzione al genio di Vinci è controversa, è esposta in una mostra insieme a opere di Giovanni Antonio Boltraffio e Marco d’Oggiono che, del resto, sono tra gli allievi quelli che si contendono l’opera.

Se anche il dipinto non è di mano di Leonardo, sicuramente è sua la composizione, così come sono di ispirazione leonardesca lo sfondo roccioso che si perde nella prospettiva aerea e suo è lo sfumato del volto della Vergine.

L’opera è emozionante perché non solo rappresenta una Madonna col Bambino, ma soprattutto perché racconta l’infinita tenerezza di una madre che allatta il proprio piccolo con un viso dolcissimo e lo sguardo che sembra avvolgere il figlio in un abbraccio.

Milano - Museo Poldi Pezzoli - La Madonna Litta
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Il racconto della storia.

Spesso, alla sera, mi regalo qualche ora di relax davanti alla televisione, ma non mi appassiono a film, telefilm, talk show e talent, piuttosto preferisco cercare su Youtube le conferenze del professor Barbero (soprattutto quelle del “Festival della Mente” di Sarzana che ogni anno vede lo storico piemontese protagonista assoluto) e così trascorro un po’ di tempo appassionandomi al racconto della storia.

Il professor Barbero è uno storico preparato, competente, appassionato, capace di incatenare l’attenzione dell’ascoltatore con le sue ricostruzioni sempre puntuali e documentate, ma soprattutto capace di raccontare gli avvenimenti con uno stile accattivante e con la naturalezza di chi conosce bene ciò di cui sta parlando.

Uno dei miei interventi preferiti è quello in cui spiega l’imperatore Costantino sfatando, sulla base delle fonti, molti luoghi comuni e molte leggende.

E’ molto piacevole seguire il filo dei ragionamenti dello storico che ormai è diventato, nel mare magnum della rete, una vera e propria star e, cosa che mi affascina oltremodo, lo è diventato spiegando una materia spesso negletta e poco amata come la storia.

Seguire le sue conferenze è una buona abitudine che consiglio a molti: per imparare, per capire e; perchè no, per divertirsi perchè persino la storia, se spiegata in questo modo, può essere divertente.

Torino - Palazzo Carignano - Museo del Risorgimento
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Il vicolo dei lavandai.

Il vicolo è un angolo di Milano dove si respira un’atmosfera di altri tempi, di tempi in cui il lavoro era duro e non c’erano le macchine ad alleviare la fatica degli uomini e delle donne.

Il vicolo deve il suo nome ad un antico lavatoio, che era in funzione fino agli anni ’50 e oggi è stato restaurato, collocato su una piccola roggia alimentata dalle acque del Naviglio Grande che scorre a pochi passi di distanza.

Il lavatoio è un muto testimone di una Milano scomparsa che ormai pochissimi ricordano, come ormai pochissimi ricordano le lavandaie inginocchiate sul “brellin” di legno, con le mani arrossate dall’acqua gelida e i canti, simili a cantilene, ripetuti per tenere il ritmo del lavoro.

In realtà il vicolo non è dedicato alle lavandaie, ma ai lavandai perchè il servizio di lavaggio era garantito, nell’ottocento, da una associazione maschile, una confraternita nata nel secolo precedente sotto la protezione di Sant’Antonio da Padova.

Oggi il lavatoio, tornato allo “splendore” di un tempo, con la sua atmosfera vagamente romantica (ma nulla di romantico c’era nella fatica delle lavandaie) attira i turisti incuriositi che non riescono a resistere alla tentazione di scattarsi un selfie.

Milano - Sui Navigli
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Mumac.

Il Mumac (il “Museo della macchina per caffè” del gruppo Cimbali che sorge a Binasco, alle porte di Milano) è un interessante museo d’impresa, che offre ai visitatori una ricchissima collezione di macchine per il caffè espresso, quelle da bar, per intenderci, che attraversa un secolo.

Il Museo presenta i primissimi esemplari, elegantissimi e ingombranti, collocati in un’ambientazione dal gusto liberty, come è liberty il bancone da bar dell’epoca, che richiama le atmosfere un po’ rarefatte di inizio ‘900.

Si passa poi al periodo fra le due guerre in un contesto di gusto razionalista, in cui le macchine diventano più lineari e i fregi liberty si mutano in profili d’aquila dalle linee geometriche.

Attraverso le macchine per caffè sempre più complesse ed avveniristiche si percorre il secondo dopoguerra, gli anni ’60 caratterizzati dai fasti sportivi della “Faema”, fino a giungere ad una contemporaneità a noi così familiare.

Il Mumac, come molti musei d’impresa del resto, è una preziosa testimonianza dello spirito imprenditoriale, della creatività, della serietà del lavoro, della passione che hanno permesso al “made in Italy” di conquistare un posto di rilievo nel mondo.

Binasco - Mumac
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Il Muro.

La mia prima volta a Berlino fu nell’agosto del 1971 e avevo diciotto anni, si trattava di un viaggio organizzato dal nostro Oratorio, il muro che divideva la città era lì ormai da dieci anni e sembrava ineluttabilmente incrollabile.

Berlino est, in quell’agosto nuvoloso, sembrava una città in bianco e nero, con le sue strade vuote e con i suoi edifici in cemento intorno ad Alexander Platz.

Al Pergamon Museum, già allora splendido, ma ovviamente pochissimo visitato, incontrammo i giovani berlinesi con i quali avevamo appuntamento e diventammo subito amici (ci saremmo poi rivisti molte volte ancora a Berlino e in Polonia e in Ungheria).

Alla sera, quando ci riaccompagnarono al muro e ci separammo c’era tanta tristezza (non a caso l’edificio della frontiera si chiamava “Il palazzo delle lacrime”), soprattutto perchè tutti noi sentivamo la profonda ingiustizia della separazione.

Quando, molti anni dopo, giusto trent’anni fa, il muro che sembrava incrollabile finalmente crollò, in modo così repentino e quasi miracoloso, ritrovarsi diventò semplice, ma ormai eravamo adulti, le nostre vite avevano imboccato strade diverse.

Ci siamo rivisti, come era naturale, ma poi alcuni di loro sono morti e in me è cresciuto un sentimento profondo di rabbia per le occasioni negate, per il tempo perduto dietro ad un muro che aveva impedito per tanto tempo una vita “normale”.

Ricordo ancora l’emozione di salire sulle piccole torri di avvistamento, all’ovest, per osservare la terra di nessuno costellata di cavalli di frisia, controllata da una polizia attenta e implacabile che pattugliava tutta l’area.

Oggi quel muro è solo un ricordo doloroso, sul prato vuoto di Potsdamer Platz sono sorti grattacieli scintillanti e si può attraversare liberamente la Porta di Brandeburgo, ma per quelli della mia generazione che il muro l’hanno visto da vicino è difficile rimuovere la sensazione angosciante e claustrofobica della città divisa.

Berlino - Potsdamer Platz

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Come e perché rinunciare alla dieta.

In realtà non sono proprio a dieta, ma cerco di controllare quello che mangio per evitare di debordare, per riuscire a continuare a salire le scale di corsa, perché sentirmi leggera mi piace e mi fa stare bene.

D’estate, di solito, ci riesco anche perché faccio tanto movimento e mangio frutta e verdura e cibi leggeri.

Poi viene l’autunno, comincia a piovere e a fare un po’ più freddo, e allora vengo presa improvvisamente dal desiderio di mettere sotto i denti qualcosa di più caldo, più ricco e confortante e comincio a vagheggiare piatti di polenta accompagnati da funghi e formaggi fusi, brasati e stracotti annaffiati da un buon bicchiere di vino rosso.

I mesi autunnali preludono anche alle feste di fine anno, alle cene con gli amici, ai cenoni, ai dolci natalizi, ai brindisi di capodanno e di conseguenza la dieta diventa un pio desiderio.

Forse basta solo ignorare la bilancia per un po’.

Piani di Artavaggio
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