La Settimana Santa.

Quest’anno, per la prima volta da che ho memoria, non parteciperò ai riti della Settimana Santa, non vivrò la celebrazione della “Missa in coena Domini” e il rito della lavanda dei piedi e venerdì non bacerò il crocefisso e sabato non siederò davanti allo “scurolo”, come facevo da bambina quanto mia madre mi accompagnava in chiesa per aiutarmi con delicatezza ad avvicinarmi al mistero della morte.

E la notte di Pasqua non sarà nella chiesetta tra le mie montagne dove al festoso scampanio si uniscono gioiosi i bambini con i campanacci e le pentole e i coperchi per liberare la gioia della Resurrezione.

Quest’anno non entrerò in chiesa, ma seguendo i riti della Settimana Santa in televisione avrò forse l’opportunità di vivere questa Pasqua strana in modo nuovo, ma non per questo meno pregnante e avrò l’opportunità di meditare su questi tempi difficili che stiamo attraversando.

In fondo la “lavanda dei piedi” è un gesto di abnegazione e di servizio come quelli che oggi medici e infermieri compiono quotidianamente.

In fondo la Passione del Venerdì Santo ci parla di una morte ingiusta e incomprensibile, ci racconta l’estrema solitudine.

In fondo il silenzio del sabato, in questi giorni, è simboleggiato dalle piazze vuote delle nostre città.

Quello che stiamo vivendo tutti noi, anche se lontani e divisi, ci fa forse comprendere più compiutamente il senso delle Passione.

Spero che le campane di Pasqua, che risuoneranno nelle città vuote la notte di sabato, siano per tutti noi un augurio di ritorno alla vita.

Padova - Giotto - Cappella degli Scrovegni

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Sentimenti di umana pietà.

Pietà per noi è un sentimento di compassione e misericordia, ma per gli antichi la “pietas” rappresentava devozione religiosa, amore per la patria e rispetto per i valori della famiglia.

In questo senso ho trovato nel discorso del nostro sindaco, ieri, una grande “pietas” perché nelle sue parole c’era l’amore per il nostro paese e per i cittadini, che è l’amore di chi ha la responsabilità del benessere di tutti e deve dare delle regole, magari anche severe, per il benessere di tutti.

Ma nelle sue parole c’era anche una pietà più alta, rivolta all’attenzione e alla cura anche dei nostri cari defunti che, in questi giorni, non possiamo visitare e che forse ci sembrano più soli e lontani.

La promessa di dare una sistemata al cimitero, rimuovendo i fiori ormai appassiti e curando il decoro delle sepolture richiama tutti noi ad un senso di umanità proprio perchè viene fatta in un momento in cui le priorità sono altre, più urgenti e pressanti.

Grazie per questa ennesima delicata attenzione.

Cavenago di Brianza - Croce

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Le abitudini.

Sembra impossibile, ma gli esseri umani (… e io ritengo di appartenere al genere) rivelano, soprattutto nelle situazioni di difficoltà un notevole spirito di adattamento così, dopo un’iniziale fase di sconcertata inquietudine, imparano nuovi comportamenti e nuove abitudini.

Dopo diverse settimane di isolamento (in casa mia abbiamo iniziato a limitare le uscite dall’ultima settimana di febbraio) ormai ci comportiamo come se fosse normale, come se la vita di prima fosse un ricordo lontano e non ci pesa neanche tanto.

Mio figlio esce ogni settimana per la spesa, mentre io rimando tutte le altre incombenze (farmacia, tabaccaio e poco d’altro) ad una uscita di venti minuti ogni due settimane.

Anche la mascherina e i guanti sono diventati un’abitudine e stanno lì, ben imbustati nella custodia di plastica) sulla mensola vicino alle chiavi.

Ogni giorno c’è il rituale del balcone dove associo alla cura dei fiori (ormai ricordano quelli del giardino di Villa d’Este) ad un po’ di moto all’aria aperta, certo gli spazi sono limitati, ma c’è il sole ed è comunque piacevole e ci passo tanto tempo che, ormai, la “mia” lucertola non scappa neanche più.

Ogni giorno c’è lo studio e la realizzazione di elaborate ricette, con un’occhio alla linea ed un po’ di attenzione a non eccedere con i grassi e i carboidrati.

Ogni giorno, nel pomeriggio, c’è il controllo della temperatura e della pressione e la compilazione del form della rilevazione dati sull’app. della protezione Civile.

Per il resto ci sono le faccende domestiche, la lettura, l’appuntamento con i dati del giorno della conferenza stampa delle diciotto, qualche film serale sulle varie piattaforme (da Netflix a Prime a Raiplay).

Alla sera tiro tardi, ma tanto, all’indomani, non ho appuntamenti, non devo andare da nessuna parte, devo solo prendermi cura di me stessa e della casa.

Mi sto affezionando alle mie abitudini e probabilmente la routine, lungi da rendermi inquieta o annoiata, mi permette di trascorrere il tempo, immemore del “prima” e senza farmi tante illusioni a proposito del “dopo”.

Cavenago di Brianza - Dal balcone

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Sognando Itaca.

Mi piacerebbe essere a Itaca, in questo momento, e non solo perché significherebbe stare in un splendido isolamento, circondato di bellezza, sospeso tra le mille sfumature di azzurro del mare e le mille sfumature di azzurro del cielo, ma anche perché Itaca è un simbolo potente.

Itaca è il simbolo dell’approdo dopo un viaggio travagliato e difficile, un viaggio segnato dal dolore della perdita, dalla tentazione della disperazione, un viaggio che sembra non aver mai fine.

Per me Itaca è un po’ questo, una meta lontana, un traguardo che sembra perdersi nelle brume, la patria quasi irraggiungibile, ma verso la quale si tende con tutte le risorse della mente e del corpo.

Oggi tutti noi siamo un po’ sulla nave di Ulisse, navighiamo su un mare tempestoso, la rotta non è sicura e possiamo contare solo su pochi remi e una piccola vela, ma conosciamo la meta e cerchiamo di raggiungerla con tutte le forze.

Exogi - Itaca (Grecia)

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Come posso rendermi utile?

Mi pesa un po’ starmene chiusa in casa ben sapendo che là fuori ci sono tante persone che lavorano per permettere a tutti noi di stare al sicuro, mi pesa perché mi piacerebbe poter dare una mano.

Allora afferro il telefono e chiamo qualche vicina che so in casa da sola, scambiamo quattro chiacchiere e qualche volta mi rendo conto che sentire una voce, magari inaspettata, può far piacere e aiuta a far passare il tempo.

Poi do un colpo di telefono alla zia che, anch’essa, vive da sola, lontano, e le do una mano a risolvere qualche piccolo problema quotidiano e cerco di rassicurarla, anche se anch’io avrei bisogno di essere rassicurata.

Cerco anche di scrivere qualche parola di serenità in questo blog dove da tanti anni confido i miei pensieri e tento di essere cautamente ottimista, di ispirare tranquillità, di condividere sentimenti leggeri in un momento in cui, forse a causa del forzato isolamento, ogni tanto affiorano emozioni forti.

Mi va un po’ stretta questa inattività, ma in fondo so che c’è una cosa che posso fare per rendermi utile, per fare la mia parte, ed è semplicemente stare in casa e rispettare le regole.

Cavenago di Brianza - Ai tempi del virus

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Un po’ di buon vecchio orgoglio nazionale.

Mi sono sempre definita una “cittadina del mondo” perché mi piace viaggiare, conoscere, imparare, mi piace scoprire negli altri Paesi e nelle altre culture ciò che mi possono insegnare e mi possono rendere migliore, mi piace guardare il mondo senza pregiudizi e chiusure mentali, ma con un atteggiamento di ascolto.

Ma oggi, mentre leggo come altri Paesi affrontano questa emergenza, mentre scopro che, in qualche modo, stiamo esportando anche una sorta di “made in Italy” della lotta al virus, mi sento crescere dentro un po’ di sano orgoglio nazionale.

Sì perché oggi non siamo solo la patria di Leonardo, Michelangelo o Raffaello, oggi non siamo solo la culla del Rinascimento, non siamo solo modelli di moda e design, non ci vantiamo solo di Galileo, Volta, Marconi e Fermi, non siamo soltanto il Paese della cucina più buona del mondo, della pizza, del Barolo, dei cannoli siciliani, del Parmigiano Reggiano (e di tutte le altre eccellenze gastronomiche).

Oggi l’Italia non è solo il Paese di Roma, Firenze, Venezia, Napoli e Milano.

Quello che mi rende orgogliosa è il fatto che, in questa emergenza, l’Italia ha risposto con la sua incredibile creatività ed è il Paese dove i camici li taglia Armani, le mascherine le produce Gucci e la Ferrari fa le parti dei respiratori e Ramazzotti fa i disinfettanti.

Ma il mio orgoglio nasce anche dal fatto che molti imprenditori, forse meno illustri, si stanno adoperando per convertire le proprie industrie, i propri laboratori in modo da produrre tutto ciò che può essere utile a combattere questa lotta.

L’Italia è il Paese delle pizze regalate ai medici, delle “colazioni sospese”, degli innumerevoli volontari che consegnano a domicilio cibo e farmaci, di chi conforta e aiuta chi non ha nessuno magari solo con una telefonata, di chi fa semplicemente il proprio dovere, ma lo fa con il cuore.

Ho sempre amato il mio Paese, ma oggi, forse, ho qualche motivo in più.

Milano - Cenacolo

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Un minuto di raccoglimento.

La mia bandiera abbrunata è appesa al balcone, da lontano arrivano i rintocchi della campana di mezzogiorno, ci raccogliamo per un tempo che sembra lunghissimo per pensare e, forse, per una preghiera silenziosa.

So che in questo momento i sindaci di tutta Italia hanno chiamato i loro cittadini al silenzio per ricordare i molti che non ce l’hanno fatta, per pensare a chi sta lottando in ospedale o nella propria casa contro un morbo subdolo, per essere vicini a quanti hanno perso i loro cari in un modo così crudele, per rivolgere un grato pensiero a quanti stanno lavorando per permettere a tutti noi di restare tranquilli nelle nostre case.

Spesso mi capita, durante queste lunghe giornate tra le mura domestiche, di pensare a chi sta attraversando un momento così drammatico, ma in questo momento so che siamo in tanti, che siamo insieme, che anche il mio Sindaco forse sta vivendo i miei stessi sentimenti aggravati però dal peso della responsabilità della salute e della sicurezza di un’intera comunità.

Non è un flashmob, non è come cantare sul balcone per esorcizzare la paura, questo momento di raccoglimento mi sembra un’occasione per sentirci una comunità, per assumerci le nostre responsabilità nei confronti degli altri e di noi stessi, per ricordare le persone che ci hanno lasciato e che conosciamo bene e che, per una volta, non sono i freddi numeri di una drammatica statistica, ma volti e affetti.

Tricolore

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Cambusieri per necessità.

Una volta alla settimana, più o meno, mio figlio si arma di coraggio, autocertificazione, guanti e mascherina e va al vicino supermercato per fare la spesa, forse potrebbe farlo un po’ meno spesso, ma ogni tanto preferisce muovere l’automobile per evitare che si formino le ragnatele sul motore.

Prima della partenza prepariamo una lista ragionata delle derrate alimentari cercando di conciliare le esigenze di una settimana con il rischio, non remoto, di trovare alcuni scaffali vuoti (la farina, ad esempio era introvabile settimana scorsa, ma non mi stupisco a giudicare dalle quantità industriali di dolci, pasta fresca e prodotti da forno vari fatti in casa che vedo sui social).

Evitiamo accuratamente alcuni prodotti come il lievito di birra (lievito madre fatto in casa), l’acqua minerale (va bene anche quella del sindaco) e dolci che in questo periodo di mobilità quasi nulla e di cucina da masterchef potrebbero rivelarsi una scelta fatale ((alla fine della quarantena vorrei poter passare dalle porte).

Per il resto abbiamo scorte sufficienti per sfamare un piccolo villaggio, anche se non ci siamo mai abbandonati alla tentazione del saccheggio che nei primi giorni di quarantena ha contagiato molti.

Siamo un po’ come gli scoiattoli che si preparano all’inverno accumulando cibo nelle tane, senza però precludersi la libertà di movimento: la nostra dispensa è fornita, ma non strapiena anche perché ci darebbe veramente fastidio se andasse sprecato qualcosa.

Londra - St. James's Park

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Al risveglio.

In questo periodo (incredibile a dirsi) dormo molto profondamente e mi sveglio abbastanza tardi anche perché dalla strada vengono pochi rumori, sono rare le automobili e non si sentono le voci dei ragazzi che vanno a scuola e se non risuonano le sirene di un’ambulanza o i rintocchi a martello di una campana, che mi mettono una grande inquietudine, il silenzio è praticamente totale, interrotto solo dal cinguettio e dal tubare degli uccelli.

Quando mi sveglio così, senza suoni angoscianti, scivolo fuori dal sonno dolcemente e per un momento, un lungo felice momento, la mia mente non ancora completamente lucida non è consapevole di ciò che mi circonda e non mi ricordo (ripeto: per un momento) dell’epidemia, dei numeri, del dolore, dell’isolamento forzato.

Poi la realtà mi piomba addosso come un macigno, ma quel breve momento di serenità mi dà la forza di iniziare la giornata, perché sto bene, perché è un nuovo giorno, perché è un nuovo dono.

Diano d'Alba (Langhe)

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Il bicchiere mezzo pieno.

Chi mi conosce bene sa che raramente mi lascio abbattere dalle situazioni, anche avverse, in cui vengo a trovarmi, ma che la mia prima reazione di fronte ad un problema è quella di cercare una soluzione e se la soluzione non c’è mi rassegno ad affrontare (o a subire) le conseguenze con l’animo più sereno possibile.

Sono fatta così, non è un merito è la mia natura, ma di fronte ad un dolore o ad una difficoltà cerco sempre la via per viverli senza farmi troppo male.

Sono una persona positiva (in questi giorni forse dovrei usare un’altra espressione, possibilmente meno equivocabile), per me il bicchiere “mezzo vuoto” non esiste, ma cerco sempre di bere dalla vita quel poco che mi può offrire.

Alla mattina, quando mi sveglio e mi guardo intorno e sono già contenta perché è iniziata una nuova giornata e ogni giornata porta il suo fardello di difficoltà e di gioie.

Spesso le gioie sono minuscole e leggere, come il primo caffè e i fiori sul balcone e il cielo sereno e un piatto venuto particolarmente bene e un frutto saporito e le tante piccole situazioni che incontro nella mia giornata.

Ma non ignoro le difficoltà, mi pesa non poter uscire a passeggiare, mi pesano le notizie angoscianti, mi pesa dover stilare una lista della spesa settimanale tenendo conto che molte merci sono introvabili e bisogna studiare delle alternative, mi pesa non poter fare programmi se non a brevissima scadenza, ma non mi lascio abbattere perché so bene che è inutile lottare contro ciò che non si può cambiare e che non dipende da noi.

Forse la serenità mi viene da una preghiera del teologo Reinhold Niebuhr che ho letto tanto tempo fa e che ha decisamente cambiato la mia vita:

“Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza.”

Forse il mio bicchiere “mezzo pieno” non è solo ottimismo, ma consiste nell’aver imparato “quella” differenza.

Pasturo

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