Ciao, come stai?

E’ una frase semplice, usuale, una di quelle frasi che ripetiamo spesso, senza neanche rendercene conto e spesso senza badare molto alla risposta, tanto di solito la rivolgiamo ad un nostro caro, ad un amico, ad un conoscente che incontriamo, che vediamo in faccia e ci basta un’occhiata per renderci conto se tutto va bene o c’è qualche problema.

In questi giorni, però, non ci capita quasi più di incontrarci e allora, quando iniziamo una telefonata, o “chattiamo” e chiediamo ad una persona “come stai?”, non è più una domanda formale, rivolta per pura cortesia, ma significa veramente che la persona a cui la rivolgiamo ci sta a cuore, che ci interessa veramente sapere se va tutto bene.

Questo virus sta cambiando la forza delle nostre parole che diventano parole di affetto, di attenzione, di empatia, di condivisione, di conforto, parole che raccontano il nostro affetto e il nostro desiderio di vicinanza.

E nelle parole degli altri spesso leggiamo il desiderio di essere ascoltati, di essere rassicurati, di essere capiti.

Spero che, quando tutto questo sarà finito, quando ci ritroveremo per strada o seduti ad un tavolino di un bar, davanti ad una tazzina di caffè, ci resti attaccato questo bisogno di comunicazione vera.

Milano - Starbucks

Pubblicato in così è la vita, personali | 1 commento

Comprendere il dolore.

Poco più di cinque anni fa mio marito moriva a causa di una polmonite virale, contratta dopo l’ennesimo intervento chirurgico al cervello, era ricoverato in terapia intensiva, intubato e, negli ultimi giorni, completamente sedato.

Mio marito è morto da solo perché, alle due di notte, il medico rianimatore, un giovane competente e di grande umanità ed empatia, vedendomi distrutta mi intimò di andare a casa a dormire per qualche ora.

Non mi sono mai perdonata di non essere stata lì, anche se mio marito ormai non era più cosciente da ore.

Ma poi ci sono stata, ho potuto salutarlo, ho potuto accompagnarlo e, in qualche modo, ho potuto comprendere, se non accettare, che non l’avrei mai più avuto al mio fianco.

Per questo motivo posso comprendere, almeno in minima parte, il dolore lancinante di chi ha salutato i propri cari per l’ultima volta quando sono stati ricoverati in ospedale e non hanno potuto tener loro la mano, non hanno potuto vederli spegnersi a poco a poco, non hanno potuto cogliere il momento in cui la vita non è più “veramente” vita, ma continua, per ore, per giorni, supportata solo dalle macchine ed ė il momento che, in qualche modo, confusamente, prepara al distacco.

Credo che un dolore così sia inimmaginabile, è un dolore cupo che non può essere, almeno per ora, attenuato da qualche forma di elaborazione del lutto.

In questi giorni mi trovo a pensare, e a pregare, non tanto e non solo per le molte persone decedute, ma soprattutto per i loro cari che non hanno nulla su cui piangere.

Milano - Monumentale

Pubblicato in così è la vita, personali | 1 commento

Emozioni mutevoli.

Una settimana fa, in tutta la Brianza, stavamo sui balconi e battevamo le mani e sentivamo le campane suonare a festa e una strana voglia di festeggiare, una settimana fa eravamo probabilmente animati da sentimenti di speranza, eravamo alla fine della prima settimana di isolamento e, anche se i numeri non promettevano niente di buono, c’era un desiderio di credere nel “lieto fine”.

Dopo una settimana c’è un sentimento di profondo scoramento perché comincia a serpeggiare la sensazione che i sacrifici servano a poco e, contemporaneamente, c’è una rabbia dentro che spinge a cercare qualcuno a cui dare la colpa (l’untore di manzoniana memoria) e allora ce la prendiamo con chi cammina per strada, magari per andare a fare la spesa o a lavorare o a dare una mano ad un familiare anziano e solo, ce la prendiamo anche con chi cammina a passo svelto, si tiene a distanza da tutti e sta all’aperto per il tempo strettamente necessario.

Siamo arrabbiati perché vediamo i numeri crescere e abbiamo l’impressione che non vedremo mai la luce in fondo al tunnel, ma ci dimentichiamo che i malati di oggi probabilmente sono stati vittime del contagio tre settimane fa (pensiamoci erano i giorni di carnevale), quando i negozi e i bar e i ristoranti erano aperti, quando uscivamo liberamente (anche se con qualche cautela da parte dei più previdenti), quando ci soffermavamo a commentare la situazione in piazza con gli amici.

Se è vero che l’incubazione può durare anche quattordici giorni, se non addirittura venti, chi ha la febbre da una settimana può aver contratto la malattia quando ancora era sconosciuta e lontana.

Questo non significa che dobbiamo abbassare la guardia, significa solo che dobbiamo tenere i nervi saldi, mantenere l’isolamento il più possibile, imparare ad avere pazienza perché i numeri (i dannati numeri) arrivano come onde che partono da molto lontano, sono come i cerchi d’acqua in uno stagno, ma non ricordiamo più quando abbiamo gettato il sasso.

In una civiltà del “tutto e subito” vorremmo vedere i risultati immediatamente, ma dobbiamo accettare l’idea che, in questa situazione, non è possibile.

E allora non facciamoci prendere dalla disperazione, armiamoci di pazienza ed impariamo ad aspettare, approfittiamo di questo tempo sospeso per pensare ai nostri cari, alle persone che sono separate da noi, a quelli che possiamo aiutare, magari anche solo con una telefonata, alle tante persone (non sono numeri) che non ce l’hanno fatta, a quelle che conosciamo e a quelle che non conosciamo e, se crediamo, preghiamo, magari in silenzio, per chi è malato, per chi è nel dolore indicibile di un lutto, per chi è solo tra quattro mura e non ha nessuno con cui condividere la paura e il dolore.

Spero solo che questa prova ci insegni ad essere un po’ più saggi, un po’ più buoni.

Bergeggi

Pubblicato in così è la vita, personali | 2 commenti

L’importanza del telefono.

In questo limbo fatto di isolamento e di silenzio rotto solo dall’urlo delle sirene delle ambulanze, il telefono è diventato, per me che di solito telefono pochissimo e solo quando è strettamente necessario, uno strumento importante per restare vicina a tutte le persone a cui, per tanti motivi, sono legata.

Il telefono mi permette di parlare, anche se per pochi minuti, con mia madre che non vedo da più di tre settimane e di percepire, più dalla sua voce che dalle sue parole, che sta bene e che è abbastanza serena nonostante la situazione.

Grazie al telefono posso parlare con mia zia, che è rimasta vedova da poco ed è sola, ci sentiamo spesso, cerco di risolvere a distanza i suoi piccoli problemi quotidiani, ma mi rendo conto che le sue chiamate, anche se sono sempre motivate, sono una ricerca di vicinanza e di rassicurazione.

Ogni tanto telefono ai miei vicini di casa che non vedo da tanti giorni, giusto per sapere che va tutto bene.

E poi ci sono le telefonate con gli amici, vicini e lontani (ma ormai siamo tutti lontani), con quelli che abitano a poche centinaia di metri da me, con quelli che vivono in un altro paese, in un’altra città, con quelli lontanissimi, in Polonia, in Romania, in Portogallo che mi raccontano l’emergenza nei loro Paesi.

Non avevo mai compreso quanto fosse importante sentire la voce delle persone care quando non le puoi vedere e finalmente comprendo perchè, quando incontriamo una persone arrivata qui da tanto lontano, spesso tra le sue mani c’è un cellulare.

Milano - Palazzo Morando - "Milano negli anni '60"
Pubblicato in così è la vita, personali | 1 commento

In attesa del “picco”

Si fa un gran parlare, in questi giorni, del “picco”, cioè del momento in cui la curva della crescita dei contagi dovrebbe appiattirsi, si fanno previsioni ottimistiche o catastrofiche, ma solo la reale interpretazione dei dati potrà darci una risposta attendibile.

Temo però che si stia facendo strada l’illusione che, una volta raggiunto il “picco”, si potrà tornare ad una vita normale e questa idea mi spaventa perché, da una parte, c’è il rischio che molti allentino l’attenzione e abbandonino le cautele di questi giorni, dall’altra è possibile che lo scoprire che il “picco” non coincide con il ritorno alla quotidianità generi un senso di frustrazione e l’impressione che il rigore di questi giorni sia stato un inutile sacrificio.

Mai come ora è indispensabile mantenere i nervi saldi, seguire le indicazioni di chi ne sa più di noi, non farci prendere dall’eccessivo scoramento o da una pericolosa euforia e continuare questo isolamento con costanza e attenzione.

Da parte mia , ormai, esco di casa per una decina di minuti due volte alla settimana e, per il resto, mi godo il sole e l’aria tiepida sul balcone, tra i miei fiori e le casse che il riordino dei miei armadi (una delle attività di questi giorni) ha prodotto, in attesa di poter smaltire quanto ho ammucchiato.

Sto qui e osservo la magnolia, nel giardino della casa di fronte, che fiorisce rigogliosa a dispetto delle nostre paure e delle nostre emozioni.

Cavenago di Brianza - Dal balcone
Pubblicato in così è la vita, personali | Lascia un commento

L’insolito silenzio.

Il paese è quasi immobile e c’è un silenzio che non conosciamo, a cui non siamo più abituati.

Sul balcone tendo l’orecchio, non si sente più il suono continuo dell’autostrada, non si sentono che rare voci e, di colpo, mi accorgo che gli uccelli hanno ritrovato il loro spazio, l’aria è piena di cinguettii, di stridi e si sente persino il frullo d’ali tra i rami.

Di sera, sul balcone si possono contare le automobili che corrono là, in fondo, lungo l’autostrada che immagino quasi vuota.

C’è un silenzio che permette di ascoltare il suono dei pensieri, c’è un silenzio che ferisce l’udito quasi come un rumore doloroso, ma è meglio questo che il suono lancinante delle sirene delle ambulanze.

Poi, all’improvviso, ci affacciamo tutti alla finestra, il silenzio si spezza, ed è quasi una liberazione, le campane cominciano a suonare a distesa, le persone affacciate applaudono, qualcuno spara un fuoco d’artificio mentre l’auto della Protezione Civile passa per le strade e nell’aria si spandono le note dell’inno nazionale.

Per un momento il silenzio è spezzato, gli uccelli stupiti si levano in volo, ci salutiamo da un balcone all’altro, ci sentiamo vicini anche se separati.

Poi torna il silenzio.

cielo
Pubblicato in così è la vita, personali | Lascia un commento

E poi, alla fine, sono rimasta qui.

Chi mi conosce sa che ho una casa in Valsassina, tra le montagne che mi hanno visto crescere, e spesso qualcuno mi chiede perché non passi buona parte dell’anno lassù.

Di solito rispondo che non mi sono ancora trasferita nel luogo che tanto amo perché la mia mamma, ultranovantenne e ricoverata in una casa di riposo, ha bisogno della mia presenza continua, possibilmente quotidiana e per questo preferisco restare a poche centinaia di metri da lei.

Tre settimane fa, tuttavia, quando la struttura dove vive ha iniziato a limitare e poi a vietare le visite ho avuto la tentazione di partire: in fondo la vita è qui e la vita è là, con la differenza che là il panorama è decisamente più attraente e passeggiare nei boschi è diverso dal camminare sull’asfalto e poi c’è ancora la neve.

Quando questa idea mi ha attraversato la mente ci si poteva ancora spostare, si poteva, con qualche cautela, uscire di casa e, in fondo, andare lassù non mi sembrava poi tanto male.

Ma poi ho pensato che, se la situazione fosse precipitata, mi sarei trovata in un luogo con pochi negozi, lontana dal mio medico anche se abbastanza vicina ad un ospedale importante, in un esilio dorato, ma distante dalle persone che mi sono care.

E così non sono partita.

Ora sono contenta di essere restata, anche se non incontro nessuno, anche se esco di casa solo per pochi minuti e non tutti i giorni, anche se il panorama che vedo dalla mia finestra è fatto di edifici e muri e finestre, sono contenta perché mi sarebbe sembrata una fuga, perché preferisco stare qui, tra le persone che conosco e che amo.

Altri, vista la chiusura delle scuole e il rallentamento delle attività produttive, hanno deciso per tempo di spostarsi, ma ora leggo che alcuni Comuni della Valle stanno chiedendo ai “villeggianti” di tornare ai luoghi di residenza per non rendere critica la situazione sanitaria e degli approvvigionamenti di comunità che hanno i servizi dimensionati su poche decine di persone per la maggior parte dell’anno e penso che sia una richiesta saggia.

Sono qui e le mie montagne mi mancano tantissimo, ma attendo la fine di questa emergenza per tornare lassù, per passeggiare nei boschi, per starmene sul balcone ad ammirare i monti.

Moggio

Pubblicato in così è la vita, le mie montagne, personali | Lascia un commento

Voglia di leggerezza.

Ho ben compreso la situazione attuale, sono sufficientemente allarmata, mi attengo il più possibile alle regole, ma non riesco più ad ascoltare le notizie dei telegiornali, non riesco più a sentire i dati che sembrano quelli di un bollettino di guerra, le analisi e le contro analisi degli esperti più o meno esperti.

Per la mia salute mentale ho bisogno di un po’ di leggerezza, ho bisogno di leggere un libro divertente, di ascoltare musica scatenata, ho bisogno di ridere fino alle lacrime guardando un vecchio film comico, ho rispolverato su Rayplay le puntate di “Indietro tutta” (chi se lo ricorda Arbore, il Cacao Meravigliao e il “Bravo presentatore”?).

Da sempre ho imparato, nei momenti di crisi, a trovare qualcosa che mi permetta di sorridere, l’ho fatto quando si sono ammalati mio marito e mia madre, l’ho fatto quando le mie giornate passavano tra un ospedale e l’altro perchè ho imparato che, quando la situazione si fa difficile, viene voglia di sbattere la testa contro il muro, ma so che una volta che uno ha finito di sbattere la testa contro il muro i problemi restano e, in più, la testa fa male.

E allora cerco di trascorrere le giornate facendo cose che mi divertono, cucinando dolci (alla fine di questa quarantena sarò obesa), curando i miei fiori, nonostante non abbia un pollice particolarmente verde (forse a furia di insistere diventerà un po’ più verde, tanto di tempo ne ho a bizzeffe).

E poi ogni tanto mi incanto a sognare, a progettare quello che farò (o forse non farò) quando ritroverò la mia libertà di movimento e, nel frattempo, cerco di riallacciare i rapporti con amici che non vedo da tanto tempo, che quando potevo incontrarli ho trascurato e che ho promesso a me stessa di rivedere presto.

Ho voglia di pensieri leggeri, ho voglia di una vita leggera come un soffio di brezza.

fiori
Pubblicato in così è la vita, personali | Lascia un commento

Oggi andiamo a Brera.

Brera, per chi non è di Milano, è un quartiere del centro storico, molto elegante, con le strade in ciottoli su cui si affacciano locali alla moda, boutique di lusso e negozi di alimentari di nicchia e che ruota intorno alla Pinacoteca omonima in cui sono esposte preziosissime opere d’arte di secoli diversi.

Oggi in realtà non andremo fisicamente a Brera, visto che anche andare in farmacia o al supermercato è un’impresa, e comunque la troveremmo chiusa e rischieremmo qualche sanzione, ma vorrei regalare a chi, come me, se ne sta in casa, un’immagine di rara bellezza con l’invito di andare a vedere i dipinti di persona non appena sarà possibile.

Tra le opere che amo particolarmente c’è il “Polittico di Valle Romita” di Gentile da Fabriano, un dipinto su tavola in tempera e oro che raffigura, nella parte centrale,  l’Incoronazione della Vergine con una raffigurazione della Trinità e, in basso, un coro di angeli musicanti.

I quattro pannelli di contorno rappresentano San Girolamo , San Francesco d’Assisi, San Domenico e la Maddalena che posano i piedi su un prato fiorito
dove sono dipinte infinite specie botaniche con la massima precisione.

Ecco oggi vorrei regalare questo pezzetto di prato perché, ogni tanto, ci vuole un po’ di bellezza e perché spero che, quando tutto questo sarà solo un ricordo, ci siano code da “supermercato al tempo del coronavirus” per vederlo di persona perché, credetemi, è tutta un’altra cosa.

Milano - Brera
Milano - Brera


Pubblicato in appunti di viaggio, così è la vita, impara l'arte, Milano nel cuore, personali | Lascia un commento

Virtualmente.

Sono ubbidiente, sto in casa il più possibile ed esco solo per fare la spesa (al massimo per una ventina di minuti tenendomi a debita distanza dai miei simili) e non solo perché ho paura di ammalarmi, ma soprattutto perché non sopporterei il rimorso di recar danno ad altri che mi sono cari e che, magari, sono più deboli e più indifesi.

Sono una vagabonda nata e stare chiusa in casa mi rattrista. come pensoo che rattristi molti, ma è necessario per il bene di tutti e allora facciamolo.

Fuori c’è il mondo ancora tutto da scoprire, ma per ora può attendere.

Quello che posso fare è regalare qualche viaggio virtuale, pescando tra i miei ricordi, a me e a quanti, come me, vorrebbero poter andare in giro, ma non possono farlo.

Quello che vorrei regalare stasera è un ricordo di un luogo e di una esperienza bellissima di qualche anno fa, il ricordo del volo in mongolfiera, all’alba, sulla Cappadocia che è una delle regioni più belle della Turchia.

Virtualmente teniamoci per mano e libriamoci nell’aria tersa, mentre il sole sorge dietro i vulcani all’orizzonte, e sotto di noi si spalanca un paesaggio fatto di cuspidi e di vallate e il cielo si popola di decine di palloni colorati.

Lassù c’è bellezza, c’è libertà, c’è il sogno, perdiamoci in questo incanto e, per un attimo, dimentichiamo ogni tristezza.

Cappadocia - Volo in mongolfiera
Pubblicato in appunti di viaggio, così è la vita, personali | Lascia un commento