10 Giugno 1940.

. “Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti ” aveva affermato Mussolini “per potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative”.

E così, il 10 giugno del 1940, proprio ottant’anni fa il Duce annunciava davanti ad una folla entusiasta, dal balcone di Palazzo Venezia: “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia.”

Mio padre, che quel giorno era poco più che ventenne, ricordava spesso che aveva ascoltato la dichiarazione di guerra, schierato con i suoi commilitoni, nella caserma di Santa Maria Capua Vetere dove stava facendo il corso di addestramento nell’arma del genio radiotelegrafisti e raccontava che, pur non dandolo a vedere, dentro di sè si era sentito morire.

Poi, alla prima licenza, era scappato facendo praticamente l’autostop ed era tornato per poche ore a Milano per salutare la madre, il padre e i tre fratelli minori e, mentre abbracciava mio nonno, sentì un brivido ed ebbe la consapevolezza che non l’avrebbe più rivisto (come poi in realtà avvenne perchè mio nonno morì prima del suo ritorno).

E poi fu la guerra, per un anno e mezzo nel deserto della Libia e dell’Egitto, e poi la cattura da parte degli inglesi e la prigionia a Zondewater in Sud Africa e il lavoro in una farm per cinque lunghi anni.

Quando tornò a casa era il febbraio del 1947, arrivò con il treno, dopo la navigazione lungo il Mar Rosso e il Canale di Suez, in una Milano irriconoscibile, devastata dai bombardamenti, in una Italia irriconoscibile che l’anno prima era diventata una Repubblica, in una famiglia irriconoscibile perchè i fratelli minori avevano timore ad avvicinarsi a questo uomo smagrito, un po’ smunto, provato nel morale e nel fisico, vestito con un cappotto che recava la scritta POW sulla schiena.

La guerra gli aveva tolto la giovinezza, la fidanzata che ne frattempo lo aveva lasciato, il sogno di frequentare l’Università, la speranza di costruirsi un futuro più roseo di quello che avevano vissuto i suoi genitori, ma gli aveva lasciato la vita e la voglia di ricominciare, di costruirsi una famiglia e di vivere una vita piena e serena, come poi, in realtà, è stato.

DERNA

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Aule, banchi e plexiglas.

Si è parlato, talvolta a sproposito, di presunte quanto improbabili barriere di plexiglas con cui isolare i ragazzi al loro ritorno a scuola e io, da vecchissima insegnante ormai in pensione, ho cercato di visualizzare questo scenario.

Ho provato ad immaginare la mia ultima classe, composta da venticinque adolescenti moderatamente scalmanati, stipati nell’aula con banchi, zaini e paraventi di plexiglas.

Li ho visti alzarsi di scatto o spenzolarsi verso un compagno tirando clamorose capocciate nelle barriere (e meno male che sono infrangibili), li ho visti tornare accaldati dalla palestra e perdersi in una nebbia di vapori più o meno corporei, li ho visti tentare di copiare o di suggerire una risposta (lo so che non si fa, ma un’insegnante accorta sa quando chiudere un occhio), ho sentito le loro voci rimbombare, li ho immaginati rinchiusi nei loro spazi ristretti, anzi francamente non sono riuscita ad immaginarli: i ragazzi di quattordici anni sono incapaci di tenere il “distanziamento sociale” in classe e quando sciamano nei corridoi durante l’intervallo.

Non ho una soluzione ( e, per fortuna, non mi compete cercarla), ma è evidente che le nostre aule sono troppo piccole e le nostre classi troppo numerose per tenere i ragazzi, per sei ore, ad una distanza ragionevole e forse è il caso di cominciare a pensare ad un’altra organizzazione delle lezioni e degli spazi.

cavenago scuola

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L’ultimo giorno di scuola.

L’ultimo giorno di scuola non può lasciare indifferenti, soprattutto quando è l’ultimo giorno di un ciclo di studi: ho visto ragazzi urlare felici gettando i libri in aria, ho visto ragazzi in lacrime seduti sui gradini della scuola, incapaci di staccarsi dai compagni di tante avventure, ma raramente ho visto qualcuno andarsene a casa come se niente fosse.

Anche per gli insegnanti è un momento importante, particolarmente alle medie, quando ci si rende conto di aver accompagnato all’uscita quelli che, solo tre anni prima, sembravano (ed erano) poco più che bambini ed ora sono degli adolescenti proiettati verso il futuro (quanto roseo dipende, in gran parte, da loro e dal lavoro fatto insieme per tre anni).

Quest’anno i ragazzi sono stati “scippati” di questo momento di passaggio, ma hanno anche scoperto, stando a casa davanti allo schermo del computer, che la scuola non è solo un susseguirsi di ore, mesi, anni di compiti, lezioni e cose da imparare e, qualche volta, di noia, ma è un mondo di relazioni in cui si impara, nel rapporto con i compagni e con gli adulti, a diventare grandi e forse, anche per questo motivo, non essere lì, in classe, al suono dell’ultima campanella lascia un po’ di amaro in bocca.

Oggi è mancato il conto alla rovescia degli ultimi secondi dell’anno, sono mancati i sorrisi e le lacrime, sono mancati gli abbracci, è mancato quel guardarsi negli occhi per scoprire nell’altro, che ti sta di fronte, i tuoi stessi sentimenti: la gioia della fine e già la nostalgia per ciò che è stato, il timore e l’attesa del futuro.

Oggi è stata la fine “strana” di un anno scolastico “strano”, un anno scolastico da ricordare.

cavenago scuola

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Inguaribile ottimismo.

In piena pandemia, quando non era ancora chiaro se e quando saremmo usciti di casa, per respirare un minimo di normalità ho fatto un colpo di testa e ho prenotato due viaggi per il mese di ottobre (le vacanze estive le passerò tra la mia abitazione e la casa in montagna, rigorosamente entro i confini della mia regione).

In ottobre, invece, se tutto andrà bene farò un viaggio breve tra Lecce e Matera e uno più lungo nel deserto del Marocco (dove direi che il distanziamento sociale è assicurato).

Quindi prenderò un paio di aerei, dormirò in una camera d’albergo, mangerò in un ristorante sempre con le dovute cautele.

Si potrebbe pensare che prenotare un viaggio in queste circostanze sia un azzardo, ma la prenotazione c’è e, prima o poi, sarà possibile tornare a viaggiare in sicurezza e se non fosse ottobre, sarà novembre, o gennaio, o marzo del prossimo anno, ma prima o poi tornerò a volare.

Adesso concentriamoci tutti e cerchiamo di evitare la “seconda ondata”.

Grazie!

In volo da Berlino a Bergamo

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Se domani…

Se domani decidessi, all’apertura dei confini regionali, di uscire dalla mia Lombardia ci sono tanti luoghi dove andrei volentieri, soprattutto perché, senza turisti stranieri, probabilmente sarebbe più tranquillo visitarli.

Tornerei per l’ennesima volta a Firenze per illuminarmi dei marmi delle sue chiese, per perdermi fra le viuzze che raccontano una storia antica, per visitare senza essere spintonata davanti ad ogni quadro, agli Uffizi, per salire a Piazzale Michelangelo e saziarmi della vista della città che si stende sotto l’ombra della grande cupola del Brunelleschi.

Tornerei anche a Venezia e non tanto e non solo per Piazza San Marco o il Canal Grande, ma per assaporare l’atmosfera preziosa del Ghetto.

Tornerei a Catania, la città dagli edifici e dalle strade scure avvolte nella luce del Mediterraneo e mi siederei al tavolino di un caffè dove di fermo spesso per gustare un cannolo siciliano.

Tornerei nelle Langhe dove ho affetti, che potrei definire stabili, e mi scalderei il cuore con un bicchiere di amato Dolcetto.

Tornerei a Parma, elegante e bellissima, dalla gastronomia opulenta, Parma la città dalla quale proviene il ramo materno dei miei antenati.

E tornerei ad Assisi, Vicenza, Agrigento, Ravenna, Torino, Bologna, Orvieto, Siena, Trieste, Trapani e tornerei in tutti i luoghi che ho amato e li ritroverei come vecchi amici mai dimenticati

A pensarci bene l’Italia è così ricca di città d’arte, di siti archeologici e storici, di paesaggi mozzafiato che c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Sono pronta a ripartire, con la mia mascherina, con tutte le cautele e i timori del caso, con tutte le limitazioni, ma con la solita voglia di scoprire, di capire e di imparare.

Firenze

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La prematura dipartita del pettegolezzo.

Oggi, mentre ero seduta al bar, ad un tavolino rigorosamente all’aperto e un po’ defilato, mi sono resa conto che il tanto decantato “distanziamento sociale” ha prodotto, se non altro, una interessante conseguenza.

Ci sono gruppetti di amiche sedute ai tavolini, due per tavolo, e i tavolini sono ben distanziati (come da regolamento), perciò le chiacchiere avvengono praticamente coram populo anche perché è difficile tenere basso il tono di voce a svariati metri di distanza e parlando dietro la mascherina.

In questa situazione ben presto le signore in questione si rendono conto che non è più possibile fare qualche succoso pettegolezzo, uno di quelli che vanno sussurrati all’orecchio, abbassando la voce il più possibile dopo ampi giuramenti (peraltro subito traditi) di non propalarli urbi et orbi.

Come si fa a confidare qualcosa che dovrebbe restare, almeno nelle intenzioni, molto privato con un tono di voce udibile a diversi metri di distanza?

Se non altro la pandemia ha decretato la dipartita (o il momentaneo letargo) del pettegolezzo da bar e questo non mi dispiace.

Caffè

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Vacanze a corto raggio.

Per noi che viviamo nella terra di Lombardia pensare alle vacanze è abbastanza problematico: ci sono nazioni che, almeno per ora, ci sbarrano i confini, ci sono regioni che vorrebbero chiederci improbabili “passaporti sanitari”, siamo sempre timorosi che i numeri dei contagi possano risalire richiudendoci di nuovo in una “zona rossa”.

Come si fa a prenotare una vacanza, ma come si fa a anche solo a pensare alle vacanze in una situazione così aleatoria?

Temo che dovremo abituarci all’idea di vacanze “a chilometro zero” o quasi, almeno per l’estate imminente ed è un peccato per coloro che amano il mare visto e considerato che quello proprio ci manca.

Abbiamo splendidi laghi, però, e montagne dove a pochi chilometri dalla pianura ci si può perdere in immensi spazi verdi, dove è difficile immaginare che si possano creare i tanto famigerati assembramenti.

Io ho la fortuna di aver acquistato anni fa una casa tra le montagne della Valsassina, con un grande balcone affacciato su un bosco e penso che, quest’estate, non mi muoverò da lì.

Poi, in autunno, se non ci sarà la tanto temuta “seconda ondata” si vedrà.

Piani di Artavaggio (Luglio 2016)

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L’emozione dell’incontro.

Era da tre mesi che non vedevo mia madre che vive in una Rsa, a poche decine di metri da casa mia e, anche se l’ho sentita spesso per telefono l’impossibilità di incontrarla, dovuta logicamente alle cautele per evitare possibili contagi, è stata molto dolorosa.

Oggi finalmente l’ho vista attraverso una finestra della struttura, mentre la guardavo potevamo anche parlarci grazie il telefono, ma, visto che mia madre è cieca, mi sono ben guardata dal dirle che ero lì, davanti a lei, perché temevo che se avesse saputo che ero presente senza poterla toccare e accarezzare, senza darle un bacio e un abbraccio, senza nessun contatto fisico , forse avrebbe sofferto di più.

L’ho ritrovata come sempre, serena e abbastanza tranquilla, consapevole della necessità della separazione, ma anche un po’ triste per la forzata separazione.

“Come stai?” le chiedo e mi chiede perché, in questo momento, la cosa che veramente conta è sapere che l’altra sta bene.

Ho un legame molto forte con mia madre, ho bisogno di proteggerla e di starle accanto e vederla così, dietro un vetro, anche se affidata alle cure amorevoli degli operatori e delle educatrici, mi ha provocato una forte emozione, ma è un’emozione buona.

Cabiria

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Ricordo di un uomo.

Il 28 maggio 1980 veniva assassinato Walter Tobagi, giornalista impegnato, lucido scrittore, acuto accademico, ma soprattutto una persona per bene.

Aveva solo trentatré anni e io lo avevo incontrato in Università perché avevo sostenuto con lui l’esame di storia moderna (ricordo vagamente il corso su Lutero e Calvino e le implicazioni della Riforma nell’economia europea).

Per me era un insegnante di quelli che non fai fatica a seguire, una persona molto umana e accogliente durante l’esame, un uomo simpatico con cui non era difficile relazionarsi.

Ricordo la camera ardente, lo sconcerto e il dolore di quanti, anche se come me per poco, lo avevano incontrato, l’atmosfera “di piombo” di quegli anni nei quali, in città e in Università si viveva una tensione che ora è difficile comprendere e persino ricordare.

Scriveva: “Il passato è passato, ma il presente, da cui dipende strettamente il futuro, non può essere ignorato. Quest’ignoranza rappresenta un vero pericolo.

Milano - Centro

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Difficili convivenze.

Tutte le mattine, mentre bevo il primo caffè con lo sguardo perso tra i fiori del mio balcone e cerco di programmare la giornata, arrivano con un’aria vagamente prepotente, da padroni di casa.

Sono due piccioni, presumo una coppia (o due affetti stabili), che hanno eletto i miei vasi fioriti a buffet della prima colazione.

Arrivano con un gran frullo d’ali, si posano con piglio deciso sul davanzale e cercano di attentare alle mie piantine di basilico (che hanno ripetutamente saccheggiato) o al piccolo limone che si sforza di far maturare dei minuscoli frutti verdissimi e profumati.

Non voglio dire che non amo gli animali, ma la convivenza con i due ingombranti (e ingordi) volatili mi risulta un po’ difficile anche perché, ogni mattina, allontanarli dalle mie preziose piantine è sempre più arduo infatti, anche se esco sul balcone e faccio rumore, restano lì, mi guardano tra l’imbambolato e l’infastidito e hanno tutta l’aria di ritenere che quella che dovrebbe andarsene sono io.

Cavenago di Brianza - Un ospite sul balcone

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