Sapori di una volta.

Qualche giorno fa ho fatto un giro veloce a Cremona, più che altro per visitare una scuola, ma sono riuscita a trovare un po’ di tempo per fare un giro in centro, per dare un’occhiata al Duomo e al Torrazzo (… e prendere l’impegno di tornare al più presto per una visita approfondita) e per mangiare un boccone in un ristorante a pochi passi dalla piazza monumentale.

In realtà il boccone era un ricco piatto di bollito misto accompagnato da salsa verde e da una sontuosa mostarda (di Cremona appunto).

Non mi capita spesso, anzi non mi capita quasi mai, di mangiare il bollito perchè non è uno dei piatti che cuciniamo visto che piace solo a me, ma è un piatto che mi ricorda l’infanzia e ha un po’ il sapore della festa, un piatto che accosta la consistenza particolare della lingua alla delicatezza del lesso al gusto speziato del cotechino.

Ma l’elemento davvero festoso è (ed era) la mostarda, coloratissima, dolce e piccante al tempo stesso.

Da bambina adoravo la mostarda, che sulla nostra tavola compariva solo a Natale o giù di lì, mi divertivo a pescare le ciliegie, che erano in assoluto le mie preferite, e gli agrumi dalla scorza leggermente amara e i fichi dalla consistenza morbida.

La breve sosta a Cremona ha permesso a tanti piacevoli ricordi di riaffiorare e non vedo l’ora di tornare.

Cremona - Gastronomia

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Vento.

C’è vento, non una brezza leggera, ma una specie di uragano che strappa le foglie e i rami dagli alberi, che li piega in modo impressionante, che solleva onde di pioggia e piega all’indietro gli ombrelli e fa tremare i vetri delle finestre.

Che piova tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre non è un fatto raro, anzi le terribili alluvioni del ’66 che colpirono soprattutto Venezia e Firenze si scatenarono proprio nei primi giorni di novembre, ma allora si trattò della conseguenza di piogge abbondanti e persistenti cadute nell’arco di diversi giorni.

Non si trattò di volenti uragani, accompagnati da tuoni e fulmini, brevi ma devastanti come quello che mi ha colto di sorpresa oggi, mentre andavo da mia madre, con il vento che mi impediva di procedere e le strade allagate e i rami caduti e la pioggia che nessun ombrello poteva fermare che mi entrava negli occhi e in bocca e mi inzuppava i vestiti.

“Contro il cielo nulla si può” recitavano nella loro saggezza i contadini, ma forse qualcosa contro i cambiamenti climatici si può ( e se si può si deve) ancora fare.

Cavenago di Brianza - Foglie e pioggia

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Il sottile brivido della paura.

Alla fine di ottobre, insieme alle piogge insistenti, tornano le letture serali dei racconti dell’orrore in biblioteca, un progetto pensato per i ragazzi di seconda media e realizzato grazie alla collaborazione tra l’istituto scolastico e la biblioteca comunale.

Come negli scorsi anni anche in queste sere i ragazzi si presentano in biblioteca, rigorosamente accompagnati dai genitori carichi di cibarie e bevande, un po’ titubanti, ma eccitati e subito vengono accompagnati lungo i corridoi bui, sfiorando gli scaffali dietro i quali si nascondono presenze inquietanti, per giungere, non senza grandi urli di puro terrore, alle varie postazioni dove i lettori presentano i racconti di Poe, di Buzzati, della Garlaschelli e di altri autori altrettanto inquietanti.

Per quasi due ore la biblioteca, che per i ragazzi è abitualmente un luogo rassicurante di studio, si trasforma in una sorta di casa degli orrori, dove la paura serpeggia come un lungo brivido, una paura fatta solo di parole, di lampi di luce nel buio, di figure che si muovono con passi felpati, una paura fatta di niente come spesso è fatta di niente la paura.

Poi alla fine del percorso si spalanca la sala illuminata con i tavoli carichi di dolci e tutte le paure diventano qualcosa di cui si può sorridere sollevati.

Anche se ormai sono in pensione questa è un’esperienza che non voglio perdermi e allora mi diverto a leggere e ad aggirarmi un po’ inquietante, tra i libri e le ragnatele finte che, grazie alla magia del buio,  sembrano vere.

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Rotazione e rivoluzione.

“Questa notte torna l’ora solare”, proclama solennemente il giornalista durante il telegiornale, “quella che rispetta la normale rotazione della terra intorno al sole” ci spiega con illuminante chiarezza.

Peccato che l’alternanza tra notte e giorno non dipenda dal moto di rivoluzione ( e non rotazione) intorno al sole (che dura circa 365 giorni proprio come un anno), ma dal moto di rotazione della terra intorno al proprio asse.

Questo è un piccolo esempio del pressapochismo che ormai troppo spesso governa l’informazione.

E’ mai possibile che chi scrive i testi e chi li legge non conoscano queste elementari nozioni di geografia astronomica? E’ possibile che non siano quasi mai sfiorati da un dubbio? E’ possibile che non esista nessuna forma di controllo sulle notizie?

Durante lo stesso telegiornale, a proposito del maltempo, viene annunciato  “Allerta in Piemonte: è stato chiuso il ponte sull’Adda a Cosio Valtellina in provincia di Sondrio”.

E dire che pensavo che Sondrio fosse in Lombardia.

Milano - Exxperience 2016

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Calzini bianchi.

Ho un ricordo della mia infanzia che mi riempie sempre di emozione, in realtà si tratta di frammenti di ricordo, di immagini fuggevoli quasi irreali come se fossero aa metà strada fra la memoria e il sogno.

Quando ero bambina ogni tanto mio padre e i suoi amici organizzavano una passeggiata in montagna piuttosto insolita perchè si svolgeva in una notte di plenilunio.

Si partiva dal paese di fondovalle che era già buio e si cominciava a salire lungo il sentiero alla luce di piccole torce elettriche che, con il passare delle ore, si affievoliva sempre di più.

Allora bisognava fidarsi della luna e, per darle una mano, indossavamo delle calze bianche che, via via che ci inoltravamo nel buio della notte, sembravano illuminarsi, e si procedeva con calma per ore, facendo grande attenzione a non inciampare mettendo un passo dietro l’altro.

Ecco, nei miei ricordi c’è quella lunga fila di calze bianche che tracciano il percorso, come le briciole di Pollicino.

Poi, quando ormai stava per albeggiare, si arrivava in cima e si vedeva sorgere il sole e la vallata laggiù ancora immersa nel buio e nel sonno.

Sono stata una bambina fortunata perchè ho vissuto avventure stupende e quasi magiche che, ancora oggi, sono tra i miei ricordi più preziosi.

Super Moon

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Politically correct.

Confessiamolo una volta per tutte, spesso ci siamo tanto persi nei meandri della  political correctness da restarne impastoiati, ci siamo tanto abituati all’attenzione alle parole, alle perifrasi più o meno ardite, alle cose che non “si possono” dire e fare da rischiare di considerare la correttezza ipocrisia e la malvagità sincerità.

E così il nuovo clima politico ha fatto sì che l’irridente insofferenza nei confronti del “politically correct” rompesse gli argini e ci portasse, come un’onda di risacca, dall’altra parte.

Di conseguenza rischiamo di non ci scandalizzarci più se c’è chi irride o insulta un altro per il colore della pelle, per l’orientamento sessuale, per l’appartenenza ad un’etnia o ad un credo religioso, per la malattia o la disabilità.

In questo “mondo rovesciato” la scorrettezza è diventata liberatoria e meritevole di consenso e la correttezza è tacciata di buonismo (che parola orrenda), debolezza e falsità.

E può accadere che se una persona si rifiuta di sedere in treno accanto ad una ragazza di colore il suo gesto cada in una fredda indifferenza se non, addirittura nell’approvazione  degli astanti.

E dire che sono passati più di sessantanni dall’autobus di Rosa Parks.

In Treno per Milano

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Gli orfani di “Ulisse”.

Sono un’accanita spettatrice di “Ulisse – Il piacere della scoperta” (una delle rare trasmissioni televisive che seguo) e ieri sera, con un po’ di disappunto, ho scoperto che quella sull’Imperatrice Elisabetta d’Austria è stata l’ultima puntata della stagione.

Questa stagione (brevissima del resto) è stata particolarmente ricca: dopo la “Notte a Pompei”, ha percorso lo splendore della Sistina, i fasti di Cleopatra, l’orrore della Shoà, con sensibilità e profondità, con il garbo di Alberto Angela, con le voci incomparabili di Gigi Proietti e Luca Ward, con immagini di raffinata bellezza.

“Ulisse” è un buon modo per trascorrere la serata immergendosi in storie mai banali, staccandosi per poche ore da una televisione fatta di isole, fratelli, dibattiti sopra le righe, pettegolezzi e amenità consimili, “Ulisse” è una trasmissione colta, ma non saccente, interessante e mai noiosa, una trasmissione che insegna arte e storia come andrebbero sempre insegnate: in modo divertente, un esempio di come può essere la “buona” televisione..

E adesso?

A noi orfani di “Ulisse” non resta che aspettare fiduciosi la prossima stagione.

Roma - Il Ghetto

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Lacrime sportive.

E’ più forte di me: quando assisto ad un evento sportivo, come per esempio la finale del Campionato Mondiale di pallavolo di oggi, e sento l’inno nazionale gli occhi si riempiono di lacrime, sono lacrime “sportive” che raccontano tutta l’emozione, tutta la tensione del momento.

Mi vergogno sempre un po’ di non essere in grado di ricacciare indietro le lacrime, vorrei essere capace di controllarmi e di non sentire la commozione in modo così devastante e non mi piace che qualcuno mi veda, allora stringo i denti e gli zigomi mi fanno male.

D’altra parte, anche se mi sforzo di essere una “tosta” ho il cuore tenero.

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Ma chi è Kafka?

Decido finalmente che è ora di passare alla fibra (sempre ammesso che sia una buona idea), telefono al mio gestore telefonico ( di cui taccio il nome per carità di patria) e stipulo un contratto che andrà poi formalizzato con l’invio di documenti cartacei con un fax (un fax? Nell’epoca della pec e dell’identità digitale devo inviare un fax o, al limite, una raccomandata).

Attraverso una procedura fichissima fisso l’appuntamento con il tecnico on line, ricevo il messaggio di conferma e mi predispongo ad una serena quanto fiduciosa attesa.

E qui entra in gioco Kafka.

Mentre sono fuori di casa, in un luogo dove sono obbligata a tenere il telefono silenzioso, ricevo una telefonata alla quale logicamente non rispondo, tento inutilmente di ricontattare il numero (a me del tutto ignoto del resto) e poi mi metto il cuore in pace: una telefonata persa come tante, richiamerà.

E invece no.

Arriva l’ora dell’appuntamento con il tecnico, che non si presenta, contatto l’assistenza clienti e mi comunicano che siccome non avevo risposto alla chiamata il tecnico non si è presentato perché non era sicuro di trovarmi in casa e poi mi fissano un nuovo appuntamento per lunedì.

Questa sera mi telefona l’assistenza clienti (un altro ufficio) che mi spiega che quelli che avevo contattato ieri non potevano fissarmi un appuntamento e ne fissano uno nuovo per martedì.

Mi intimano anche di rispondere alla telefonata preventiva del tecnico.

Butto giù la cornetta stremata e mi chiedo chi sia il nipotino di Kafka che ha studiato queste procedure demenziali.

O probabilmente la demente sono io che mi illudo che chiedere una linea telefonica e una connessione veloce (sottolineo a pagamento) sia una cosa normale.

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Il pettine.

Mi piace, quando visito i musei archeologici, soffermarmi non tanto sulle lapidi o sui reperti preziosi, ma soprattutto sugli oggetti di uso quotidiano che mi sembra rivelino una disarmante verità.

In una vetrina dell’Antiquarium “Alda Levi” di Milano è conservato un pettine in osso che risale al IV – V secolo estremamente grazioso ed elegante.

Mi piace quell’oggetto, mi piace osservarlo e cercare di immaginare la donna che se ne serviva quotidianamente per acconciare i capelli, mi piace pensare che quel pettine è stato tra le sue mani tanto a lungo che, al momento della sepoltura, chi la amava ha pensato di posarlo accanto a lei perchè la accompagnasse per l’eternità.

C’è tanta vita in un oggetto così semplice proprio perchè è un pezzetto umile, ma indispensabile, della quotidianità e può contribuire a raccontarla.

Milano romana

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