Ricordando il Vajont.

La sera del 9 ottobre 1963 una frana di 270 milioni m³ di roccia si staccava dal monte Toc e precipitava nel bacino artificiale sottostante sollevando un’onda alta più di duecentocinquanta metri di altezza che colpiva gli abitati di Erto e Casso, a monte della diga, e cancellava dalla faccia della terra la cittadina di Longarone che si trovava ai piedi della diga.

Non è questo il luogo per ricordare le cause del disastro, trattate diffusamente nelle carte processuali, nei libri e nel lavoro teatrale, emozionante e illuminante, di Marco Paolini, per quanto mi riguarda questo è il luogo del ricordo e del dolore.

Il ricordo è quello di una bambina di dieci anni che, a scuola, sente la maestra raccontare della tragedia, vede le fotografie della devastazione sulla prima pagina di un quotidiano e non capisce, ma intuisce, forse per la prima volta, la precarietà della vita umana.

Il dolore, invece, l’ho provato compiutamente lo scorso anno, in una giornata grigia, con i piedi sulla diga e lo sguardo che correva dalla frana mostruosa che ingombra la valle alla città di Longarone, laggiù, nella valle del Piave, quasi nel centro di un immaginario mirino.

E un altro sentimento si è fatto strada, il sentimento della rabbia impotente per il disprezzo della vita umana.

Vajont (Belluno)

Vajont (Belluno)

Vajont (Belluno)

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In drogheria.

Quando ero bambina e abitavo a Milano vivevo in un quartiere, l’Isola, dove c’erano tanti negozi (quelli che ora non ci sono più, soppiantati nel tempo dai centri commerciali) e fare la spesa era forse un po’ lento, ma divertente.

Uno dei negozi che amavo di più era la drogheria, un piccolo ambiente in penombra con un grande bancone dietro al quale si muoveva veloce ed esperto un signore in camice blu.

Quando si apriva la porta si udiva il suono di una campanella e si veniva investiti da un aroma pungente che era la somma di tanti profumi, un misto di caffè, cacao, detersivi e spezie, un aroma forte, ma gradevole che ritrovo ancora raramente in qualche negozietto di montagna.

Sul bancone erano schierati in bell’ordine i contenitori in vetro della pasta e del riso, mentre dall’altra parte c’erano caffè, cacao, zucchero e tante caramelle multicolori che, logicamente, attiravano la mia curiosità molto più degli altri generi alimentari.

Da un angolo filtravano i profumi del pepe, dello zafferano, dell’anice stellato, della noce moscata e della cannella, profumi rari e preziosi.

Se la mamma acquistava lo zucchero il proprietario lo prendeva dal contenitore con una paletta, lo posava su un foglio di carta blu (blu carta da zucchero appunto), lo pesava su una grande bilancia con una lancetta che oscillava a lungo, e poi confezionava un pacchetto con grande abilità.

Io seguivo incuriosita i suoi movimenti e poi, prima di uscire, accettavo una caramella o un cremino che il droghiere mi offriva regolarmente con un sorriso.

Mi sembra che sia passato un secolo.

Milano - Colori del mercato

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Vedere con le parole.

Mi piace portare a spasso mia madre in giornate come quella di oggi, con il paese invaso dai suoni e dai profumi della festa e il sole ancora caldo che sfiora la pelle.

Mia madre non può vedere le persone, l’animazione delle vie, i colori, le bancarelle, ma le descrivo ogni cosa e lei riesce a ritrovare nei suoi ricordi sepolti nel buio da tanti anni le immagini che le mie parole tentano di evocare.

Ed è contenta così, contenta di andare a spasso, contenta di sedere al tavolino di un caffè, di scambiare quattro chiacchiere, di vivere una giornata di festa con i suoi cari, di “vedere” il mondo attraverso i miei racconti.

Cavenago di Brianza - Festa Patronale 2018

 

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Non servono tante parole.

Quando una persona per bene, un galantuomo, se ne va lascia un grande vuoto tra coloro che lo conoscevano e avevano imparato a volergli bene, perchè in fondo è facile voler bene a una persona che ha dato tanto, che ha insegnato tanto.

Ma il vuoto più grande si spalanca tra coloro che non lo conoscevano, che non sapranno mai quello che hanno perso, che non potranno accostare la sua anima e trarne ispirazione.

Quando se ne va una persona buona non servono tante parole, la cosa più saggia non è parlare, ma raccogliere il suo testimone e sforzarsi di agire bene, come avrebbe fatto lui.

Buon viaggio Luigi.

Crespi

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La diatreta Trivulzio.

La “Diatreta” è una coppa pregiata in vetro intagliato di cui si conoscono pochissimi esemplari, circa una decina sparsi in tutto il mondo, e l’unica intatta è la “Diatreta Trivulzio” conservata nel Museo Archeologico di Milano.

Si tratta di un bellissimo manufatto datato tra il 350 e il 400 d.C., probabilmente prodotto nell’area tra le province romane della Gallia Belgica e della Germania Inferiore che, fin dal I secolo d.C., era una zona di produzione di oggetti di vetro con la tecnica della soffiatura a stampo di altissimo livello.

La coppa è bellissima e reca l’augurio “Bibe Vivas Multis Annis(bevi, vivrai molti anni) di colore verde smeraldo.

Si tratta di un oggetto fragile e prezioso arrivato fino a noi dal passato e mi piace pensare che si trova proprio a Milano anche se, purtroppo, non molti lo sanno.

Milano romana

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Milano silenziosa.

C’è una Milano che non assomiglia alla città frenetica che tutti conoscono (o credono di conoscere), una città fatta di vie silenziose, piazzette accoglienti, palazzi che, dal portone, lasciano intravvedere giardini segreti.

Tra Corso Magenta e il Carrobbio si incontrano resti di costruzioni di età romana, imponenti e quasi misteriosi, che affiorano qua e là, tra i palazzi moderni, circondati di verde.

E poi, in un parco quasi abbandonato, tutto ciò che resta di un grande anfiteatro (probabilmente il più grande dopo il Colosseo) ci racconta di un antico splendore celato accuratamente sotto la stratificazione della storia e ci invita ad osservare con più attenzione quelle pietre per scoprire una grandezza dimenticata.

I musei, poco conosciuti, poco visitati, rivelano oggetti preziosi emersi dal buio del passato grazie ad uno scavo (per costruire una nuova linea della metropolitana, per esempio) ed è un piacere muoversi tra le teche allestite nel silenzio e nella tranquillità delle sale.

La Milano segreta dell’età romana sfugge ai flussi del turismo di massa, ma dona il gusto della scoperta a chi, guidato dalla curiosità per il passato, la sa cercare .

Milano romana

Milano romana

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I libri proibiti.

Si è conclusa sabato scorso la “Banned Books Week” e anche la nostra biblioteca ha aderito con un’iniziativa simpatica (anche se non c’è nulla di simpatico nel proibire i libri).

In biblioteca faceva bella mostra di sè uno scaffale con alcuni libri accuratamente impacchettati e contrassegnati da un’etichetta che riportava la “motivazione” della proibizione della lettura (in varie epoche e in diversi luoghi) e così ho scoperto che alcuni volumi si sono macchiati delle peggiori nefandezze come la promozione della stregoneria (Harry Potter e la pietra filosofale), la diffusione dell’alcolismo tra i minori (Cappuccetto Rosso) o l’incitamento a nutrire sentimenti anticristiani (Il principe di Machiavelli).

Il gioco consisteva nello scegliere un libro a scatola chiusa, portarselo a casa ed aprire il pacchetto per scoprirne il titolo e poi logicamente leggerselo e assaggiare così il gusto del frutto proibito.

Così ho fatto, ho scelto un pacchetto con la scritta piuttosto intrigante “donne con ruoli di forte protagonismo” per poi scoprire, con un po’ di divertito stupore, che altro non era che “Il meraviglioso Mago di Oz”.

Questa piccola esperienza mi ha persuaso ancora di più che proibire la lettura di un romanzo o di un saggio, perchè difforme rispetto al sentire comune o perchè può urtare la sensibilità del lettore o perchè racconta stili di vita non omologati è sintomo di paura e rappresenta un preoccupante esempio di ignoranza.

In fondo chi nella storia ha organizzato dei bei roghi di libri ( e purtroppo ce ne sono tanti) non aveva a cuore i lettori, ma si proponeva semplicemente di promuovere il pensiero unico.

Non esistono libri “cattivi”, esistono libri noiosi, inutili, forse anche dannosi, certamente non tutti sono dei capolavori così come non tutti sono imperdibili, ma per comprenderli e giudicarli bisogna fare lo sforzo di conoscerli.

E adesso mi dedicherò alla lettura del Mago di Oz.

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Cavenago di Brianza - Biblioteca "I libri proibiti"

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Aperitivo in villa.

Oggi, in occasione delle “Ville aperte in Brianza 2018”,  negli ambienti di Villa Sottocasa, sede del Must (il museo del territorio), è stata organizzata una visita guidata accompagnata, nei vari ambienti del Museo, da un aperitivo veramente particolare.

L’aperitivo consisteva nella degustazione di prodotti tipici del territorio come i vini, i formaggi e i salumi di Montevecchia e le patate di Oreno, sottilissime e ancora calde.

E’ stata una bella occasione per visitare ancora una volta il Museo sempre molto interessante e per assaggiare dei prodotti forse un po’ di nicchia, ma particolarmente gustosi e pregiati.

La visita si è conclusa con una sosta nel corpo principale della villa con l’accompagnamento di una fetta di torta paesana, il dolce tipico del mondo contadino che non buttava via nulla, ma trovava sempre occasioni per fare festa anche con ingredienti poveri, ma con tanta fantasia e tanta voglia di stare insieme.

Vimercate - Must (aperitivo)

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Il piacere della disinformazione.

Fino allo scorso anno scolastico (quando frequentavo quotidianamente dei preadolescenti) consideravo un imperativo morale e quasi un dovere professionale avere in qualche modo contezza dei loro interessi e delle loro passioni.

Così, resistendo al mal di pancia e ad un principio di orticaria, davo un’occhiata di tanto in tanto a qualche reality, giusto per capire l’argomento delle loro accese discussioni.

E così cercavo di districarmi fra isole popolate di celebrità a me per lo più ignote e case che ospitavano perfetti sconosciuti o vip quasi altrettanto sconosciuti, fidanzamenti spazzati via in pochi giorni e amici che tutto mi parevano meno che amici.

Capivo poco e non mi divertivo per nulla, ma stare in classe (purtroppo) non consiste solo nel ripassare Manzoni o Leopardi i quali, detto per inciso, se fossero finiti su qualche isola mi avrebbero appassionato sicuramente di più.

La pensione mi ha regalato anche questo: il piacere di essere disinformata e il gusto di guardare Rai5 o Alberto Angela come se non ci fosse un domani.

E pazienza se alla mattina, mentre bevo un caffè al bar, non capisco di cosa parlino molti degli altri avventori.

Beata ignoranza!

Caffè

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U come uva.

Quando ero bambina l scuola cominciava il primo ottobre e, dopo un periodo di varia lunghezza passato a compilare pagine e pagine di aste, puntini e cerchietti, si passava ad imparare a scrivere le vocali.

Ricordo che la maestra scriveva, con la sua grafia tonda, ogni vocale in cima alla pagina e poi noi dovevamo fare un disegno che rappresentasse una parola che iniziava con quella lettera.

Non ricordo cosa avessi disegnato per illustrare tutte le vocali, ma ricordo distintamente “I come imbuto” e “U come uva”.

L’imbuto aveva una forma vagamente geometrica ed era facile disegnarlo sui fogli a quadretti, l’uva invece richiedeva una maggiore abilità, ma nonostante la difficoltà di rappresentare in modo credibile il grappolo che pendeva da un tralcio ricco di pampini e viticci, mi piaceva disegnarla e colorarla di un viola acceso perchè è un frutto così autunnale.

Anche oggi mi piace ritrovare l’uva sul banco del fruttivendolo perchè, come l’autunno, ha un profumo intenso, ha una morbidezza che sa di dolcezza, di mosto appiccicoso, ma allo stesso tempo porta in sè un presagio di freddo, di nebbia, di inverno e mi dà il senso dello scorrere dei giorni e delle stagioni che arrivano portando i loro doni preziosi.

Milano - Expo 2015

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