Quando il bon ton si chiamava “educazione”

Un tempo non si parlava di “bon ton”, anzi forse non si parlava neanche tanto di “buona educazione”, non se ne parlava, ma i genitori e tutti gli adulti che vivevano a stretto contatto con un bambino si prodigavano per insegnargli le regole di comportamento, quelle elementari norme che dovevano fare di lui una persona civile e rispettosa del prossimo.

L’insegnamento era sempre accompagnato dall’esempio e un bambino, o nel mio caso una bambina, che cresceva in mezzo ad adulti che rispettavano le regole che enunciavano con le parole imparava “naturalmente” come comportarsi.

Se non lo faceva c’era spesso l’ammonimento, c’era il richiamo, c’erano le frasi ripetute come un mantra “giù i gomiti dal tavolo”, “non parlare con la bocca piena”, “stai composta”, “saluta gentilmente”, “ringrazia”, “di’ per favore”, “non interrompere le persone che stanno parlando” e via dicendo.

Quando viaggiavo sui mezzi pubblici sapevo che avrei dovuto cedere il posto alle persone anziane: “Stai in piedi che diventi grande”, mi dicevano in tono vagamente consolatorio e così ho imparato, come ho imparato tante altre regolette facili facili, forse un po’ noiose, ma necessarie.

Vorrei sapere cosa hanno insegnato al bambino di sei o sette anni che oggi viaggiava in metropolitana, praticamente sdraiato su due sedili (di quelli “a onde” delle carrozze più recenti) accanto alla mamma, con un monopattino che insidiava le caviglie dei numerosi viaggiatori, alcuni dei quali dotati di capelli grigi come me, che ingombravano il vagone.

Quando il bon ton si chiamava semplicemente “educazione” la madre lo avrebbe invitato ad alzarsi e a recare meno disturbo possibile agli altri viaggiatori.

Ma questo è veramente il “passato remoto”.

Milano - Citylife Natale 2017
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Un po’ terrificante, ma …

Ne avevo sentito parlare spesso, ma non avevo mai avuto l’occasione di visitare la cappella ossario annessa alla chiesa di San Bernardino alle Ossa che sorge tra Via Larga e il Verziere.

L’edificio, a pianta quadrata, ha le pareti quasi completamente ricoperte di teschi ed ossa che si trovavano nell’antico ossario, distrutto nel 1642 dal crollo del campanile della vicina Basilica di Santo Stefano in Brolo, e dai resti umani riesumati nei cimiteri soppressi dopo la chiusura dell’ospedale locale, avvenuta nel 1652.

E’ inutile dire che, nella cappella, si espira un’atmosfera vagamente inquietante che ispira pensieri compunti sul destino dell’uomo.

Qualche turista si aggira un po’ stranito, qualcuno ridacchia nervosamente quasi ad esorcizzare il timore che tutti quei teschi dalle orbite oscure incutono anche agli spiriti più spavaldi.

San Bernardino alle Ossa merita sicuramente una visita, magari non in una tetra giornata di nebbia.

Milano - San Bernardino alle ossa
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Un’altra Milano.

C’è la Milano dei monumenti, dei turisti in file più o meno ordinate, del Quadrilatero della moda con le vetrine scintillanti, dei caffè e degli aperitivi (chi si ricorda la “Milano da Bere”?), dei locali sui Navigli.

E poi c’è l’altra Milano, quella dove la gente vive e lavora, la Milano che non si sposta con i bus gran turismo o i taxi, ma sotto terra, in metropolitana, o sotto il cielo con i tram sferraglianti, la Milano dei mercati che si snodano nei quartieri, affollati di gente che non “fa shopping”, ma più normalmente “fa la spesa”, di gente che non ammira i monumenti e i grattacieli perché li vede tutti i giorni.

Oggi, mentre andavo a Niguarda con il tram numero 5, un tram decisamente “vintage” con i sedili ancora in legno (proprio come i tram della mia infanzia), mi sono persa ad osservare la città della gente e non dei turisti, la città che corre, che non ha tempo da perdere, che vive.

Respiro aria di casa perchè è in “questa” Milano che mi sento veramente a casa.

Milano - Università  Bocconi
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Il ponte del XXV Aprile.

Non mi riferisco, come potrebbe sembrare, all’infilata di giorni di vacanza da Pasqua al Primo Maggio che una fortunosa congiunzione astrale ha regalato soprattutto agli scolari (ma in alcuni casi anche ai lavoratori).

Il Ponte XXV Aprile ( o per meglio dire il Ponte 25 de Abril) è un ponte vero e proprio, un magnifico ponte sospeso in acciaio che attraversa il Tago e collega Lisbona al distretto di Setubal.

Costruito nel 1960 su commissione del dittatore Salazar che, molto modestamente, gli diede il nome vide cambiare la propria intitolazione a seguito della Rivoluzione dei Garofani avvenuta appunto (guarda caso) il 25 aprile 1974.

Il ponte venne costruito dall’American Bridge Company, la compagnia che costruì, tra l’altro, il Golden Gate Bridge di San Francisco al quale il ponte lusitano si ispira.

Lisbona (Portogallo) - Ponte XXV Aprile


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25 Aprile 1945.

“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra Fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i Tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”

Sandro Pertini, che poi sarebbe diventato un grande presidente della Repubblica, con questo l’appello radiofonico proclamava l’insurrezione generale a Milano.

Era il 25 aprile del 1945.

Milano - Celebrazione del XXV Aprile
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Il dolore lontano.

La sacralità della Pasqua è stata funestata da una serie di attentati in Sri Lanka dove si piangono decine e decine di vittime e centinaia di feriti, ma le immagini scorrono sugli schermi televisivi quasi in sordina.

Una settimana fa ci siamo paralizzati davanti alle immagini della cattedrale di Notre Dame avvolta dalle fiamme con emozioni di sgomento e di dolore, ma incredibilmente le stesse emozioni sembrano attutite davanti alla tragedia di Colombo, come se il dolore si potesse misurare sulla distanza, come se fosse giusto che ciò che succede accanto a noi ci coinvolga di più di ciò che accade lontano.

Continuiamo a parlare di globalizzazione, ma è chiaro che non sentiamo il dolore in modo globale perchè i sentimenti sono diversi se chi è colpito è vicino a noi o ci somiglia.

Anche noi, forse, dovremmo chiederci, come il dottore della Legge della parabola del “Buon samaritano”: “Chi è il mio prossimo?”.

Padova - Giotto - Cappella degli Scrovegni
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Silenzio e riflessione.

Almeno una volta all’anno fa bene prendersi un po’ di tempo per fare silenzio intorno a noi e soprattutto dentro di noi e riflettere sul dolore, sulla morte.

Fa bene restare sospesi in questa attesa della resurrezione e del trionfo della vita e dell’amore sulla morte.

Padova - Giotto - Cappella degli Scrovegni
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A un passo dal cielo.

Con gli occhi ancora pieni delle immagini angoscianti del fuoco che ha devastato Notre Dame oggi, quando uscendo dalla stazione della metropolitana mi sono trovata davanti il Duomo, mi si è stretto il cuore al pensiero dei Parigini colpiti in uno dei loro simboli più cari.

Osservando la “mia” splendida cattedrale mi è nato dentro, improvviso, il desiderio di salire sulle terrazze, quasi per controllare che tutto fosse in ordine, che nessuna minaccia si profilasse all’orizzonte, che nulla potesse mettere in pericolo tanta bellezza.

E così, dopo un tempo abbastanza lungo alle biglietterie, sono salita lassù, a un passo dal cielo, tra le guglie eleganti e i fregi ricchissimi di dettagli e ho passeggiato accarezzando con lo sguardo i marmi e le mille figure che tanti artigiani, nei secoli, hanno scolpito per elevare al cielo una preghiera fatta di arte e di pietra.

Intorno a me si aggiravano tanti turisti che esprimevano l’ammirazione e lo stupore in una babele di lingue e si scattavano selfie all’ombra dei santi cristallizzati per sempre nel marmo.

Milano - Sul Duomo
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Notre Dame

Guardo le immagini della cattedrale di Notre Dame avvolta dalle fiamme con gli occhi pieni di lacrime, lacrime di dolore per questa chiesa bellissima orribilmente devastata, di dolore per una delle città che amo di più colpita in uno dei suoi simboli più cari.

Perché chi arriva a Parigi per la prima volta si ritrova fatalmente qui, sull’Île de la Cité, nel cuore medievale della città, davanti alla stupenda facciata della cattedrale carica di arte e di storia e alza gli occhi verso i portali e il grande rosone, verso le torri possenti, in cerca dei mostruosi gargoyle posti là, sulle balconate, per tenere fuori dalla chiesa gli spiriti maligni.

Ed oggi, proprio nel primo giorno della Settimana Santa, il fuoco si è impossessato di questa meraviglia e tutti gli interventi degli uomini, così piccoli davanti al disastro, sembrano inutili.

Guardo Notre Dame con gli occhi pieni di lacrime e con la tristezza nel cuore perchè la cattedrale non è solo un pezzo di storia di Parigi o della Francia, ma è un patrimonio di arte, di storia, di cultura che appartiene a tutti noi.

Parigi Agosto 1978
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Dietro la facciata.

Ogni tanto mi capita, osservando un edificio, di chiedermi cosa celi la facciata, di cercare di immaginare gli ambienti, le atmosfere, le vite che muri e finestre, con la loro riservatezza, proteggono dagli sguardi curiosi dei passanti.

Ieri al Fuorisalone e più precisamente in via Tortona la mia curiosità è stata, se non proprio soddisfatta, in parte concretizzata da un’istallazione di
Alex Chinneck, l’artista britannico celebre per le sue opere di grande impatto illusionistico, come la casa di Margate la cui facciata, tipicamente inglese di mattoni rossi e infissi bianchi, sembra scivolare nel giardino.

Nello spazio dell’Opificio 31 una casa, che appare semi aperta da una enorme zip laterale, crea l’illusione di una facciata che si arrotola su se stessa per mostrare un interno fatto di luci e ci toglie ogni certezza sulla solidità dei materiali (i mattoni, il legno degli infissi e il vetro) che diventano, come per magia, plastici.

Anche l’interno dell’edificio, del resto, è un susseguirsi di zip che aprono squarci luminosi nei pavimenti e nelle pareti.

L’effetto dell’istallazione è indubbiamente di grande impatto e lascia una sensazione di divertito stupore.

Milano - Fuorisalone
Milano - Fuorisalone
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