Lo scaffale vuoto.

A Berlino, in Bebelplatz, proprio di fronte all’imponente facciata della Humboldt-Universität, c’è un pannello trasparente grande più o meno come un tombino che lascia intravvedere una stanza, sotto il livello della piazza, arredata con scaffali da biblioteca completamente vuoti.

A pochi passi dal pannello una targa ricorda che, proprio in quel punto,
il 10 maggio 1933 avvenne il rogo in cui i nazisti bruciarono circa 25.000 volumi ritenuti pericolosi ed è questo evento che gli scaffali vuoti vogliono dolorosamente simboleggiare.

Quello del ’33 non è stato il primo rogo di libri e temo che, purtroppo, non sarà l’ultimo perché ogni dittatorucolo che si rispetti (o che non si rispetti) nella sua carriera sente il desiderio di distruggere i libri, perché i libri parlano con parole di libertà, i libri hanno una voce esprimono idee (giuste o sbagliate non importa), fanno pensare, rendono liberi, i libri fanno paura perchè creano cultura e chi si nutre di ignoranza teme la cultura come la peste.

Heinrich Heine scriveva: “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani.” ed è questa la frase incisa sulla targa commemorativa.

Mi sono inginocchiata e ho ripensato a quei libri bruciati che, nonostante il rogo, sono sopravvissuti a chi voleva far tacere la loro voce, e mi sono consolata un po’ pensando che i dittatori passano, ma la parola scritta resta.

Berlino - L'università - La biblioteca senza libri
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Potsdamer Platz.

Era il cuore di Berlino alla fine del XIX secolo, crocevia delle strade commerciali che percorrevano la nuova capitale e conobbe il massimo splendore negli anni ’20 e ’30 quando, intorno alla piazza, sorsero teatri, negozi, luoghi di potere e ambasciate.

Alla fine della seconda guerra mondiale la piazza subì pesanti devastazioni e, con la costruzione del muro che la attraversava, assunse l’aspetto di una vasta area sgombra e desolata, almeno così la ricordo quando mi spiegavano che nulla poteva essere ricostruito fino a quando la città non fosse stata riunificata.

E così è stato.

Oggi Potsdamer Platz è tornaata ad essere uno dei luoghi più vivaci della città, circondata da alti edifici scintillanti fra i quali spicca il Sony Center, uno spazio circolare, coperto da una sorta di tendone da circo, dove si affacciano negozi e locali.

Nei giorni passati a Berlino per noi è diventato il luogo dove rilassarsi, seduti al tavolo di una birreria, davanti ad un boccale di generose proporzioni, un luogo dove riposare e intanto osservare “come gira il mondo” e chiacchierare tranquillamente.

Berlino - Potsdamer Platz
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Tränenpalast.

Ai tempi della divisione, ai tempi del muro questo edificio era soprannominato “palazzo delle lacrime” ed era il posto di frontiera (un po’ meno celebre del Checkpoint Charlie) tra le due Berlino.

L’edificio, collocato accanto alla stazione di Friedrichstraße, era un luogo di separazione e di dolore e di lacrime per chi, uscendo da Berlino Est, andava incontro ai rigorosi controlli della polizia di frontiera e chi, come molti dei miei amici, non poteva lasciare la parte orientale della città e doveva accomiatarsi in fretta, senza neppure avvicinarsi alle vetrate, senza un ultimo cenno della mano.

Oggi è un museo che ricorda la dolorosa vicenda della divisione dove
si può percorrere (o ripercorrere non senza emozione) lo stretto corridoio dove consegnavo il passaporto ad un militare che non sorrideva mai, dove si possono varcare quelle porte che si chiudevano alle mie spalle e che attraversavo senza neppure gettare uno sguardo dietro di me.

Ho visitato il museo con una sorta di dolore misto a rabbia, la rabbia per quegli anni rubati, per le amicizie rubate da una politica fatta di scelte miopi e ottuse, per le occasioni che quelle scelte hanno negato ai ragazzi di allora, piccole pedine di una storia più grande di noi.

Noi immaginavamo, allora, che il muro sarebbe caduto così presto, ma mai abbastanza presto, non immaginavamo che quella assurda frontiera sarebbe diventato un luogo della memoria.

Berlino - Tranenpalast (Frontiera tra l'est e l'ovest)
Berlino - Tranenpalast (Frontiera tra l'est e l'ovest)
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Denkmal für die ermordeten Juden Europas.

Il “Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa” sorge a Berlino a pochi metri dalla Porta di Brandeburgo e vicinissimo al luogo dove sorgeva il bunker di Hitler, proprio sul terreno occupato dal palazzo e dalle proprietà di Goebbels .

Il memoriale, completato nel 2004, è composto da un campo dove sorgono 2711 stele e da un centro d’informazione sotterraneo.

Le stele in calcestruzzo colorate di grigio scuro sono disposte su un tracciato ortogonale percorribile dai visitatori, dall’esterno sembrano di altezze simili, ma in realtà, poichè poggiano su un terreno vagamente inclinato, via via che ci si avvicina al centro della struttura “fagocitano” il visitatore che si trova immerso in un contesto solo apparentemente ordinato, ma che fa perdere il contato con la realtà in un clima di angosciante solitudine.

Personalmente la struttura mi ha ricordato uno dei tanti cimiteri dei ghetti ebraici sparsi nelle città d’Europa.

Purtroppo l’area, lungi da conciliare la riflessione, è diventato un luogo dove si ritrovano ragazzi che si scattano selfie e famiglie con bambini che giocano a nascondino fra le pietre.

Mi ha un po’ infastidito l’atteggiamento di chi si aggira tra le pietre come fossero un labirinto o un’area da pic nic, ma forse è giusto così, forse è solo una metafora della vita che comunque prende il sopravvento sull’orrore e sulla morte.

Berlino - Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa
Berlino - Memoriale per gli ebrei assassinati d'Europa
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Ostalgie.

“Ostalgie” è una parola entrata nei primi anni ’90 nel vocabolario tedesco per indicare un sentimento di nostalgia nei confronti della scomparsa DDR.

Forse è proprio l’ostalgie, o forse è il desiderio di riscoprire un passato così vicino e pure così lontano, che spinge molti cittadini tedeschi a mettersi disciplinatamente in fila davanti al “DDR Museum” di Berlino.

Per me, che ho spesso visitato Berlino Est negli anni settanta, quando il muro segnava un confine non solo tra due città e tra due nazioni, ma anche tra due modi di vivere e tra due culture, visitare il museo è stato un tuffo in un passato del quale, francamente, non sento la mancanza.

Mi sono aggirata tra le Trabant e le stanze arredate in puro stile DDR, e le divise dei pionieri e gli oggetti simbolo di quei tempi senza rimpianti e anche senza curiosità, ma con un desiderio di scoperta e di riscoperta di un mondo che conoscevo bene, ma che non amavo, perchè non amavo il clima un po’ claustrofobico della città divisa dal muro.

Per chi non ha memoria di quei tempi il “DDR Museum” è un’esperienza irrinunciabile.

Berlino - Museo della DDR
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Nel cielo sopra Berlino.

Va bene, lo ammetto, è una cosa “da turisti”, ma non ho saputo resistere alla tentazione di salire sulla Fernsehturm, la mitica Torre della Televisione, visibile da tutta la città che, con i suoi 368 metri e rotti di altezza domina Alexanderplatz.

La torre fu costruita tra il 1963 3 il 1969 per celebrare i fasti della DDR e fu subito definita ironicamente “la vendetta del Papa” perchè, in una città che aveva cancellato tutte le croci, nelle giornate di sole sui vetri della sfera si accende un riflesso proprio a forma di croce che, nonostante svariati tentativi, è stato impossibile eliminare.

Oggi la torre, insieme alla Porta di Brandeburgo, è uno dei simboli che identificano la città.

Siccome non ci facciamo mancare niente abbiamo prenotato un tavolo (logicamente lato finestra) nel ristorante girevole della sfera e così, mentre facevamo colazione, abbiamo potuto ammirare Berlino in tutto lo splendore di una giornata limpida e ventosa.

Berlino - Colazione sulla Torre della Televisione
Berlino - Colazione sulla Torre della Televisione

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Berlino.

Fino agli anni ottanta, quando la città era ancora divisa dal muro, sono andata spesso a Berlino poi, per tanto tempo, non sono più tornata anche perchè i miei amici, che vivevano nella parte orientale della città, potevano finalmente viaggiare attraverso l’Europa.

Dopo tanti anni eccomi qua, a cercare di far coincidere i ricordi con la realtà, ad aggirarmi tra i palazzi di Potsdamer Platz con la memoria di un grande spazio vuoto attraversato dal muro, ad attraversare la Porta di Brandeburgo, a passeggiare liberamente in Alexanderplatz.

Oggi Berlino è una città viva, un cantiere ancora aperto, un luogo che alterna edifici nuovissimi a costruzioni che risalgono al grigiore dagli anni della Guerra Fredda quando una “Cortina di ferro”, come disse Churchill, era calata attraverso l’Europa.

Berlino è anche la città che sta facendo i conti con il suo pesante passato senza ipocrisie e che sa mostrare con naturalezza i dolori e gli orrori della storia nella consapevolezza che solo affrontando la realtà si può comprenderla e superarla.

Berlino - Alexanderplatz
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Milano Liberty.

L’associazione “Italia Liberty” ha organizzato nella settimana dall’8 al 14 luglio, l”Art Nouveau Week, la prima edizione di una manifestazione, diffusa su tutto il territorio nazionale, per celebrare la corrente artistica che ha caratterizzato i primi decenni del secolo scorso.

Nell’ambito della manifestazione oggi ho partecipato ad una interessante passeggiata, attraverso il Quadrilatero del Silenzio, nella zona di Porta Venezia a Milano, alla scoperta di edifici dalle forme ricercate ed eleganti poco conosciuti perchè fuori dai percorsi turistici più famosi della città,

Oltre a Palazzo Castiglioni, che ho visitato diverse volte, mi ha colpito particolarmente Casa Campanini, una residenza di grande bellezza costruita dal 1904 al 1906 dall’architetto Alfredo Campanini che vi pose la sua residenza.

L’edificio si presenta con un portone ornato da due cariatidi che incorniciano un bellissimo cancello a ghigliottina, opera di Mazzucotelli, l’atrio d’ingresso si affaccia su un giardino interno di grande eleganza, mentre sulla destra si apre una scala finemente decorata.

Casa Campanini è un gioiello di Milano che pochi conoscono ed è un vero peccato.

Milano - Liberty Week - Casa Campanini

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Istinto materno.

Ieri, per sfuggire un po’ al caldo quasi insopportabile, ho deciso di fare una passeggiata lungo l’Adda, tra Imbersago e Brivio, percorrendo l’alzaia a tratti ombrosa e ventilata.

E’ stato piacevole camminare lungo il fiume, osservando gli uccelli che ne popolano le rive, i cigni maestosi, gli eleganti aironi cinerini, le folaghe, gli svassi, le gallinelle d’acqua che nidificano tra la vegetazione.

Alla fine della passeggiata, mentre riposavo su una panchina all’ombra, ho visto una famigliola di folaghe scivolare vicino al punto di attracco del traghetto di Imbersago: in testa al gruppo un maschio un po’ distratto seguito da una femmina intenta a radunare una numerosa nidiata di piccoli, spelacchiati e decisamente bruttini.

Come spesso accade ce n’era uno, un po’ più “imbranato” dei fratelli che restava indietro e faticava a nuotare contro corrente e allora la madre, con infinita pazienza, tornava sui suoi passi per aiutarlo a vincere la forza dell’acqua,

Ad un certo punto, mentre la femmina metteva in sicurezza in una pozza calma i suoi piccoli, quello che era restato indietro si è spostato verso il centro del fiume quel tanto che bastava per farsi trascinare via dalla corrente.

La madre non se n’è accorta subito, ma quando si è resa conto che il suo piccolo si era allontanato troppo, si è messa a nuotare forsennatamente verso di lui, ha spiccato il volo, lo ha raggiunto senza però riuscire ad agganciarlo perché la corrente, ormai troppo forte aveva catturato anche lei.

Dopo pochi minuti di tentativi disperati la folaga ha dovuto abbandonare il piccolo al suo destino. si è alzata in volo ed è tornata, stremata, dal resto della nidiata che la attendeva pigolante.

Purtroppo la storia non ha avuto un “lieto fine”, ma mi ha insegnato quanto possa essere forte l’istinto materno.

Imbersago
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Il selfie del degrado.

T’invidio turista che arrivi
t’imbevi de fori e de scavi 
poi tutto d’un colpo te trovi 
fontana de Trevi ch’e tutta pe’ te…
.”

Cantava Renato Rascel immaginando lo stupore del turista che, sbucando da una via laterale, si trova davanti l’incanto della fontana forse più famosa al mondo, tanto bella, come è bella tuta la città, da spingere chi visita Roma a gettare una monetina nell’acqua per assicurarsi la fortuna di tornare lì ancora una volta nella vita.

Anch’io ho gettato quella monetina (forse allora erano dieci lire) e sono tornata spesso nella città Eterna, l’ultima volta poco meno di un anno fa, e l’ho sempre ritrovata splendida nella sua monumentalità, imponente, luminosa con i marmi delle vestigia del passato che si stagliano nel cielo reso limpido dal vento.

E, benché ami in modo sconsiderato Milano, sono sempre stata orgogliosa della nostra Capitale, della città unica al mondo per la ricchezza della sua storia, dell’incanto che sa donare alla sera, quando il sole declina e ci si trova sulla terrazza del Pincio.

Proprio perché amo Roma mi riempie di tristezza vedere la città martoriata dai rifiuti, vedere i turisti che si scattano selfie davanti ai cumuli di immondizia e pensare all’immagine deludente che stiamo offrendo a chi, magari per una sola volta nella vita, si trova qui e non vede l’arte, la bellezza, la cultura, la storia, ma solo il degrado.

Non vorrei che, passando dalla Fontana di Trevi, si guardassero bene dal gettare la fatidica monetina.

Roma
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