Oradea: una meta insolita.

Oradea è una città della Romania, a pochi chilometri dal confine ungherese, è il capoluogo del distretto di Bihor, nel territorio della Transilvania (sì, proprio quella di Dracula), è una città di circa duecentomila abitanti, un po’ estranea ai percorsi turistici anche se meriterebbe un po’ più di attenzione.

Il suo centro storico, ampiamente restaurato in tempi recenti, anche grazie ad un intelligente utilizzo di fondi europei e privati, presenta una serie di dimore in stile Liberty di una bellezza da togliere il fiato.

Passeggiando tra i palazzi, lungo la zona pedonale, si raggiunge la grande Piaţa Unirii , uno spazio aperto su cui si affacciano palazzi eleganti, chiese barocche, ristoranti e caffetterie, un luogo animato, anche durante il rigido inverno romeno, dove incontrarsi, scambiare quattro chiacchiere e bere un caffè insieme o concedersi un giro sui pattini oppure sfidare il freddo sulla ruota panoramica che regala una vista stupenda sul panorama della città.

Oradea merita una visita, magari un week end lungo, perché è una città poco conosciuta, ma che ha un fascino che non ti aspetti.

Oradea (Romania) - Palazzi del centro storico
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Gli ultimi giorni di dicembre.

Passato il Natale, archiviati i presepi, le luminarie, i canti struggenti è ora di proiettarsi verso il nuovo anno, verso le feste di piazza, i botti, i cenoni e l’immancabile concerto del Musikverein con i suoi valzer così eleganti e, al tempo stesso, così pieni di atmosfere malinconiche.

Per me gli ultimi giorni di dicembre coincidono con la preparazione delle valigie, l’attesa in aeroporto, il volo in un cielo spesso carico di nubi che aprono squarci su panorami innevati.

Ho iniziato gli ultimi anni in luoghi diversi, lontani da casa, nelle terme in Slovenia, tra i palazzi di Cracovia, davanti ai panorami insoliti dell’Azerbaijan, al caldo sole di Lisbona e mi è sembrato di buon auspicio iniziare l’anno facendo una delle cose che amo di più: viaggiare.

Amo viaggiare, amo vedere luoghi nuovi, conoscere persone, assaggiare cibi diversi, immergermi, anche solo per qualche giorno e in modo superficiale, in culture diverse dalla mia.

Anche quest’anno la valigia è pronta, la carta d’imbarco è già in borsa, anche quest’anno passo in rassegna tutto ciò che potrebbe servirmi (e se ho dimenticato qualcosa pazienza, in fondo in tutti i paesi del mondo ci sono dei negozi) e sento la sottile eccitazione dell’avventura.

Si parte.

Gobustan (Azerbaijan) - Vulcani di fango
Gobustan (Azerbaijan) – Vulcani di fango – 1 gennaio 2018
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L’antivigilia a Milano

Le scuole sono chiuse, la giornata è splendida e non freddissima e pare che il mondo intero abbia deciso di fare quattro passi tra il Quadrilatero, la Galleria e Piazza del Duomo.

Si cammina a fatica in Galleria e davanti alla Rinascente, dove nelle vetrine è stato allestito un presepe napoletano, la folla si accalca per ammirare le statuine dei personaggi intenti a praticare i più svariati mestieri.

In via di Santa Redegonda le luminarie raffigurano i personaggi della saga di “Star Wars”, mentre, davanti a Luini, si snoda la fila degli appassionati dei panzerotti.

La zona di Brera è più tranquilla, ma anche qui le vie splendono di luminarie e le vetrine scintillano eleganti e preziose.

Milano a Natale è ancora più bella del solito.

Milano (Natale 2019) - Piazza del Duomo
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L’esplosione serale

Puntuale come il destino cinico e baro, tutte le sere, quando ho finito di sistemare la cucina e mi raggomitolo sul divano per un po’ di televisione o un po’ di lettura, una violenta esplosione mi fa sobbalzare.

Da tempo immemorabile è tradizione festeggiare la fine dell’anno con botti, fuochi d’artificio e, una volta, con il lancio di oggetti vecchi dalle finestre.

Quando ero bambina i botti augurali erano piuttosto rari, in compenso alla mattina di Capodanno i marciapiedi erano ingombri di frammenti di stoviglie di ogni tipo.

Questa usanza, del resto abbastanza pericolosa, si è persa, mentre proliferano le esplosioni già a partire dagli ultimi giorni di novembre e si protraggono, senza soluzione di continuità, fino a carnevale.

Intendiamoci mi piacciono i fuochi d’artificio e quando mi capita resto lì incantata ad ammirarli, mentre i boati violenti che fanno tintinnare i vetri delle finestre e mi fanno sobbalzare sul divano mi danno un gran fastidio.

Scommetto che ci sono modi più intelligenti per spendere i propri soldi…. ma, in fondo, tutti i gusti son gusti.

Lisbona (Portogallo) - Notte di Capodanno - Fuochi artificiali
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21 Dicembre 1989

A Bucarest, durante il discorso di Nicolae Ceausesco, trent’anni fa, la folla comincia a rumoreggiare inneggiando alla rivolta scoppiata cinque giorni prima a Timisoara, l’oratore dal palco invita alla calma, poi si sentono degli spari.

Era iniziata la rivoluzione romena, a pochi giorni dalla caduta del muro di Berlino, ma questa non era una transizione pacifica, come più o meno è successo il tutti i paesi dell’Europa dell’est, a pochi giorni di distanza il dittatore venne fucilato e il paese, dove in quei giorni sventolavano le bandiere con un grande buco nel mezzo, per la scomparsa dell’emblema comunista, si avviava verso un difficile cammino di cambiamento e pacificazione.

Quando la visitai nel 1994, a pochi anni da quegli eventi, si respirava già un’aria nuova, anche se l’aspetto delle città e della campagna non era dissimile dai decenni precedenti e uno dei particolari che mi colpì fu una grande pubblicità della Coca Cola (il consumismo occidentale era arrivato) su un muro vicino alla sinagoga di Oradea.

La Romania, in questi trent’anni, ha fatto un lungo percorso che l’ha portata anche a far parte dell’Unione Europea ed è mutata come sono mutati tutti i paesi che stavano dietro la cortina di ferro.

Tra una settimana il mio aereo atterrerà a Timisoara e potrò osservare di persona il cambiamento.

Oradea - Romania 1995

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Il parlamentare “ostaggio”.

Ecco, se c’è una cosa che mi fa impazzire degli inglesi, è il rispetto delle tradizioni, tradizioni spesso anacronistiche e sempre curiose, ma forse proprio per questo affascinanti, che vengono mantenute anche nei momenti difficili per il Regno Unito.

La cerimonia di apertura del Parlamento, per esempio (come quella che si è svolta oggi), è accompagnata da alcuni momenti legati alla tradizione che potrebbero far sorridere, ma che mantengono intatto il loro significato storico.

Innanzitutto, primo dell’arrivo della sovrana, le cantine del Parlamento vengono accuratamente ispezionate con una lanterna dai Beefeater (le guardie della Torre di Londra) per scongiurare un attentato, in ricordo della “congiura delle polveri” del 1605, con la quale alcuni cattolici inglesi complottarono per attentare alla vita del sovrano protestante Giacomo I, facendo esplodere il palazzo proprio durante la cerimonia di apertura.

Il progetto fallì, ma il mancato attentato viene ricordato ancora oggi, il 5 novembre, durante la Bonfire Night, con fuochi d’artificio e falò nei quartieri (“Remember, remember, the fifth of November” recita la filastrocca).

L’altra usanza decisamente curiosa prevede che un deputato venga inviato come “ostaggio” a Buckingham Palace, prima della partenza della sovrana, per garantire la sua incolumità.

Anche questa usanza risale al passato, ai tempi di Carlo I quando, a causa dell’ostilità del Parlamento, per il re non tirava sicuramente una buona aria ed era meglio, per il sovrano, garantirsi il ritorno a casa con un ostaggio.

Come è tradizione (naturalmente) la regina non tiene un discorso, ma legge un intervento stilato ed approvato dal Governo che governa in suo nome.

Sarà per questo rispetto delle tradizioni che affondano le loro radici nella storia che il Regno Unito mi affascina tanto.

Londra - Buckingham Palace

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Il “mio” film di Natale

Quando manca qualche giorno a Natale vado in cerca del mio film prediletto, una pellicola ormai vecchiotta (infatti risale al 2003):: “Love actually”.

Per chi non lo conoscesse il film racconta e intreccia diverse storie d’amore in una Londra scintillante di luci che illuminano le due settimane che precedono il Natale.

Il cast è stellare infatti recitano alcuni dei miei attori preferiti come Emma Thompson, Liam Neeson, Colin Firth, il compianto Alan Rickman, Keira Knightley e Hugh Grant.

Cosa c’è di meglio del Natale per raccontare l’amore, l’amore che nasce, l’amore che finisce, l’amore disperato, l’amore timido e impacciato, l’amore inaspettato, l’amore adolescenziale che sembra tragico e importante perché, a quell’età, l’amore è sempre importante.

E intorno c’è Londra con le sue luminarie, e le vetrine splendide di Fortnum & Mason e i Double Decker che fendono il traffico sotto la pioggia e il nevischio.

Tra le scene che adoro c’è quella di Hugh Grant, un giovane e timido primo ministro, che balla in maniche di camicia tra le sale di Downing Street e, imperdibile, Rowan Aktinson (meglio noto come Mr. Bean) che impacchetta un regalo natalizio con dovizia di spezie, fiori secchi, fiocchi e nastrini (quasi come mi è capitato di veder preparare un pacchetto da un solertissimo commesso di Fortnum & Mason e non sto a raccontare che fatica ho fatto a restare seria).

Sorrido e mi commuovo perché, in fondo, il film racconta i sentimenti profondi che, soprattutto a Natale, sembrano aver ancora più forza.

Poi, la sera della vigilia, sarà la volta di “Una poltrona per due”, ma questa è un’altra storia.

Londra - Fortnum & Mason
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Obbligo di presepe.

Il Consiglio Comunale di Grosseto ha approvato una mozione che impegna il Sindaco e la Giunta “affinché all’interno di ogni scuola comunale e del palazzo comunale sia allestito in vista delle prossime festività un presepe, ben visibile e di consone dimensioni.”

A parte il fatto che mi piacerebbe avere un’idea di quali siano le “consone dimensioni” mi lascia perplessa l’affermazione del consigliere che, nel presentare la mozione, ha dichiarato: “non è un simbolo religioso riguardante la tradizione cristiana, ma fa parte della nostra storia”

Secondo me l’errore sta proprio qui: il presepe è un simbolo religioso perché ci ricorda, nella sua rappresentazione semplice, il mistero dell’incarnazione, del Verbo che si fa carne, che si fa uomo per salvare ogni uomo.

Il presepe fa parte di una tradizione religiosa che risale a San Francesco e ci parla di amore, di accoglienza, di accettazione del diverso.

Non dimentichiamo mai che il presepe ci rappresenta una famigliola povera tra i poveri, senza un alloggio decente, respinta e rifiutata, che riceve accoglienza e calore solo tra i più umili, i pastori.

Se non ci sforziamo di accogliere, di amare, di comprendere non siamo degni del presepe, perché il presepe non può essere un obbligo, il presepe è nel cuore.

Milano - Presepe all'Albergo Diurno



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La memoria offesa.

La vicenda è nota: è stata pubblicata una vignetta nella quale un piccolo Boris Johnson, che brandisce gioioso una bandierina britannica, fugge da un’Europa rappresentata come il campo di sterminio di Auschwitz.

L’immagine, che evidentemente voleva essere ironica (… ma con scarso successo) ha sollevato critiche da più parti fino a che non sono intervenuti i curatori dell’
Auschwitz Memorial con un tweet in inglese e in italiano (hai visto mai che a Roma ci sia qualche problema di traduzione), che redarguisce in modo deciso gli autori: “Arbeit macht frei” era un’illusione cinica che le SS davano ai prigionieri di Auschwitz. Quelle parole sono diventate una delle icone dell’odio umano. È doloroso per la memoria di Auschwitz e delle sue vittime vedere questo
simbolo strumentalizzato e vergognosamente abusato.

La vignetta offende non solo le vittime dello sterminio, ma anche quanti, pur tra mille difficoltà, credono ancora nell’Europa e nei suoi valori.

Per inciso l’autore è corso ai ripari (si fa per dire) sostituendo il famigerato cancello del lager con la tazza di un water… e se la toppa non è peggiore del buco poco ci manca.

Auschwitz - Birkenau
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I miei primi sci.

Avevo poco più di sei anni quando mio padre decise di acquistarmi il mio primo paio di sci, visto che da due anni mi arrabattavo con attrezzature prestate da amici e parenti.

I miei primi sci erano di legno, pesantissimi, con gli attacchi a molla di sicurezza (si trattava di uno strano meccanismo che in caso di caduta e torsione della caviglia, liberavano il piede evitando così una frattura), erano azzurri e lunghissimi infatti per decidere la misura avevo dovuto stendere completamente il braccio (… poi per sicurezza il commesso aveva aggiunto qualche centimetro, tanto prima o poi sarei cresciuta).

Così attrezzata, oltre ai bastoncini metallici e agli scarponi di cuoio ingrassati di fresco col grasso di foca, scarpinavo faticosamente dietro a mio padre che si guardava bene dal darmi una mano (la fatica aiuta a crescere), salivamo a piedi lungo un pendio poi, finalmente, agganciavamo gli sci e ci buttavamo giù per poi ripetere l’operazione fino a quando eravamo stremati.

Quando i muscoli erano abbastanza indolenziti e le ombre cominciavano ad allungarsi ci concedevamo una sosta in un rifugio per una cioccolata calda e una fetta di torta e poi salivamo sulla gloriosa seicento per far ritorno a casa.

Mi piacevano quelle giornate passate insieme, solo mio padre ed io (visto che mia madre restava a casa con il mio fratellino neonato), mi piacevano anche il freddo e la fatica e i guanti che diventavano fradici, mi piacevano il vento in viso e la velocità (che non doveva essere molta per la verità).

La cosa che però mi fa riflettere è che, allora, alla fine degli anni ’50, lo sci non era uno sport di massa e solo ora capisco quanto fossi privilegiata e quanti sacrifici, anche economici, la mia famiglia abbia affrontato per permettermi di praticare uno sport che mi piaceva tanto.

Non smetterò mai di ringraziare i miei genitori.

Piani di Artavaggio tra San Silvestro e Capodanno
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