Le prime forsizie.

Sono già spuntate, un po’ timorose e spelacchiate, sull’arbusto in giardino, circondate da un tappeto di viole, le primissime viole, svegliate dai primi tepori di marzo.

Le forsizie, con il loro colore giallo acceso, sono allegre e mettono allegria perché sono un preludio di primavera come le gemme sui rami e il cinguettio degli uccelli che si fa ogni giorno più vivace a salutare l’alba.

L’inverno che sta per finire ogni tanto si impegna in un colpo di coda e così le giornate tiepide e soleggiate si alternano a momenti freddi e ventosi in cui il cielo si fa plumbeo, le nuvole corrono cupe e tutto il mondo sembra in bianco e nero, triste e scolorato se non fosse per i piccoli fiori gialli che stanno lì a illuminare il grigiore.

Mi piacciono le forsizie perché mi ricordano che anche l’inverno più lungo finisce e la primavera sta per tornare.

forsizia

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L’Arsenale dei Veneziani.

Fin dal XII secolo l’Arsenale fu il cuore dell’industria navale della Serenissima, era un cantiere imponente organizzato come una sorta di “catena di montaggio” ante litteram, infatti vi lavoravano maestranze specializzate che eseguivano le operazioni di assemblaggio utilizzando componenti standard.

Ancora oggi se ne può ammirare l’imponenza e l’estensione che doveva essere motivo di stupore per i visitatori e di grande vanto per la città anche nel Medioevo e via via che Venezia e le sue esigenze commerciali e militari crescevano anche l’Arsenale cresceva in dimensioni e in specializzazione.

Vi doveva fervere una grande operosità se persino il Sommo Poeta, nel descrivere la quinta bolgia che è “mirabilmente oscura” per la pece che vi ribolle, usa come termine di paragone “l’arzanà de’ Viniziani “.

Oggi la zona dell’Arsenale, un po’ defilata rispetto ai centri del turismo di massa, è sede di un interessante Museo Navale e della Biennale d’Arte, è un luogo dove si può passeggiare tranquillamente assaporando i fasti di una città bellissima e particolare, sospesa tra acqua e cielo.

Venezia - Carnevale 2019 - L'arsenale
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Maschere.

“Semel in anno licet insanire”, una volta all’anno è permesso impazzire, uscire da se stessi e da una quotidianità fatta di doveri, magari grigia e sempre uguale.

Uscire da se stessi, diventare qualcosa di diverso, di sconosciuto in un dato periodo dell’anno appartiene a diverse culture, noi lo chiamiamo Carnevale, per il mondo ebraico è Purim, la festa piena di gioia in cui ci si traveste, si ci diverte e si legge la “Meghillà di Esther”.

Mettersi in maschera, travestirsi, è un modo per diventare altro da sé, è in qualche modo liberatorio e uno dei luoghi in cui la maschera, il travestimento, diventano un’occasione di divertimento è Venezia, la città lagunare, splendida e malinconica al tempo stesso, nella quale, nel tempo di Carnevale, si aggirano maschere eleganti e ricchissime o più semplici che diventano motivo di curiosità e di ammirazione.

Venezia con le sue calli, i suoi campielli, i riflessi sull’acqua è lo sfondo ideale in cui queste figure colorate si animano ed è un incanto imbattersi nelle maschere, magari un po’ fuori dalle zone più turistiche, che sembrano figure di sogno soprattutto negli angoli più solitari.

Venezia a Carnevale regala suggestioni quasi oniriche e si riveste di un fascino particolare.

Venezia - Carnevale 2019
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Pausa urbana.

Nel mese di febbraio, a Milano, è stato inaugurato un nuovo spazio, proprio davanti al cimitero Monumentale, uno spazio dove sostare per una breve pausa staccandosi per poco dal caos della città.

Ci sono le panchine, c’è una fontana a raso che lancia verso l’alto i suoi spruzzi, ci sono le colonnine che spandono nell’aria i loro profumi, c’è un’arpa per chi viene preso dal desiderio di esibirsi e, all’entrata, c’è una “porta dei suoni” che riproduce melodie e suoni della natura.

La nuova piazza si inserisce in un progetto di riqualificazione dell’area che va dal recupero della “Fabbrica del Vapore” alla risistemazione del piazzale antistante il Cimitero Monumentale (grazie anche all’arrivo della M5).

Negli ultimi anni la città si sta arricchendo di nuovi spazi verdi, di isole pedonali, di piazze vivibili e questo nuovo spazio è uno dei simboli di questa tendenza.

Milano - Monumentale
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Le parole magiche.

Ci sono parole che non costano nulla, che non si fa fatica a pronunciare, che non richiedono un grande impegno, che non cambiano il mondo, ma lo rendono un luogo più piacevole.

Un tempo erano sulla bocca di tutti, i genitori le consegnavano ai figli con sollecita premura e si preoccupavano che i figli se ne servissero (i miei genitori, per esempio, me le ricordavano continuamente e mi rimproveravano se trascuravo di pronunciarle, anche se capitava proprio raramente).

Al giorno d’oggi, ormai, si sentono molto raramente, soprattutto fra le giovani generazioni, come se se ne fosse persa la magia, oggi sono diventate parole quasi superflue e obsolete, parole inutili per le quali non vale la pena di sprecare il fiato.

Eppure non costa nulla dire qualche volta “per piacere” e “grazie”.

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Una giornata in autobus.

Da ragazza ho passato molte ore della mia vita sugli autobus tra rumori assordanti, puzza di carburante, spifferi gelidi in inverno e afa insopportabile in estate, orde di studenti ammassati in uno spazio ristrettissimo a sfidare bellamente la legge dell’impenetrabilità dei corpi.

Poi ho finito gli studi a Monza e sono diventata un’assidua cliente della metropolitana con la quale raggiungevo Milano e l’università, talora in maniera abbastanza fortunosa.

L’autobus è quindi uscito dalla mia quotidianità e devo dire che la cosa non mi ha sconvolto più che tanto.

Mai avrei pensato di poter trascorrere una giornata piacevole a bordo di un autobus urbano e eppure oggi è successo grazie all’associazione “StoricBus” che recupera e restaura mezzi di trasporto degli anni ’60 o giù di lì e ogni tanto li rimette su strada per offrire agli inconsapevoli contemporanei l’ebbrezza dei tempi che furono.

E’ stato divertente percorrere le linee regolari della città tra gli sguardi incuriositi dei passanti i quali, dopo un istante di stupore, tiravano fuori gli smartphone per immortalare il passaggio delle vetture storiche, perfettamente funzionanti e tirate a lucido.

Ho trascorso una bella giornata tra persone simpatiche ed appassionate e, contemporaneamente, ho assaporato il gusto del passato.

Monza - Manifestazione "Le Monzesi son ritornate" - Bus storici
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Il primo rumore del mattino.

I miei risvegli, soprattutto da quando sono in pensione, sono abbastanza soft infatti non c’è più il cicalino stridulo della sveglia che mi strappa dal sonno e gli altri rumori, i suoni del paese che si avvia verso una nuova giornata, i motori delle automobili, le voci dei bambini che vanno a scuola mi arrivano quasi ovattati.

E’ un po’ come se il mio cervello non fosse ancora pronto a mettersi in moto, ma avesse bisogno di un altro suono per svegliarsi completamente.

E l’altro suono c’è ed è il gorgogliare allegro del caffè nella moka che, insieme al profumo, mi avverte che la giornata è davvero iniziata.

Preparare il caffè è la prima azione della mattina che compio quasi ad occhi chiusi, con il pilota automatico inserito, e poi, mentre l’acqua bolle, guardo fuori dalla finestra, mi rendo conto se il cielo è sereno, se piove o c’è la nebbia, se il gelo notturno ha steso un velo di brina sul prato e sulle auto parcheggiate.

Poi riempio la tazzina e la giornata comincia.

tazzina
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Effimero.

Effimero è il piccolo capolavoro che nasce dai gessetti e dalle mani sapienti di un “madonnaro”, effimero perché basta una pioggia leggera, una bava di vento, un passante distratto per cancellarlo, eppure, pur nella sua precarietà, mi incanta, come mi incantava da bambina quando ricordo che, intorno alle chiese, fiorivano le immagini sacre tracciate con gesti sicuri da questi artisti di strada.

Oggi se ne incontrano meno, rispetto ad un tempo, forse perché le nostre città affollate non offrono tanti spazi da dedicare a quest’arte gentile e leggera ed è un peccato perché potersi soffermare per vedere il disegno prendere forma e i colori spandersi sul selciato è una gioia.

Quando mi capita di incontrare un “madonnaro” non posso fare a meno di fermarmi, con una punta di nostalgia.

Bologna - artista di strada
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Non so disegnare.

Fin da quando ero piccola sono sempre stata consapevole di avere dentro di me un mondo di immagini e un desiderio incredibile di esprimerle sulla carta, ma purtroppo i risultati, tutte le volte che mi sono cimentata nel disegno, sono stati deludenti.

Il caleidoscopio di forme e colori che abitava (ed abita tuttora) la mia fantasia nella realtà si è sempre tradotto in ben poca cosa.

Avrei voluto imparare e mi sono anche impegnata, soprattutto quando frequentavo le scuole dell’obbligo, per scoprire tutte le magie del disegno, per apprendere le tecniche, per riuscire a mettere su carta le idee che la mia creatività mi suggeriva, ma alla fine ho rinunciato e poi ho frequentato un liceo classico dove il disegno era un illustre sconosciuto.

Avrei voluto che mi regalassero le “mitiche” Caran d’Ache, le matite multicolori, con le quali avrei creato (nella mia fantasia) degli acquarelli deliziosi, in cartoleria mi perdevo incantata davanti alle scatole di metallo dove i pastelli erano riposti ben allineati secondo le gradazioni di colore, ma probabilmente sarebbero state sprecate.

Forse è per questo mio desiderio mai realizzato che tento di esprimere il mio mondo interiore attraverso la fotografia?.

Vimercate - Matite colorate
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Autarchia.

Leggo oggi che è stato depositato un progetto di legge che prevederebbe, nelle trasmissioni radiofoniche, che una canzone su tre, fra quelle trasmesse, sia cantata da artisti italiani, scritta da autori italiani e prodotta in Italia con l’obiettivo di puntare sulla nostra musica, dare spazio agli esordienti, tutelare la tradizione canora italiana (qualsiasi cosa questo significhi) e, perch no, fare un dispetto alla “perfida Albione”.

Non ascolto molto la radio e, di preferenza, non ascolto spesso trasmissioni musicali proprio perché preferisco scegliere che musica ascoltare, di conseguenza questo provvedimento, che probabilmente non vedrà mai la luce, mi tocca molto poco, tuttavia mi infastidisce un po’ l’idea che sia necessaria una legge vagamente autarchica per dare spazio alla produzione italiana.

Se una canzone è bella, italiana o straniera che sia, non ha bisogno di una legge per entrare a far parte della nostra colonna sonora.

In fondo, per dirla ancora una volta con Bennato (autore per altro italianissimo) “sono solo canzonette”.

radio
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