Ricordando il Vajont.

La sera del 9 ottobre 1963 una frana di 270 milioni m³ di roccia si staccava dal monte Toc e precipitava nel bacino artificiale sottostante sollevando un’onda alta più di duecentocinquanta metri di altezza che colpiva gli abitati di Erto e Casso, a monte della diga, e cancellava dalla faccia della terra la cittadina di Longarone che si trovava ai piedi della diga.

Non è questo il luogo per ricordare le cause del disastro, trattate diffusamente nelle carte processuali, nei libri e nel lavoro teatrale, emozionante e illuminante, di Marco Paolini, per quanto mi riguarda questo è il luogo del ricordo e del dolore.

Il ricordo è quello di una bambina di dieci anni che, a scuola, sente la maestra raccontare della tragedia, vede le fotografie della devastazione sulla prima pagina di un quotidiano e non capisce, ma intuisce, forse per la prima volta, la precarietà della vita umana.

Il dolore, invece, l’ho provato compiutamente lo scorso anno, in una giornata grigia, con i piedi sulla diga e lo sguardo che correva dalla frana mostruosa che ingombra la valle alla città di Longarone, laggiù, nella valle del Piave, quasi nel centro di un immaginario mirino.

E un altro sentimento si è fatto strada, il sentimento della rabbia impotente per il disprezzo della vita umana.

Vajont (Belluno)

Vajont (Belluno)

Vajont (Belluno)

Info su Sciura Pina

Sono una ultrasessantenne, milanese, insegnante di lettere, mamma e casalinga a tempo perso. Amo la lettura, la fotografia. la montagna, il cinema, la buona cucina e viaggiare, soprattutto nella vecchia Europa. Sono curiosa, abbastanza anticonformista, mi piace osservare la realtà e farmi un'idea su tutto ciò che mi circonda. Se vuoi contattarmi scrivi a: sciurapina@gmail.com
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