Un po’ di relax.

La funivia che sale in Artavaggio è vuota in questo lunedì di metà luglio, con il tempo incerto e le nuvole che avvolgono le cime, forse avrei dovuto aspettare un giorno migliore, un tempo migliore, ma non avevo voglia di aspettare e poi la giacca a vento è nello zaino e se dovesse piovere pazienza, prenderò un po’ di pioggia.

I primi passi in quota mi regalano un silenzio profondo, rotto a tratti dal soffio del vento e dal suono di campanacci lontani,  le nuvole corrono nel cielo e a tratti il sole torna a brillare, caldo e confortante.

Anche il rifugio è quasi vuoto, ma forse è anche per questo motivo che l’accoglienza è calorosa e gentile e mi sembra subito di trovarmi tra vecchi amici.

Mentre scambiamo discorsi e parole gli occhi si riempiono di verde e di azzurro e scrutano attenti tutti i dettagli, da una parte un fiore dai colori splendenti, dall’altra un uccellino impegnato nella cattura di un bruco, e la mente finalmente si libera e può galleggiare tra pensieri oziosi.

Questo è veramente relax.

Piani di Artavaggio - lo stagno

Piani di Artavaggio - Caccia grossa

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La passione per il viaggio.

Come più volte ho ripetuto amo viaggiare in aereo, mi piace persino il rituale del check-in e dell’imbarco, mi piacciono  i sorrisi un po’ tirati degli assistenti di volo, le istruzioni mentre l’aereo imbocca la pista (sto persino attenta ed individuo le uscite di sicurezza anche se dubito che, in caso di emergenza, riuscirei a servirmene), accetto di buon grado le attese e i preliminari perchè adoro il momento in cui il carrello si stacca dal suolo e il velivolo si arrampica nel cielo.

Mi piace guardare il mondo piccolo piccolo piccolo laggiù, ma ogni tanto chiudo gli occhi e mi lascio cullare dal rombo dei motori che mi concilia il sonno e intanto aspetto l’atterraggio e l’inizio della nuova avventura.

Negli ultimi tempi, però, ho ricominciato a viaggiare in treno, possibilmente con l’alta velocità (quasi sempre servendomi di Italo) per raggiungere le città a poche centinaia di chilometri da casa.

Anche nel caso del treno amo molto il “prima”, mi piace arrivare in Centrale per tempo, bere un caffè, tenere d’occhio i tabelloni e avviarmi con calma sul binario tra la folla dei viaggiatori.

Salgo sul treno, raggiungo il mio posto e aspetto il momento in cui comincia a muoversi lentamente pregustando l’immagine del paesaggio che scorre sempre più veloce al di là del finestrino e intanto che il treno scivola sui binari do un’occhiata al giornale, bevo un succo d’arancia e guardo fuori.

E’ proprio vero  che l’avventura inizia quando ci chiudiamo la porta di casa dietro alle spalle.

In Treno (Milano)

In volo verso Baku

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Ritrovarsi.

Mi capita abbastanza spesso di ritrovarmi a cena, davanti ad una pizza e ad una birra, con qualche vecchio amico: si tratta di rimpatriate tra “vecchi” ragazzi, cresciuti insieme, o tra persone con cui ci si è persi di vista per un po’, ma che hanno condiviso con noi un percorso lungo o breve, sono occasioni per ricordare, per rivivere il passato, per ritrovarsi e fare il punto della situazione con quelli che erano e sono i nostri coetanei ed è anche piacevole il gioco del “ti ricordi?” vissuto con una sdrucciolevole sensazione di nostalgia.

Non mi era mai capitato, invece, di cenare con degli ex allievi che avevo lasciato poco dopo gli esami di terza media e che ritrovo all’indomani della maturità.

Ieri sera è successo ed è stato bellissimo trovare giovani donne e giovani uomini proiettati verso il futuro, consapevoli delle loro speranze e delle aspettative, che non vivono la malinconia del ricordo, ma che non rinnegano i ricordi.

E’ stato bellissimo rivedere i loro occhi attenti, come tanto tempo fa, ma allora era un gravoso dovere, oggi è affetto e simpatia e voglia di condividere e non c’è più il distacco naturale tra scolari e insegnanti, ma c’è una nuova rispettosa confidenza.

Grazie ragazzi per come siete, per quello che siete diventati, per le piccole tracce di me che ritrovo in voi.

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La Scala.

Il teatro alla Scala è uno dei gioielli della mia città, conosciuto in tutto il mondo, apprezzato in tutto il mondo e di cui Milano va giustamente orgogliosa.

Quando i turisti arrivano nella piazza tra Palazzo Marino e la Galleria, raggruppati intorno alle guide, e sostano davanti alla sobria eleganza  della facciata del Piermarini restano a bocca aperta.

Poi entrano nel Museo Teatrale alla Scala e si aggirano tra costumi di scena, quadri, cimeli quasi con reverenza, perchè questo è veramente il tempio della musica e ogni oggetto racconta una storia.

Non ci sono italiani, nel museo, forse perchè non siamo tanto appassionati ai musei, ed è un vero peccato soprattutto perchè, ad un certo punto del percorso, ci si trova in un palco, al cospetto della sala tutta illuminata ed è una  emozione di cui è un peccato privarsi.

Milano - Museo teatrale della Scala
Milano - Museo teatrale della Scala

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Civiltà… e attenzione.

Le Gallerie d’Italia di Milano rappresentano una raccolta molto ricca di opere d’arte che coprono un arco di tempo che va dall’inizio dell’800 al ‘900, collocate in palazzi prestigiosi che, da soli, meriterebbero una visita.

Al di là dell’importanza delle opere, appartenenti alle collezioni del gruppo Intesa San Paolo, mi ha particolarmente colpito un aspetto dell’allestimento che denota una grande attenzione anche per chi, essendo non vedente, non potrebbe in alcun modo accostarsi alle opere.

Nella sezione “Da Canova a Boccioni” tutte le sculture dell’artista di Possagno sono accompagnate da una tavoletta con una riproduzione (logicamente ridotta) dell’opera accompagnata da una scritta in Braille che illustra l’immagine.

Chi non ha la fortuna di vedere può sfiorare con le dita la tavoletta riuscendo ad assaporarne l’armonia delle forme.

Mi sembra un bell’esempio di civiltà.

Milano - Gallerie d'Italia

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Notti d’estate.

Quando ero bambina e abitavo a Milano in un appartamento dai soffitti altissimi ricordo che l’inverno era gelido in modo leggendario e l’estate afosa e soffocante: in casa nostra in inverno non c’era il  riscaldamento centralizzato (ma una stufa che di notte per sicurezza veniva spenta) e d’estate l’aria condizionata era di là da venire.

Nelle sere invernali ci chiudevamo in casa, imbacuccati con golf e calzerotti di lana, e andavamo a dormire presto per trovare un po’ di tepore sotto le coperte (… e poi il giorno dopo dovevo alzarmi per tempo per andare a scuola).

Nelle sere d’estate, invece, non c’era scampo, il caldo era insopportabile e allora si usciva di casa per un gelato o una fetta di anguria in piazzetta oppure, quando la temperatura superava i trenta gradi, mio padre ci caricava in macchina e ci portava al monte Stella (la mitica montagnetta di San Siro) nell’illusione di trovare un “po’ di fresco da montagna” poco lontano dal centro cittadino.

Poi si tornava a casa e si tentava di dormire con le finestre spalancate e lo sferragliare dei tram e qualche pipistrello che, per sbaglio, si infilava in casa.

Milano finestre al tramonto

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Segni di guerra.

Forse li incontriamo e non ce ne accorgiamo neppure, dipinti sui muri degli edifici delle nostre città, seminascosti da graffiti e cartelloni pubblicitari, sfuggiti all’incuria del tempo e ai restauri successivi.

Si tratta di lettere dell’alfabeto, spesso accompagnate da un numero, vicine ad un portone, di frecce che puntano verso il basso, di segni quasi incomprensibili, ma spesso ben leggibili su cui posiamo sguardi distratti.

Questi segni indicavano rifugi antiaerei, bocche di ventilazione, uscite di emergenza ed evidenziavano quelle infrastrutture che, sotto le bombe, potevano rappresentare il confine tra la vita e la morte.

Quando si sa cosa cercare affiorano all’improvviso dal passato e ci raccontano di paura, di dolore, di speranza, di sollievo per avercela fatta ancora una volta.

Quando mi capita di imbattermi in queste tracce del passato mi soffermo ad osservarle per cercare di comprendere i sentimenti di tante persone come me che, quando suonavano le sirene d’allarme, cercavano scampo in quei rifugi provvidenziali.

Vicenza - Rifugio antiaereo

Bologna

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La città del Palladio.

Andrea di Pietro della Gondola, conosciuto universalmente come Andrea Palladio, in onore della dea della sapienza e delle arti Pallade Atena, non era nato a  Vicenza, ma a Padova da dove si trasferì in età giovanile.

Vicenza, tuttavia, è la “sua” città, dove ha lasciato un’impronta indelebile del suo genio e ciò risulta ancora più evidente passeggiando per la città e percorrendo il corso a lui dedicato quando, ad un incrocio, sulla destra appare la Basilica Palladiana in tutto il suo splendore.

Non si può non farsi affascinare dalla bellezza dell’edificio, quasi sproporzionato rispetto alla piazza, ma armonico ed elegantissimo nel richiamare le misure dell’arte classica.

E poi, continuando in cerca di bellezza, tra una loggia e la facciata di un palazzo si giunge al Teatro Olimpico, la sua opera incompiuta.

Mi sono seduta sulle gradinate di legno e ho ammirato a lungo il palcoscenico, con le quinte prospettiche, e ho provato ad immaginare la rappresentazione dell’Edipo Re e mi sono lasciata scivolare nel tempo sul filo della bellezza e dell’armonia che non hanno età, che non hanno data di scadenza.

Vicenza - Basilica Palladiana

Vicenza - Teatro Olimpico

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Affetto.

Trascorro molto tempo con mia madre, soprattutto nella bella stagione, quando posso spingere la sua sedia a rotelle in giardino o al parco e ce ne stiamo al sole, magari mangiando un gelato, parlando della mia giornata e delle sue paure, perchè la mente di mia madre, che ormai è cieca da più di dieci anni, spesso si popola di immagini che le creano ansia, ricordi che affiorano, frammenti di pensieri che mia madre si ingegna ad inserire in un contesto, come le tessere di un puzzle.

La sua è una notte perpetua che, talora, è percorsa da incubi, allora cerco di rassicurarla, di ricostruirle intorno una realtà positiva, di farle sentire la mia presenza.

Oggi, quando stavo per perdere la pazienza perchè non riuscivo a convincerla che alcune sue paure sono solo frutto della sua immaginazione, mi ha spento le parole in bocca con poche semplici parole: “Provo tanto affetto per te” mi ha sussurrato, come se fosse una osservazione ovvia, ma contemporaneamente carica di significato.

Sono rimasta in silenzio e mi è venuta voglia di piangere.

Dervio - Scuola di vela "Orza minore"

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Non ho ancora realizzato…

Non ho ancora realizzato che il 3 di settembre non mi ritroverò con i miei colleghi nello spazio angusto e inospitale nel quale si svolge solitamente il Collegio dei Docenti.

Non ho ancora realizzato che non devo mettermi a studiare il calendario scolastico in cerca di un “ponte” provvidenziale in cui infilare una vacanza “mordi e fuggi”.

Non ho ancora realizzato che non dovrò più puntare la sveglia con l’ansia di non svegliarmi ed arrivare tardi a scuola (cosa che, nonostante le mie paure, non è mai successa in tanti anni).

Forse non riesco ad immaginarmi in pensione perché, da sempre, con il mese di luglio cominciano le vacanze e, per ora, mi sento ancora semplicemente in vacanza: non so com’è non ritornare a scuola in autunno perché, per quanto vada indietro con la memoria, non riesco a ricordarmi un autunno senza ritorno a scuola.

Forse dovrei decidermi, munirmi di uno scatolone di cartone (come si vede fare nei film americani) e svuotare cassetti e scaffali anche se immagino che uno scatolone non basti.

Per ora davanti a me c’è una distesa ignota che non mi fa paura, che mi incuriosisce, che ho voglia di esplorare.

Forse devo solo capire che basta issare le vele.

Bergeggi (ottobre 2011)

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