Restituzioni.

Quando, nello scorso mese di settembre, in occasione della manifestazione “Ville aperte in Brianza”, ho visitato la villa Borromeo d’Adda di Arcore i lavori di restauro fervevano, il cantiere era aperto e le impalcature impedivano persino di intuire la bellezza degli affreschi, l’armonia delle sale e l’eleganza di questa “gran dama” offesa e ferita dal passare del tempo e dalle vicende degli uomini.

Oggi il restauro si è concluso (con diversi mesi di anticipo) e la villa ha riaperto i suoi battenti per rivelare la sua bellezza.

I lavori sono stati condotti con grande rispetto dei materiali e delle strutture ed è quindi possibile ritrovare le tappezzerie preziose, le vetrate, i lampadari in vetro di murano, i camini e persino gli infissi con le serrature.

E’ un’emozione incontrare la grande sala da pranzo o la loggetta della musica o la scala elegante che sale al primo piano o, nei sotterranei, la grande cucina con una stufa antica quanto funzionale.

E’ bello quando la storia torna a parlarci attraverso le sue testimonianze che credevamo perdute.

Arcore - Villa Borromeo d' Adda (dopo il restauro)

Arcore - Villa Borromeo d' Adda (dopo il restauro)

Arcore - Villa Borromeo d' Adda (dopo il restauro)

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Sono tornati i papaveri.

Domenica scorsa mentre passeggiavamo in direzione della chiesetta di Santa Maria in Campo come facciamo ogni anno quando, in occasione del mese di maggio, i volontari della Protezione Civile tengono aperto il piccolo luogo di culto mi sono soffermata sul ponte dal quale la vista della chiesa è particolarmente gradevole.

Laggiù, intorno all’edificio, si stendevano i campi di grano non ancora maturo, non ancora biondo, ma con le spighe già cariche di chicchi e in mezzo al verde si allargava la macchia rossa dei papaveri.

Una volta i campi erano punteggiati di papaveri e fiordalisi e anch’io, bimba di città che di campi di grano ne aveva visti pochini, quando dovevo disegnare una campagna che esisteva quasi unicamente nella mia fantasia, la riempivo di macchie rosse e azzurre che mettevano allegria.

Poi per tanto tempo i papaveri, rossi e delicati come ali di farfalla, sono spariti, annientati dai diserbanti.

Vederli di nuovo nei campi ha un sapore antico.

Cavenago di Brianza - Santa Maria in Campo

Cavenago di Brianza - Santa Maria in Campo

Cavenago di Brianza - Santa Maria in Campo

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Sulla stessa barca.

L’espressione “stare sulla stessa barca” indica la situazione in cui alcune persone condividono le stesse vicende, vivono le stesse esperienze più o meno facili, si sostengono e si aiutano a vicenda.

Nulla spiega il senso della frase come stare davvero (letteralmente) a bordo di una barca a vela con tre ragazzini mentre un vento teso e impetuoso gonfia le onde e fa inclinare lo scafo in modo sconcertante, quando le manovre diventano più complesse e ogni virata richiede attenzione e anche un po’ di forza fisica.

In questi casi si comprende come tutti debbano collaborare, senza smanie di protagonismo e senza “chiamarsi fuori”, per riportare la barca in porto, si comprende come tutti siano necessari e tutti debbano mettere le proprie abilità al servizio degli altri per raggiungere un obiettivo comune.

In questi casi la “scuola di vela” diventa una scuola di vita.

Dervio - Scuola di vela - Sul lago

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Il Premier eletto.

E’ leggermente paradossale che, dopo aver sentito ripetere per anni che l’Italia era governata da un “Premier non eletto”, oggi si sia in attesa di conoscere chi guiderà l’esecutivo e quasi tutti i nomi che trapelano siano quelle di personaggi del mondo della finanza o della cultura allegramente “non eletti”.

Ma, come ho avuto modo di ripetere più volte, non mi scandalizzo perchè, stando alla nostra Costituzione, chi nomina il Presidente del Consiglio è il Presidente della Repubblica (Capito?… il Presidente della Repubblica), magari su indicazione dei partiti, ma la responsabilità tocca a lui.

Mi stupisco invece perchè quanti prima si stracciavano le vesti oggi trovano naturale che il “Presidente non sia eletto”, ma così funziona la polita a quanto pare.

Ormai il balletto dei nomi (veri o presunti) e delle bozze di contratto mi appassionano pochissimo, preferisco stare in attesa della prossima “ascesa al Colle” nella speranza di veder nascere finalmente un governo per il Paese.

Si diventa vecchi ad aspettare i tempi della politica.

Roma

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L’emozione non basta.

Quando si entra nel capannone è come ricevere un pugno nello stomaco: l’aereo è lì, o almeno ci sono  i brandelli di quello che era un aereo, ricomposto come un puzzle a cui mancano troppi pezzi restati chissà dove in fondo al Tirreno.

Intorno al vasto spazio corre una passerella e via via che la si percorre si intuiscono le ali, i motori, la coda altissima, la teoria di finestrini, la cabina di pilotaggio, la scritta “Itavia”.

Dai pannelli scuri lungo le pareti escono le voci di persone normali, frammenti di pensieri che, in qualche modo, vanno a completare i frammenti dell’aereo: sono le voci e i pensieri di ottantuno persone, tanti erano i passeggeri e i membri dell’equipaggio, sono le parole  che tutti noi potremmo pensare e pronunciare così come tutti noi avremmo potuto essere sull’aereo in un imprevedibile e casuale gioco del destino.

Intorno al relitto sono appese delle lampadine la cui luce si ravviva e si affievolisce ritmicamente, come in un respiro, mentre nelle casse scure, invisibili ai nostri occhi, sono conservati gli oggetti, muti testimoni di vite vissute: occhiali, scarpe, vestiti.

Il “Museo per la Memoria di Ustica” emoziona, ma l’emozione non deve e non può bastare, così come non può bastare la commozione, perchè quando le sensazioni si affievoliscono ci sentiamo forse più buoni e più giusti, ma restiamo inerti: quei brandelli di aereo, quei brandelli di vita sono lì a ricordarci una pagina buia del nostro Paese, sono lì per risvegliare la nostra giusta indignazione per troppi silenzi, per una verità a lungo negata, per tutte le verità negate.

(n.b. per una questione di diritti relativi all’istallazione dell’artista Christian Boltanski non è possibile pubblicare le immagini).

Bologna - Museo per la memoria di Ustica

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Questione di sfumature.

Le parole sono importanti perchè  è grazie alle parole che formuliamo i pensieri e se il nostro lessico è articolato e complesso anche i nostri pensieri lo sono e tutto ciò è possibile grazie alla nostra lingua che è ricca di vocaboli dalle infinite sfumature che la rendono  uno strumento potente.

Quando insisto fino alla nausea con i miei ragazzi perché approfondiscano il loro bagaglio lessicale è perchè sono consapevole che conoscere solo poche parole impoverisce la loro possibilità di formulare pensieri originali.

Purtroppo il linguaggio dei nostri ragazzi, condizionato dall’uso degli smartphone, dalle “faccine” , dai “messaggini” infarciti di abbreviazioni e kappa assomiglia sempre più alla “neolingua” paventata da Orwell nel suo romanzo più profetico (1984), un linguaggio ridotto quasi a monosillabi dai significati semplificati fino al punto di significare veramente poco  e che non permette neppure di articolare i pensieri perché ogni complessità semantica è stata abilmente cancellata e non esistono neppure i termini per descrivere qualcosa di diverso dal pensiero dominante.

Vorrei lasciare questo ai miei ragazzi: la consapevolezza che essere padroni delle parole è un passo importante verso la libertà.

Milano - Expo 2015

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Due fustini in cambio di uno.

Per quelli della mia generazione era l’elegante signore che, all’entrata di un supermercato, fermava le acquirenti con i carrelli colmi, invitandole a fare uno scambio (quanto vantaggioso?) tra un fustino di detersivo di una nota marca, con due più anonimi e meno rassicuranti, ricevendone sempre un incredulo e garbato rifiuto.

Ma Paolo Ferrari non era solo “l’uomo dei due fustini”, al contrario era un attore serio e preparato, garbato ed elegante che aveva lavorato in teatro, al cinema con grandi registi, in alcune produzioni televisive.

Ricordo una serie di sceneggiati degli anni ’70, imperniati sulla figura di Nero Wolfe (un inarrivabile Tino Buazzelli) nei quali l’attore interpretava il ruolo di un elegante ed ironico Archie Goodwin, il segretario e braccio destro del personaggio creato da Rex Stout, una sorta di “dottor Watson” che beveva litri di latte e viveva con il gigantesco investigatore nella casa di arenaria nella 35ª strada ovest.

Paolo Ferrari era anche la voce di Humphrey Bogart (nelle riedizioni del doppiaggio degli anni ‘7o): in pratica la battuta “Suonala ancora, Sam”, la battuta più celebre di “Casablanca” è pronunciata dalla sua voce calda e ben impostata.

Oggi Paolo Ferrari è mancato, con lui se ne va un professionista serio e misurato che tanto ha dato al mondo dello spettacolo.

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Lo sguardo di Frida.

Quando si incontrano gli occhi di Frida non si può restare indifferenti: è uno sguardo fermo, lucido, sincero, forte, uno sguardo che parla più di mille parole.

Frida Kahlo ho sofferto nel corpo, a causa dei problemi di salute e dell’incidente che l’ha devastata quando era giovanissima, ha vissuto un amore burrascoso, la maternità negata,  l’impegno politico, l’amore per la sua terra e per la sua famiglia e ha saputo afferrare la sua vita e sublimarla nelle sue opere.

I suoi quadri parlano di lei con un linguaggio ricco di simboli, coloratissimo, quasi gioioso e giocoso e  raccontano un’anima di grande profondità e ricchezza.

L’incontro con lo sguardo di Frida non può che emozionare.

Milano - Frida Kahlo (Mudec)

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E poi la Svizzera (di tanto in tanto).

Anche se è troppo vicina per essere esotica, tutta rilievi e vallate e cascate impetuose, ci piaceva ogni tanto attraversare la frontiera e avventurarci attraverso quelle vallate, passeggiando lungo un ghiacciaio e a bordo di un trenino rosso, tanto minuscolo e colorato da sembrare finto.

Ci piacevano i piccoli alberghi ordinati con i balconi fioriti di gerani e di surfinie multicolori, ci piacevano le pasticcerie dove bere un caffè lungo accompagnato da una fetta di torta carica di panna, cioccolato e frutta, ci piacevano fonduta e raclette saporite e accompagnate da un calice di vino bianco gelato.

Ci piaceva sederci in riva ad un lago o fermarci al cospetto di una cascata o camminare in un bosco secolare, ma quello che ci piaceva di più era viaggiare tra montagne diverse dalle “nostre montagne” e scoprire panorami nuovi e soprattutto ci piaceva viaggiare insieme scambiandoci sguardi che erano un solo sguardo.

Sciaffusa (Svizzera) Cascate del Reno

aletschgletscher

Svizzera Trenino dei ghiacciai

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Con lo zaino in spalla.

Non ho sempre viaggiato in aereo e un tempo non c’era l’alta velocità, raramente quando eravamo una giovane coppia potevamo permetterci alberghi eleganti o ristoranti, ma abbiamo sempre viaggiato molto, con i pochi soldi che avevamo a disposizione e con tanto spirito di adattamento.

Spesso abbiamo mangiato un panino seduti sugli zaini, in una stazione sperduta in mezzo all’Europa, aspettando un treno che procedeva così lento da permetterci di assaporare tutti i dettagli del panorama, senza capire molto la lingua del posto, ma forti della nostra incoscienza e della nostra voglia di conoscere il mondo.

Tra i ricordi più piacevoli di quella vita “con lo zaino in spalla” c’è un pomeriggio a Cracovia trascorso al Cafè Europejska (dove ho trascorso qualche ora serena anche qualche tempo fa), un locale affacciato sulla piazza del Mercato Vecchio, elegante e sobrio allora come ora.

Allora la Polonia era ancora “dietro la cortina di ferro” e avevamo un grande curiosità di conoscere tanti aspetti della vita quotidiana di persone che vivevano in un mondo così diverso dal nostro.

Ricordo una lunga chiacchierata con un gentilissimo signore, con il quale avevamo condiviso un tè e tanti discorsi, in una lingua babelica, su stipendi e condizioni di lavoro e politica e welfare.

Alla fine il nostro interlocutore se ne andò, salutandoci in modo molto cerimonioso, e quando ci avviammo alla cassa per pagare scoprimmo che, senza dirci nulla, ci aveva offerto la consumazione, oltre alla sua amicizia.

La nostra giovinezza “con lo zaino in spalla” è stata così: piena di incontri e di parole e di curiosità, viaggiavamo in modo frugale, ma con gli occhi aperti, spesso eravamo esausti, ma ci bruciava il cuore.

Cracovia

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