Duri risvegli.

Una delle cose che mi preoccupa da sempre  è il timore di non sentire la sveglia e restare tra le braccia di Morfeo quando devo iniziare a lavorare alla prima ora, o quando mi devo recare in aeroporto per partire ad ore improbabili, o quando ho un appuntamento importante.

Quando ero una ragazzina avevo una sveglia enorme, metallica, con due campanelli che, all’occorrenza, venivano percossi da un martelletto, una sveglia piena di personalità, dotata di un ticchettio che mi provocava tutti i sintomi dell’insonnia tanto che, di solito, mi addormentavo quando era quasi mattina e allora la sveglia malefica, forse anche a causa della mia imperizia nel programmarla, si dimenticava di suonare, mancando clamorosamente lo scopo per cui era stata creata.

In compenso se decideva di suonare aveva una potenza tale da svegliare l’intero condominio.

Quando è andata in pensione per sopraggiunti limiti di età (sua e mia) è stata la volta di una radiosveglia dal suono anonimo, che, in caso di improvvisa mancanza della corrente, mi abbandonava proditoriamente.

In compenso se partivo per il weekend e mi dimenticavo di spegnerla, suonava per ore infastidendo vicini e lontani.

Solo negli ultimi tempi ho deciso di farmi svegliare dall’allegra musichetta dello smartphone che incredibilmente, nonostante abbia un suono delicato, riesce a strapparmi dal sonno, ma forse l’età che avanza ha semplicemente reso il mio sonno più leggero.

Milano - Orologio

 

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Le gioie del week end.

Anche se amo il mio lavoro aspetto il sabato come una boccata d’aria, mi piace alzarmi un po’ più tardi, fare colazione con calma e poi uscire di casa, fare un giro al mercato, magari fare quattro chiacchiere con qualche amica bevendo un caffè al bar.

Mi piace l’atmosfera di relax, un po’ da “Sabato del villaggio”, mi piace la piccola gioia del giorno che non è ancora di festa, ma che è già quasi festa, mi piace preoccuparmi della casa e della cucina senza dover per forza correre da una parte all’altra come una trottola.

Mi sarebbe piaciuto sicuramente di più se ieri, al mio risveglio, non avessi trovato la cucina allagata.

Mentre cercavo di capire  quale guasto avesse provocato l’ondata di marea mi sono accorta che l’acqua gocciolava allegramente dal lampadario della cucina.

Sono andata in panico perchè, mentre posso cercare di gestire un disastro in proprio, mi trovo completamente spiazzata se il problema viene dall’appartamento del piano di sopra (tra l’altro momentaneamente vuoto).

E così il mio giorno di relax è iniziato con l’affannosa ricerca della  custode delle chiavi, dopo aver coinvolto un numero impressionante di vicini strappati alla quieta serenità delle otto del mattino, seguita dall’altrettanto affannosa ricerca del guasto (rivelatosi poi uno squarcio nel termosifone).

La giornata è quindi proseguita con la raccolta delle acque, accompagnata da un incessante quanto impietoso stillicidio dal lampadario (prontamente rimosso per evitare un corto circuito).

Ad un certo punto, infastidita dal rumore del gocciolamento continuo sono andata a fare un giro dopo aver disposto per tutto il pavimento un numero imprecisato di catini e bacinelle.

Alla sera la pioggia si è conclusa, ma in cucina è rimasto un odore di muro bagnato quasi insopportabile.

Quasi quasi è meglio tornare a lavorare.

Trezzo sull'Adda - acqua

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Gelicidio.

Ho scoperto il significato della parola “gelicidio” andando a scuola ieri mattina (che fosse venerdì 13 è puramente casuale), quando ho posato il piede su quello che sembrava un normalissimo asfalto e ho cominciato a produrmi in evoluzioni da pattinaggio sul ghiaccio che solo per una botta di fortuna non si sono trasformate in una rovinosa caduta.

Poi ho posato la mano priva di guanto sul cancello e mi sono resa conto che il metallo era praticamente vetrificato, tutto ricoperto da un sottile strato trasparente e gelido.

Solo all’uscita da scuola, ben dopo mezzogiorno, era iniziato il disgelo e dai rami degli alberi che circondano l’edificio cadeva una fitta pioggia, pesante e gelata.

Conoscevo la brina, conoscevo la galaverna, ma il gelicidio mi mancava e confesso che aver colmato questa lacuna non mi rende particolarmente felice.

Moggio Ghiaccio

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Il suono di una tromba.

Tutti col naso all’insù nella grande piazza, in attesa di quella nota strozzata all’improvviso, come accadde in un  giorno non ben precisato del 1240, quando  una freccia scagliata da un tartaro riuscì a interrompere il suono della tromba che dalla Torre di Guardia avvisava la città dell’imminente pericolo.

Erano tempi duri e le città europee subivano spesso  attacchi da parte delle orde mongole o di vicini bellicosi, per scongiurare il pericolo di essere colti alla sprovvista il governo di Cracovia aveva disposto che sulla torre più alta della basilica ci fosse ogni giorno una sentinella che doveva vigilare e, in caso di attacco imminente, suonare l’Hejnał, la “chiamata a raccolta”.

Così, quando la cavalleria tartara giunse in prossimità dei bastioni, il trombettiere diede l’allarme, ma fu colpito alla gola da una freccia che lo uccise, tuttavia l’allarme venne udito da soldati e cittadini e gli aggressori non riuscirono a conquistare la città.

Oggi, in memoria del trombettiere che salvò la città, un soldato suona l’Hejnał dal campanile della chiesa della Vergine Maria allo scoccare di ogni ora, rivolto verso i quattro punti cardinali, e poi si interrompe bruscamente per ricordare il momento in cui la sentinella perse la vita.

La storia dell’Hejnał è una delle tante storie di questa antica città, una delle storie che contribuiscono a rendere il suo fascino così particolare.

Cracovia - Torre della Basilica della Vergine Maria

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Il mio primo viaggio a Roma.

Un pomeriggio di tantissimi anni fa, dopo una giornata di lavoro e pochissimo riposo, mio padre si mise alla guida della mitica 600 alla volta della Capitale, dopo aver imbarcato la famigliola, una borsa con il cambio di biancheria e un’altra con i generi di conforto (thermos con il caffè, bottiglie d’acqua rigorosamente del rubinetto e un po’ di panini assortiti).

Ero una ragazzina (avevo forse quattordici anni) e ricordo a tratti il viaggio di notte lungo l’Autostrada del Sole che allora, forse, non era neppure completa nella tratta tra Milano e Roma, non ricordo esattamente che mese fosse, ma, a giudicare dai banchi di nebbia e dai cappotti con i quali eravamo abbigliati nelle poche fotografie testimoni del viaggio, doveva essere inverno.

Il viaggio in realtà non fu una vacanza, ma doveva essere l’occasione, per mio padre, di incontrare dei vecchi amici.

Quando era prigioniero di guerra in Sudafrica era stato accolto dalla famiglia di un pastore protestante che aveva tre figliole con le quali mio padre aveva fatto amicizia e, dopo tanti anni, avevano scritto per comunicarci che avrebbero fatto un viaggio negli Stati Uniti con scalo di qualche ora a Roma.

Per questo motivo andammo a Roma, per incontrare dei vecchi amici, per conoscere le loro famiglie, per riallacciare legami che la guerra aveva stretto e che la fine della guerra e il rimpatrio di mio padre avevano attenuato, ma non cancellato.

Arrivammo a Fiumicino che l’aereo era decollato da poco e la delusione fu enorme, ma eravamo a Roma e ne approfittammo per visitare la Città Eterna che non conoscevamo.

Fu triste non incontrare dei vecchi amici, ma Roma era bellissima e fu amore a prima vista.

Roma

 

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Kamienica Hipolitów

Nel cuore di Cracovia, proprio di fianco alla Basilica della Vergine Maria che sovrasta la Rynek Główny, sorge una casa patrizia che oggi è un interessante museo, forse non molto conosciuto, ma assolutamente meritevole di una visita.

Casa Hipolit (o Kamienica Hipolitów per dirla in polacco) regala un tuffo nel passato, tra arredi eleganti , una profusione incredibile di soprammobili, oggetti della vita quotidiana come il cestino da lavoro della nonna di casa, o il  banco di scuola della bambina accanto alla casa di bambola.

Ci si aggira tra salotti borghesi, passando accanto ad una tavola imbandita pronta per il rito del tè del pomeriggio o scivolando attraverso silenziose camere da letto per concludere in uno sgabuzzino con  sci e scarponi appesi accanto ad uno scaffale ingombro di valigie e borse che attendono solo di mettersi in viaggio.

Quasi ci si stupisce di non incrociare gli invisibili inquilini.

Cracovia - Casa Hipolit (Kamienica Hipolitów)

Cracovia - Casa Hipolit (Kamienica Hipolitów)

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Niente selfie.

Sono tornata ad Auschwitz dopo tanti anni, con un gruppo di italiani giovani e meno giovani, accompagnati da una signora molto competente ed emotivamente coinvolta che ci ha guidati con delicatezza ed attenzione attraverso la più incredibile testimonianza della follia e della malvagità umane.

Mentre scivolavamo, quasi in punta di piedi, tra le sale del museo e lungo i binari di Birkenau sul gruppo è sceso un silenzio compunto e pesante: a nessuno veniva voglia di sorridere e neppure di parlare, se non sottovoce.

Quello che mi ha stupito di più è stato il fatto che a nessuno passasse per la mente di scattarsi un selfie, anzi i telefonini e le fotocamere uscivano dalle borse con discrezione, quasi che tutti fossero presi da un nuovo, sconosciuto pudore di fronte a tanto orrore, di fronte ai mucchi di scarpe, occhiali, valigie muti testimoni della tragedia.

Auschwitz - Birkenau

Auschwitz - Birkenau

Auschwitz - Birkenau

 

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Tutto finisce.

Visti sul calendario sembravano tantissimi i diciotto giorni di vacanza, eppure sono passati quasi in un lampo tra pranzi e visite a parenti ed amici (alcuni dei quali non vedevo da troppo tempo), tra attese in aeroporto e musei, tra calore e bellezza.

Ed ora si torna a scuola, si torna alla sala professori, alla prima ora di lezione del lunedì, alle aule che è impossibile sapere se saranno calde calde o fredde fredde (le vie di mezzo non sono contemplate), ai ragazzi, i miei ragazzi, che domani, lo so già, avranno un’aria stranita, avranno bisogno di raccontarsi e, invece, dovranno abituarsi di nuovo a trascorrere otto ore fra quattro muri, tra libri e lezioni, tra lavagne e quaderni.

Io mi porto dentro il ricordo di una bella vacanza passata tra persone amiche, la bellezza di Cracovia, l’emozione del volo nel cielo limpido sopra le Alpi e questo mi aiuterà ad affrontare la vita quotidiana, il lavoro, i ragazzi che non ricordano più che la scuola è la scuola, il tempo scandito dall’orologio.

E’ ora di tornare…..

Cracovia

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Wieliczka

A Wieliczka, a pochi chilometri da Cracovia,  c’è una miniera di sale fra le più antiche del mondo che è stata usata per le attività estrattive fin dal XIII secolo e che è diventata una delle più interessanti attrazioni turistiche della zona.

La miniera raggiunge i trecentoventisette metri di profondità e ha uno sviluppo di gallerie e cunicoli, per buona pare rinforzati da tronchi d’abete pietrificati dal sale, che misura oltre trecento chilometri.

In realtà la visita copre solo poco più di tre chilometri, ma durante il percorso è possibile ammirare statue di figure storiche e religiose scolpite dai minatori stessi come quella di Niccolò Copernico, che pure visitò la miniera, o come il gruppo scultoreo che ricorda la leggenda di santa Cunegonda.

La creazione più affascinante è sicuramente la grande cappella di Santa Cunegonda, interamente scavata nel sale, con grandi sculture che raccontano la vita di Cristo e lampadari decorati con cristalli di salgemma.

Per la sua importanza storica ed artistica la miniera è stata iscritta nella lista dei monumenti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1978.

Wieliczka - Miniera di Sale

Wieliczka - Miniera di Sale

Wieliczka - Miniera di Sale

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Da sola.

In fondo non mi dispiace viaggiare da sola perché posso visitare città e musei con i miei ritmi, che sono dettati spesso da interessi ed emozioni, mi piace camminare con il passo veloce o salire su di un taxi quando sono stanca di camminare, mi piace fermarmi per pranzare quando ho fame o sedermi in un caffè quando ho bisogno di coccole, senza rispettare orari convenzionali o programmi.

Così ho visitato Cracovia, da sola, senza orari e senza programmi, decidendo dove andare e cosa vedere senza limiti, magari soffermandomi nella piazza  del Mercato in attesa del calare della sera o aspettando, nel cortile del Collegium Maius, lo spettacolo dell’orologio meccanico, con la curiosità di scoprire (o riscoprire) luoghi affascinanti, con lo stupore dell’incontro con l’arte e la bellezza, cullandomi nelle emozioni senza bisogno di parole.

E poi sono finita in un ristorante ebraico nel Kazimierz davanti ad un’anatra in salsa di ciliegie, incuriosita e stupita dai sapori inusuali, seduta ad un tavolo dal quale potevo osservare la sala e gli altri avventori e il  quartiere al di là della vetrina mentre la mente, libera dalle parole, poteva seguire pensieri e ricordi.

Cracovia

Cracovia - Kazimierz

Cracovia - Kazimierz

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