Le cascate di Ouzoud.

Lo spettacolo che non ti aspetti in Marocco sono queste stupende cascate, alte circa centodieci metri, che sembrano nascere dal nulla e cadono fra due pareti di arenaria rossa, proprio nel cuore del Medio Atlante.

Si scende lungo un sentiero comodo e non troppo scosceso, tra bancarelle e alberi di fico, ulivo, carrubo e mandorlo, tra le voci, i profumi e i colori tipici di un souk, si incrociano asinelli carichi di merci e turisti, soprattutto marocchini.

Durante il percorso capita di imbattersi in numerosi esemplari di macaco berbero, le scimmiette di Gibilterra, intente a mangiare noccioline, a camminare incuranti dei turisti o ad arrampicarsi sugli alberi da dove osservano curiose i passanti.

Sono loro i veri padroni del luogo.

E poi si arriva ad una  balconata quasi ai piedi della cascata, bellissima e suggestiva, spesso ornata da un arcobaleno ed è quasi un peccato voltare le spalle a tanta bellezza per scattarsi un selfie.

Marocco - Ouzoud (Cascata)

Marocco - Ouzoud

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Le concerie di Fes.

Nel cuore della Medina di Fes, fra vicoli angusti dove sono in vendita tutte le merci del mondo, capita di incontrare un asinello carico di pelli diretto alle concerie che sono una delle attività artigianali tipiche della città (non a caso un tempo il cuoio più pregiato veniva chiamato “Marocchino“).

Avvicinandosi ad una conceria si viene investiti dall’odore pungente delle sostanze usate per conciare e tingere la pelle, una miscela di urina di mucca, calce, acqua e sale, mischiata ai tannini e ai coloranti vegetali.

Dalla terrazza sopra la conceria lo spettacolo è quello di un girone dantesco, con le grandi vasche in pietra che contengono i vari elementi, dove si aggirano uomini che lavorano incessantemente senza apparentemente curarsi dei miasmi.

I visitatori riescono a mitigare l’impressione di soffocamento grazie ad un mazzetto di foglie di menta con il quale costruirsi una rudimentale maschera antigas, ma il lavoratori, laggiù tra le vasche, non hanno le foglie di menta.

arocco - Fes

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Incredibili geometrie.

L’aereo si alza in volo, Marrakech a poco a poco scompare lasciando il posto ad una vasta area di campi e terreni pronti per essere coltivati o già verdeggianti di alberi ben allineati.

I profili dei campi disegnano eleganti geometrie che, viste dall’alto, sembrano quasi il dipinto di un artista contemporaneo o un immenso patchwork cucito da abili mani.

Sono geometrie che raccontano del lavoro dell’uomo, della fatica e della passione di mani e di cuori.

Mi stupisce sempre scoprire quanto la terra possa essere bella se vista dal cielo.

Marocco - In volo verso casa

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Povere antiche pietre.

L’immagine delle macerie antiche, di quei muri devastati, di quelle vite devastate ferisce gli occhi e l’anima.

Quanti sono i piccoli borghi antichi del nostro Paese, i minuscoli grumi di case arroccate sui fianchi di un colle, quanti sono i muri di pietre cariche di storia, le chiesette che raccontano una devozione che non ha tempo?

Quando arrivano la morte e la distruzione ci accorgiamo di quanto siano preziosi quei muri e quelle pietre, di quanto siano importanti quei silenziosi testimoni del tempo.

Non possiamo permetterci di lasciare le cose come sono, fidando nella buona sorte, non possiamo permettere che quei borghi antichi, di cui l’Italia va giustamente fiera, si trasformino da luoghi di vita in luoghi di morte.

Sicuramente gli interventi per mettere in sicurezza i nostri paesetti richiederanno grandi risorse  economiche, scientifiche e culturali, ma se gli interventi permetteranno di salvare anche una sola vita, anche un solo muro, anche un solo brandello di memoria forse scopriremo di essere un Paese migliore.

Bergamo -  città alta

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Spegnere i microfoni.

Non credo siano indispensabili lo stuolo di cronisti e il dispiegamento di mezzi nelle terre devastate dal sisma che ha colpito Lazio e Marche, non credo siano indispensabili lo stillicidio di notizie, le interviste dai risvolti scontati, le frasi di circostanza che sembrano pronunciate solo per far lievitare la commozione, quei microfoni impudichi, sempre accesi tra le macerie, che non permettono il riserbo del dolore.

In situazioni simili ho sempre l’impressione che il diritto di cronaca dovrebbe lasciare spazio alla compostezza del dramma, che i cronisti dovrebbero fare un passo indietro per non rischiare di essere d’intralcio alle persone che stanno lottando con il tempo e con la morte.

La televisione dovrebbe darci notizie essenziali, senza cercare a tutti i costi la “storia”, dovrebbe darci informazioni di servizio sui comportamenti da tenere per prevenire le tragedie e per essere veramente d’aiuto quando le tragedie accadono.

 

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Solo desolazione.

Non ci sono parole per descrivere la sensazione orribile che mi ha colpito stamattina quando ho acceso il computer e, come sempre, ho dato un’occhiata alle notizie, non ci sono parole per spiegare lo smarrimento davanti alle rovine di tanti paesi che il terremoto ha spazzato via, di tante vite che ieri c’erano e oggi non ci sono più.

E penso a mia madre che, nei peggiori incubi, rivive ancora il dolore per la sua casa distrutta dalle bombe durante le incursioni aeree su Milano nell’agosto del ’43, ma quella era la guerra e, in un certo senso, quando si vive in tempo di guerra le distruzioni e la morte fanno parte di ciò che può accadere, possono essere inaccettabili, incomprensibili, ma non imprevedibili.

Quando viviamo in tempo di pace, invece,  non possiamo mettere in conto che il mondo come lo conosciamo, i nostri averi, coloro che amiamo e la nostra vita stessa possano essere spazzati via in pochi secondi.

Quando ciò accade ci prende un sentimento di desolazione profonda, come se un abisso oscuro si fosse aperto nell’anima.

Allora non ci resta che il dolore e, per chi crede, il rifugio della preghiera.

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Il cassetto dei ricordi.

La breve vacanza in Marocco è già scivolata nel cassetto dei ricordi, tra le infinite immagini, impressioni, sensazioni di altre vacanze di altri viaggi, vicini e lontani, brevi o lunghi, piacevoli o tristi, ma sempre presenti e vivi.

Anche questo è stato un viaggio come gli altri, un viaggio con gli occhi aperti, con la mente aperta, per vedere, per capire, per conoscere, per non lasciarmi fuorviare dai pregiudizi che ci illudono di aver capito tutto quando abbiamo sempre tanto da imparare.

Come è accaduto per altri viaggi si è trattato di un “andare” lontano per ritrovarmi, un viaggio attraverso città, monumenti, paesaggi e persone che mi riporta come sempre a fare i conti con me stessa perchè ogni volta che parto per un nuovo viaggio so già che il viaggio, breve o lungo, in qualche modo mi cambierà, mi farà scoprire luoghi nuovi, ma anche nuove sfaccettature del mio essere che si definiscono e si precisano proprio nell’incontro con l’altro, con l’altrove.

Per questo sfioro con gioia il mio cassetto dei ricordi perchè so che ogni ricordo mi riporta un pezzettino della mia vita.

Marocco - Marrakech

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La dolcezza di uno sguardo.

Nel Souk gli spazi sono così angusti che è quasi inevitabile incrociare gli sguardi di quanti camminano con noi, accanto a noi: sguardi indifferenti, sguardi curiosi, sguardi amichevoli, sguardi solo molto raramente infastiditi o ostili.

E poi succede di voltare un angolo e di sentirsi addosso uno sguardo incredibilmente dolce, due occhi neri e lucidi in un viso scavato dalle rughe che sembra inciso nel legno.

Mi fermo un attimo e osservo questo venditore di pane, seduto con le spalle appoggiate ad un muro, sotto un fanale dalla luce fioca: mi guarda senza fare un cenno, senza chiedere nulla.

Gli chiedo, accennando alla macchina fotografica, se posso scattargli una foto e lui fa un leggerissimo cenno di assenso, si rassetta un po’ e accenna appena appena a mettersi in posa, senza neppure tendere la mano per chiedere una monetina, come fanno molti.

Gli allungo, con un po’ di pudore, un soldino e lui mi guarda, guarda la moneta posata sulla sua mano e poi rivolge il palmo verso il cielo e comincia a sussurrare delle parole: la guida mi spiega che sta invocando su di me la benedizione di Dio.

Gli sorrido, lo saluto e mi allontano con la sua benedizione e, per molto tempo, con la dolcezza del suo sguardo nel mio.

Marocco - Fes

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La Medina incantata.

Camminare per la Medina di Fes è un’esperienza un po’ straniante perchè, percorrendo le viuzze ombreggiate, spesso strettissime, dove non passano mezzi di trasporto, si ha l’impressione di essere catapultati indietro nel tempo, in un Medioevo che qui non sembra così remoto.

Il dedalo di vicoli, che ogni tanto si aprono in piazzette soleggiate, è tutto un susseguirsi di odori, di colori, di suoni, si passa dai colori accesi delle vasche dei tintori di seta d’agave, agli odori pungenti delle vasche delle concerie del pellame, che solo le foglie di menta riescono a mitigare, mentre le orecchie sono pervase da un rumore di fondo fatto di richiami dei venditori, di colpi monotoni dei martelli dei fabbri, di grida di avvertimento dei conducenti degli asinelli, gli unici mezzi di trasporto, oltre ai carretti a due ruote, della Medina.

Ogni quartiere ha una Moschea, una fontana, un forno, un asilo e un hammam, luoghi di incontro irrinunciabili, ci si trova in Moschea per pregare, ci si raccoglie intorno ad una fontana, si porta il pane al forno,  si passa qualche ora nell’hammam e intanto si socializza, ci si conosce, si scambiano idee e esperienze.

Poi da una viuzza si sbuca davanti ad una Madrasa, la scuola coranica, che è tutta un’esplosione di decori in stucco, in legno di cedro e in ceramica, come la Madrasa Bou Inania, la più bella scuola coranica del Paese, che risale alla prima metà del 1300.

E poi si esce, si torna nel souk, tra venditori e suoni, e colori, e odori e si ha l’impressione che il tempo si sia fermato.

Marocco - Fes

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Una cartolina da Rabat.

Prima di passare la porta delle mura della Qasba di Rabat si costeggia l’Oceano, lungo una via molto trafficata, e  un vasto cimitero, il “Giardino dei silenziosi” come lo definisce con una espressione poetica e gentile la nostra guida.

Poi si passa la porta e ci si trova proiettati in un altro mondo, fatto di stradine con case bianche e azzurre che ricordano altri luoghi del Mediterraneo, quasi a simboleggiare il fatto che noi che ci affacciamo su questo mare abbiamo veramente molte cose in comune.

Si passeggia per le viuzze ombrose e un po’ scoscese, con un occhio attento a dove si mettono i piedi, e l’altro pronto a cogliere scorci da cartolina, con quei muri bianchi che si stagliano contro il blu del cielo, e gli angoli fioriti, e le porte decorate e un gattino acciambellato su una soglia.

Sembra quasi di stare in un set cinematografico, ma i suoni e i profumi che sfuggono dalle finestre socchiuse ci parlano di una quieta quotidianità che nulla ha a che fare con le cartoline e allora magari si abbassa la voce, si rallenta il passo, si frena la curiosità che ci spingerebbe a scrutare negli androni ombrosi.

E passeggiare è piacevole, quasi come aggirarsi in una fiaba.

Marocco -  Rabat
 

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