Mai dire “mai”

Quando, meno di un anno fa, ho dovuto acquistare uno smartphone per poter utilizzare la mia identità digitale (lo Spid per intenderci) pensavo che non sarei mai riuscita a servirmi dell’aggeggio incriminato: “schermo troppo piccolo”, mi dicevo “… e polpastrelli troppo imbranati per usare la tastiera”.

Poi ho imparato e, adesso, faccio fatica persino a ricordarmi come riuscissi a sopravvivere nella mia vita precedente.

Ma la vita è sempre ricca di sorprese e, dopo aver realizzato che il portatile è un po’ troppo ingombrante per viaggiare con me mentre lo smartphone è un po’ troppo minuscolo per permettermi di leggere i documenti che ho bisogno di leggere, mi sono resa conto che sarebbe stato interessante entrare in possesso di un “tablet”.

E allora tablet sia.

E’ entrato in casa mia in punta di piedi, abbastanza leggero da stare in borsetta, con lo schermo abbastanza grande da non attentare alla mia vista, con una penna che mi permettere di prendere appunti senza usare la tastiera (ricorda quasi una “tabula” la tavoletta ricoperta di cera e dotata di stilo su cui scrivevano gli antichi romani).

E così mi trovo circondata da macchine che dialogano fra loro in modo abbastanza inquietante, qualche volta anche indipendentemente dalla mia volontà: si scambiano testi, immagini, e forse (chissà?) anche pensieri, idee, sensazioni.

Questa vita 2.0 mi affascina, ma un po’ mi spaventa… anche.

 

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E’ già neve.

All’orizzonte le montagne sono già imbiancate di neve in questo insolito settembre, caldo nel pomeriggio e attraversato da un brivido autunnale non appena cala il sole.

All’inizio del mese, durante il mio breve giro dalle parti di Belluno, mi sono spinta fino a Misurina, verso il tramonto, giusto in tempo per apprezzare lo spettacolo delle Dolomiti spruzzate di neve.

Si è passati in pochi giorni dall’agosto rovente a temperature che fanno sognare piatti di polenta con i funghi e formaggio fuso e vino rosso e non si può certo affermare che questo faccia bene alla salute.

Alla mattina quando vado a scuola, mentre il sole sta sorgendo, cammino frettolosa e freddolosa, avvolta in un giubbotto caldo che poi, verso le quattordici, quando torno a casa, è assolutamente inutile (… e oserei dire dannoso).

Come si afferma nel più trito dei luoghi comuni “non esistono più le mezze stagioni”.

Misurina - Auronzo di Cadore (Belluno)

Piani di Artavaggio

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Brutta gente.

Il suv, senza alcun contrassegno che ne giustifichi la presenza, occupa quasi due spazi nel parcheggio del supermercato, due spazi comodi, vicini all’ingresso, appetibili, peccato che si tratti di posti riservati ai disabili.

E’ solo la punta dell’iceberg di una serie di comportamenti che definire incivili è pura cortesia.

Spesso, accompagnando mia madre a fare una passeggiata, con la sua sedia a rotelle, trovo gli scivoli che mi permetterebbero di scendere agevolmente dal marciapiedi occupati da automobili parcheggiate lì “solo per qualche minuto”, “perché devo fare una commissione urgente”, ” perché non c’è altro spazio”o anche semplicemente senza alcuna giustificazione.

Altre volte trovo lo scivolo intasato da un gruppetto di persone che chiacchierano animatamente e mi guardano storto se ho l’ardire di disturbare la loro conversazione sui massimi sistemi, quando gentilmente (lo giuro) chiedo di passare.

Se non riusciamo ad avere un po’ di attenzione e di rispetto per chi è in difficoltà, come se la difficoltà fosse una colpa, siamo proprio diventati brutti e cattivi.

Brunate

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… E fea quelle isole feconde…

Nel sonetto in cui, con acuta nostalgia e amore infinito, il Foscolo canta la sua terra, l’isola di Zante, la Zacinto in cui è nato e dove ha respirato amore e bellezza, affiorano le figure affascinanti del mito, a metà strada tra sogno e memoria.

Venere nasce dal mare e dona, con il suo primo sorriso, bellezza e vita alle isole, Ulisse torna finalmente in patria e bacia la terra amata, “bello di fama e di sventura”, dopo il lungo esilio al quale l’eroe omerico, a differenza del poeta, ha saputo e potuto porre fine.

Spiegare la poesia del Foscolo con gli occhi ancora pieni del verde e dell’azzurro di quelle “isole feconde”, baciate dal primo sguardo di Venere nata dal mare, mi dà un’emozione particolare.

Mi sembra di capire meglio la nostalgia del poeta. mi pare di comprendere il suo dolore, la rassegnazione della lontananza, la disperazione dell’abbandono.

Monastero di Kataron - Itaca (Grecia)

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La prima settimana.

E’ (già) passata la prima settimana di scuola, una settimana un po’ in salita perchè riprendere non è mai facile.

Con la terza è stato un ritrovarsi, un riprendere un discorso interrotto solo dalle vacanze estive che sembrano passate in un soffio, certo i ragazzi sono un po’ più alti, un po’ più “grandi”, ma sono sempre gli stessi ragazzi, un po’ curiosi, un po’ rumorosi, intelligenti quanto basta, capaci di dimostrarsi incredibilmente maturi e, solo un attimo dopo, ancora irrimediabilmente bambini.

La prima invece è tutta una scoperta reciproca: ci parliamo, ci osserviamo, impariamo a conoscerci, li guardo con le teste chine impegnati nel test d’ingresso di storia e provo una grande tenerezza.

Come ogni anno prendo le misure al mio lavoro, cerco i modi per coinvolgere i ragazzi, per risvegliare il loro interesse e la loro curiosità, per far loro comprendere che imparare è l’esperienza più bella del mondo.

E lunedì si ricomincia.

cavenago scuola

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Un’esplosione di colori

Una delle impressioni più forti che la Sicilia mi ha lasciato dentro è la ricchezza  dei colori che, ad ogni passo, ha colpito i miei occhi come un’esplosione luminosa esaltata e intensificata dai raggi. fortissimi e chiari, del sole.

Ho il ricordo vivo delle calde tonalità degli edifici barocchi dalle forme arrotondate ed eleganti.

Dalle bancarelle rimbalzano i colori vividi delle porcellane lucide e luminosissime.

E poi è tutto un tripudio di frutti, di fiori, di verde acceso, di bianco accecante del sale, di azzurro cupo del mare e del cielo.

I colori, per me abituata al grigiore di questa pianura, mi riempiono di gioia e di vitalità.

Noto (Sicilia)

Scicli (Sicilia)

Erice (Sicilia)

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La geografia delle piccole cose.

In questi giorni, in prima, dove insegno storia e geografia, cominciamo a prendere confidenza con le materie di studio a partire dall’esperienza personale dei ragazzi.

Non abbiamo ancora aperto i libri e ci limitiamo a osservare documenti,  immagini e carte geografiche e, per cominciare, osserviamo la carta del paese, identifichiamo le strade che i ragazzi percorrono ogni giorno da casa a scuola e cerchiamo punti di riferimento nei luoghi che i ragazzi incontrano abitualmente.

Poi passiamo all’immagine satellitare ed è con gioioso lo stupore che i ragazzi riconoscono la scuola, dalla forma così caratteristica, e il parco in cui si ritrovano al pomeriggio: il paese visto dal cielo ha un aspetto strano, quasi irreale perchè, di solito, non vediamo i tetti degli edifici e non è naturale riconoscerne la geometria.

Con lo “street view” percorriamo le strade e allora i ragazzi fanno a gara per indicarmi le vie in cui abitano e a identificare le loro case.

Quando torniamo ad osservare la carta geografica si rendono ormai conto che non si tratta di un’immagine astratta, ma che ogni linea corrisponde ad un pezzetto della realtà che conoscono bene perchè la vivono ogni giorno.

La geografia delle piccole cose quotidiane permetterà loro di avvicinarsi a comprendere il mondo intero.

Cavenago

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Lungo il fiume, tra gli alberi.

Questo settembre alterna giornate piovose già quasi autunnali ad altre ancora calde e luminose e allora perchè non approfittarne per fare una bella passeggiata lungo l’Adda con due amiche con le quali è piacevole trascorrere qualche ora?

Facciamo un sopralluogo in vista della prossima gita scolastica (ops: visita d’istruzione) tra i luoghi dove, all’inizio dello scorso secolo, sono spuntate alcune fra le più belle centrali idroelettriche della nostra zona e dove è stato costruito l’ardito Ponte di San Michele che collega ancora oggi le due sponde del fiume.

Camminiamo lungo l’alzaia di buon passo, tra l’acqua e gli alberi, chiacchierando piacevolmente e godendoci i raggi del sole ancora inaspettatamente caldo, calcoliamo i tempi, annotiamo i punti dove è meglio che i ragazzi non si avventurino.

Mi piace questo angolo di fiume, tutto rapide e salti d’acqua,  dove il fiume scorre rombando veloce, mi piace ascoltare la sua voce, mi piace il suo colore che ha i riflessi del cielo e delle foglie.

Mi piace passeggiare, mi fa sentire ancora in vacanza.

Paderno d'Adda

Paderno d'Adda

Paderno d'Adda

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Suoni.

Dopo più di due mesi di silenzio, rotto solo da qualche cinguettio e del rombo continuo dell’autostrada, il giardino della scuola si riempie di suoni, di voci, di saluti, di risate: sono i ragazzi che tornano in classe.

Con passo lento a gruppetti entrano quelli di terza, che intanto si raccontano l’estate, con l’aria di quelli che già hanno capito tutto, un po’ più celeri, magari spintonandosi quasi a perpetuare l’atmosfera della vacanza, arrivano anche quelli di seconda, anche loro la strada la conoscono già: suona la campanella, si aprono le porte e i ragazzi sciamano all’interno, dirigendosi nelle loro classi, mentre l’androne e il corridoio si riempiono di voci.

Ero già in classe, impegnata nella prima lezione dell’anno, e non ho visto entrare i ragazzini di prima, ma immagino la loro spavalderia che cela un po’ di agitazione, gli occhi curiosi che scrutano i nuovi ambienti e i nuovi visi, il procedere un po’ incerto verso le aule che li ospiteranno per i prossimi tre anni.

I ragazzi sono tornati in classe, gli insegnanti in cattedra: tutto è tornato al suo posto… come è naturale che sia.

Da Barzio a Introbio (occhi)

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Forse per l’ultima volta.

Domani affronterò, quasi per la sessantesima volta, forse per l’ultima, l’emozione del primo giorno di scuola e lo farò come sempre: con un sentimento a metà strada fra la tristezza per la vacanza finita e l’attesa della nuova avventura.

Quest’anno si aggiunge una sensazione un po’ strana che nasce proprio dal fatto che questo che inizia dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere il mio ultimo anno di scuola, l’ultimo di una storia lunghissima nata nell’ottobre del 1959 quando, per la prima volta, ho varcato il portone di una scuola un po’ grigia di Milano.

Ho passato sui banchi, e poi tra i banchi di scuola, la maggior parte della mia vita e, francamente, faccio fatica ad immaginarmi altrove.

Quest’anno che inizia servirà anche a questo, ad accomiatarmi da una realtà che per tanti anni è stata la mia unica realtà: una realtà fatta di libri, di parole, di incontri, di relazioni, di conoscenza, di lavoro, di fatica, ma anche di gioia.

Ho un intero anno per imparare ad immaginarmi un’altra vita.

cavenago scuola

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