Roba “da grandi”.

Accompagnare i ragazzi in un viaggio d’istruzione qualche volta è un’esperienza stressante soprattutto perchè, quando il gruppo è numeroso, è facile che si distraggano, chiacchierando tra loro, e perdano l’occasione di godere delle opere d’arte, dei monumenti, dei paesaggi.

Allora ho pensato che sarebbe stato interessante fare un piccolo esperimento e provare ad accompagnare dei gruppetti di quattro o cinque ragazzi a visitare il Museo del ‘900, al pomeriggio dopo la mattinata di scuola, senza alcun vincolo se non la voglia di vedere qualcosa di nuovo in un contesto diverso dalla lezione o dalla gita scolastica.

Così oggi, al suono della campanella, il primo gruppetto si è imbarcato in questa esperienza: siamo andati a Gessate, abbiamo preso la metropolitana e abbiamo raggiunto il museo.

Le ragazze hanno mangiato i loro panini durante il viaggio assaporando, nel contempo, la sensazione di essere autonome, di viaggiare da sole (anche se logicamente non le ho mai perse d’occhio), di guardarsi intorno, osservando gli altri passeggeri (soprattutto i numerosi studenti poco più grandi di loro e che, dal prossimo anno, saranno i loro compagni di scuola).

Poi abbiamo visitato il museo, le ragazze hanno ammirato il “Quarto stato” di Pelizza da Volpedo, hanno osservato con attenzione le opere dei Futuristi, si sono incuriosite al cospetto dei quadri astratti e delle sculture contemporanee (… ma come mi sembravano diverse dalle studentesse che vedo tutti i giorni) e naturalmente si sono scattate un selfie davanti al Duomo sotto un’istallazione di Lucio Fontana.

Poi la giornata “particolare” si è conclusa con una passeggiata in Galleria e lungo il Corso Vittorio Emanuele scintillante di negozi, tra le luci e i suoni della città all’imbrunire.

Nei loro gesti c’era la consapevolezza di essere “grandi”, di fare “roba da grandi”.

Penso sia un’esperienza da ripetere al più presto (logicamente con un altro gruppetto).

Milano - Museo del '900

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I ragazzi al centro.

Oggi ho trascorso il pomeriggio impegnata nei colloqui con i genitori che, per motivi legati agli orari di lavoro, non posso incontrare nell’ora di ricevimento alla mattina.

Di solito si tratta di un’esperienza abbastanza frenetica perchè il tempo è poco e le persone da incontrare sono tantissime: i corridoi della scuola sono popolati di genitori in attesa del loro appuntamento che stazionano, purtroppo in piedi, davanti alle porte delle aule chiacchierando tra loro.

Il tempo per ogni colloquio è  breve  ed è indispensabile usarlo bene cercando di mettere a fuoco la situazione dei ragazzi in modo chiaro perchè è evidente, anche se non sempre ce ne ricordiamo, che al centro dei nostri discorsi ci sono i ragazzi con il loro lavoro e il loro futuro.

Non ci pensiamo spesso, ma insegnanti e genitori sono lì  perchè hanno a cuore i ragazzi, sono lì per collaborare, per risolvere problemi e cercare strategie per aiutare i ragazzi a crescere e trovare la loro strada, lavorando insieme.

Dopo diverse ore di colloqui esco che è già buio da un bel pezzo, fa freddo (ma forse è solo la stanchezza), mi stringo nel cappotto e mi avvio verso casa con il cuore leggero: se queste ore sono servite per risolvere qualche situazione difficile o per rassicurare o per trovare una strada o anche solo per conoscerci e per imparare a fidarci l’uno dell’altro, sono state ore spese bene.

Marocco - Attraverso il Medio Atlante

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Perchè studiare i “Promessi sposi”?

Perchè studiare Leopardi, Pascoli o Manzoni? Perchè perdere tempo a leggere un’opera d’arte se nella vita dovrò collegare dei cavi, o usare un computer o programmare un automa o progettare un ponte o pilotare un aereo o studiare una nuova acconciatura?

Chissà quanti ragazzi si stanno ponendo queste domande mentre sui banchi di scuola stanno studiando argomenti che ritengono “inutili” per la loro professione futura.

Sabato mattina il padre di uno dei nostri ragazzi ha confessato questi stessi dubbi che anche lui, quando era ragazzo, si è posto senza trovare una risposta convincente: la risposta, ci ha spiegato, gliela avrebbero data gli anni seguenti.

Quello che i ragazzi non capiscono, fino a quando sono ragazzi, è che non si diventa adulti maturi e consapevoli rinunciando alla conoscenza, alla curiosità perchè la letteratura, l’arte, la musica e tutto ciò che nasce dall’ingegno umano contribuisce a fare di noi delle persone a tutto tondo.

E’ indispensabile che i nostri allievi imparino bene l’inglese perchè sicuramente lo useranno in futuro, ma non possono rinunciare alla conoscenza dell’italiano che è una lingua ricca, una lingua non facile, ma che permette di esprimere con grande proprietà idee e pensieri.

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto” affermava il vecchio Cremete (nell’Heautontimorumenos di Terenzio) per giustificare la sua curiosità e per estensione la stessa frase, che suona “sono un uomo e non ritengo a me estraneo nulla di ciò che è umano” può significare che è proprio dell’uomo (in quanto tale) essere aperto ad ogni esperienza, ad ogni conoscenza.

Lecco - luoghi manzoniani

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Un difficile dilemma.

La domenica pomeriggio dovrebbe essere dedicata al riposo, alla lettura, ad una passeggiata a coccolarmi un po’, magari standomene raggomitolata sul divano con una tisana profumata e nessun pensiero,

Ma se la settimana di lavoro è stata impegnativa, come l’ultima tutto sommato, alla domenica mi ritrovo con tanto lavoro arretrato e il riposo mi procura solo sensi di colpa.

Mi aggiro per casa, con un umore tendente al nero, incerta se impegnarmi nella stesura definitiva della programmazione coordinata del consiglio di classe o dedicarmi alla pulizia del frigorifero che, temo, rischi a lungo andare di vivere di vita propria.

Dilaniata dal dilemma non so prendere una decisione e poi passo davanti ad una finestra (… e noto, per inciso, che anche i vetri richiederebbero un po’ di olio di gomito) e vedo fuori il sole e il cielo azzurro e le foglie multicolori dell’autunno e mi viene tanta voglia di scappare almeno per mezza giornata alla settimana.

La tentazione è forte e non so resistere, infilo le scarpette da ginnastica ed esco a passeggiare un po’, almeno fino a quando il sole comincerà a scendere sull’orizzonte e la temperatura diventerà più fresca, respiro a pieni polmoni qualche ora di libertà, mi riempio gli occhi di colori e anche il mio umore migliora.

Quando torno a casa sono così contenta che riesco persino a pulire il frigorifero e ad iniziare il lavoro di programmazione.

Cavenago di Brianza - Le foppe

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Padri e figli.

Da alcuni anni è consuetudine, nel nostro istituto, invitare i genitori a presentare ai ragazzi di terza il loro lavoro e il loro percorso di studi e di formazione per contribuire, con la loro esperienza, ad arricchire il percorso dell’orientamento, nel momento non facile della scelta della scuola superiore.

Questa mattina si è svolta quindi una lezione un po’ particolare con alcune mamme  e alcuni papà volonterosi impegnati a spiegare ai ragazzi il mondo degli adulti.

Per una volta ho potuto godere di un punto di osservazione inconsueto.

Ho potuto osservare i ragazzi e in particolare i figli degli adulti coinvolti: alcuni cercavano di simulare un eccessivo distacco, altri ascoltavano mamma e papà quasi incantati, quasi trattenendo il respiro, altri sembravano addirittura vedere i propri genitori con occhi nuovi.

I genitori, da parte loro, hanno confessato tutti (o quasi) la loro emozione nel confrontarsi con i figli e con i loro amici e compagni da una vita.

Gli adulti si sono messi in gioco, i ragazzi hanno ascoltato con rispetto e attenzione le loro storie di studenti e di lavoratori improntate a passione, curiosità, sacrifici e soddisfazioni.

Oggi la scuola è stata veramente maestra di vita.

Luci e ombre (Cavenago di Brianza)

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Ben allineati, in fila per due.

Questo inizio di anno scolastico è stato contrassegnato dalle notizie contrastanti apparse sulla stampa, sulla norma che imporrebbe ai genitori (o a chi ne fa le veci, come si diceva una volta) di recarsi presso l’uscita della scuola per accompagnare a casa i figli minori di quattordici anni.

Le notizie hanno sollevato non poche discussioni sulla maturità dei ragazzi, sulla necessità della sicurezza, sull’autonomia dei minori, sulla difficoltà per i genitori (o i nonni) di trovarsi contemporaneamente sul luogo di lavoro e ai cancelli della scuola.

Anche nelle scuole il dibattito è stato imponente soprattutto su cosa vada considerato “uscita” dell’istituto: per esempio nel nostro caso l’uscita è la porta dell’atrio o il cancello in fondo al giardino.

Dove dobbiamo accompagnare i ragazzi? Dove finisce la nostra responsabilità di adulti?

E così oggi, visto che avevo l’ultima ora, ho deciso di giocare un po’ e ho chiesto ai ragazzi di terza di uscire dall’istituto e di attraversare il giardino  in fila per due.

I ragazzi, come è logico, sono stati al gioco e hanno camminato in fila, alcuni tenendosi persino per mano, con i loro zainetti sulle spalle, con i loro carrellini ben allineati, serissimi e compunti,  tra gli sguardi perplessi degli altri studenti.

Poi qualcuno è tornato sui suoi passi per riprendere la bicicletta dalla rastrelliera.

Quando fanno così li adoro.

Cavenago autunno

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Documenti e ricordi.

E’ uscita, sul sito dell’Istituto, la circolare a titolo “Quiescenza 1/9/2018” e ho cominciato a raccattare i documenti da presentare in segreteria per presentare la domanda per andare in pensione (perché di questo si tratta).

E’ un po’ buffo il termine “quiescenza”, mi fa pensare al riposo, ad una panchina al parco, ai libri che non ho mai avuto il tempo di leggere, agli armadi che non ho mai il tempo di riordinare.

Rileggo i documenti per assicurarmi che sia tutto in ordine, ripercorro le date, i lunghissimi quarantadue anni passati in un’aula scolastica, rivedo i visi di tanti ragazzi perché il mio lavoro consiste anche in una lunga teoria di relazioni e di persone e non solo in nozioni da trasmettere con più o meno successo.

So già che mi mancherà il mio lavoro, ma sono anche consapevole che, prima o poi, bisogna tentare di smettere, bisogna provare a fare altro, ad inventarsi un’altra vita.

Spero solo di non finire, un po’ annoiata, ad osservare qualche cantiere stradale.

Cavenago Le Foppe

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Giallo.

Quando l’autunno, come in questi giorni, prende piede in modo prepotente gli alberi si vestono di colori sgargianti, le foglie secche brillano tremanti sui rami, fragili e delicate, pronte a staccarsi al primo refolo di vento e a cadere a terra e resteranno lì, un po’ ammaccate e malconce, e perderanno tutto il loro splendore.

Quando la nebbia avvolge tutto con il suo grigiore opaco anche le foglie sugli alberi sembrano smunte e incolori, ma quando, come oggi, il sole brilla nel cielo limpido anche i colori si accendono e tutto quel giallo, contro il cielo azzurro, è così brillante da ferire gli occhi.

E’ il giallo il colore dominante di questo autunno in Brianza, un giallo acceso che mette allegria e fa dimenticare il freddo e l’inverno che sta per venire.

Cavenago di Brianza

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L’onore nazionale.

Questa sera sembra che nulla conti di più, per il nostro Paese, dei piedi di undici giovanotti (non tutti proprio giovanissimi) in cui riposano le “magnifiche sorti e progressive” del  futuro della nazione (almeno di quello calcistico).

Come spesso accade ci giochiamo tutto in una manciata di minuti, con  giocatori infortunati che gettano la stampella contro la porta avversaria come Enrico Toti (ho scritto Toti, non Totti, mi raccomando).

Ci sono attimi di puro, involontario, umorismo con i commentatori che candidamente ci raccontano come la dinamicità della squadra sia affidata ad  Immobile (nomen omen?).

E mentre i secondi scorrono inesorabili e si profila lo spettro innominabile della mancata qualificazione ai mondiali mi piacerebbe poter osservare che, in fondo, è solo un gioco e l’Italia ha ben altri problemi.

Ma questa sera il “benaltrismo” non sembra funzionare.

Milano - Portello - Calciatori

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La normalità del male.

In questi tempi difficili in cui il nostro Paese e l’Europa sono percorsi da una ventata di xenofobia, di razzismo, di violenza spesso ingiustificata(ma quando mai la violenza lo è?), di tentazioni totalitariste (basti pensare alla manifestazione di ieri in Polonia) mi scopro a pensare a come il passato non ci abbia insegnato niente.

Settant’anni fa, quando finalmente aprimmo il vaso di Pandora degli orrori che avevano devastato il continente, scoprimmo che i “malvagi” non erano “mostri inumani”, ma persone assolutamente “normali”, incapaci di decifrare le conseguenze dei loro atti, persone che avevano “ubbidito agli ordini” senza farsi domande, forse perché così è più semplice o più semplicemente persone calate nella realtà in cui vivevano, una realtà fatta di lavoro, di carriera, di statistiche con i numeretti ben allineati, senza idee e senza responsabilità.

E’ questa “normalità” che mi spaventa: mi spaventa il pensiero che chi allora compiva simili atrocità e oggi può restare indifferente davanti alla tragedia di milioni di uomini in fuga e può smettere di provare emozioni alla vista dei cadaveri in mare, o può voltarsi dall’altra parte davanti alla miseria, alla sofferenza, al dolore fossero e siano persone “normali”, persone che hanno una famiglia, una casa, un lavoro, un cerchio magico di affetti e piccole gioie quotidiane e tanta paura che queste tranquille sicurezze possano essere intaccate.

Non è facile essere “umani”, non è rassicurante farsi carico del dolore dell’altro, soprattutto se l’altro è lontano, diverso, ma dobbiamo imparare a non chiudere gli occhi, dobbiamo ricordarci, ogni tanto, di pensare, di alimentare idee e assumerci responsabilità per evitare di trasformarci in semplici ingranaggi di una macchina.

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