Il porto.

Alla mattina, quando il sole già da un po’ aveva iniziato a filtrare dalle persiane rigorosamente azzurre della mia camera, mi alzavo, mi vestivo in fretta e, senza neppure bere un caffè, mi avviavo verso il porticciolo di Frikes.

Il primo caffè l’avrei bevuto in uno dei piccoli locali affacciati sul mare.

Amo camminare e passeggiare nell’aria frizzante del mattino mi dà la carica, amo camminare nel silenzio e i villaggi di Itaca sono sempre molto silenziosi tanto da sembrare disabitati.

Lungo la riva si allineano le barche rientrate dalla pesca notturne, presidiate da uno stuolo di gatti dall’aria oziosa che attendono, con dignitosa compostezza, qualche boccone sfuggito alla pulizia del pesce e delle reti.

E’ questa l’ora in cui il mare ha il colore dell’alba e delle nubi ed è liscio e tranquillo, mosso solo da un leggero brivido di vento.

Passeggiare lungo la banchina è diventata subito un’abitudine piacevole, un piacevole modo di svegliarmi e di andare incontro al giorno.

Frikes - Itaca (Grecia)

Frikes - Itaca (Grecia)

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Negli occhi e nel cuore.

Ho capito perchè Ulisse, nonostante la smania di conoscere e di vivere, tentasse con tutte le sue forze di tornare ad Itaca: l’isola è uno di quei luoghi che si fissano negli occhi e nel cuore e che lasciano, in chi si allontana, un’acuta nostalgia.

Itaca è un innamoramento fatto di colori, di bellezza, di silenzi, di piccoli villaggi che sembrano disabitati, di pietra, di altezze e di acque trasparenti dalle mille sfumature.

Itaca è il mito dell’inquietudine e del ritorno, è il porto in cui rifugiarsi dopo le peripezie della vita e da cui partire perché la vita non può essere solo una quieta serenità, ma è anche sfida e desiderio di superare il limite.

Pochi giorni trascorsi su quest’isola dura e pietrosa, ricca del fascino della leggenda, mi hanno fatto comprendere che Itaca non è solo un luogo fisico, ma anche un simbolo della vicenda umana sempre in bilico tra il noto e l’ignoto, tra il passato e il presente, tra il desiderio di partire e la dolcezza del ritorno.

Exogi - Itaca (Grecia)

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…. E sono 64

Anche quest’anno Google mi ha fatto gli auguri.

Grazie!

Buon compleanno Renata!

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Un libro per l’estate.

Anzi “almeno tre libri per l’estate” è il compito per le vacanze che ho assegnato ai miei ragazzi gettando nel più nero sconforto alcuni e riempiendo di giubilo altri.

Come al solito ho consigliato una serie di letture: qualcuno mi ha chiesto l’argomento, altri si sono limitati a chiedermi il numero delle pagine (come se il numero delle pagine del volume fosse un criterio di scelta accettabile).

Se sapessero che ho letto libri brevissimi assolutamente noiosi ed astrusi forse orienterebbero la scelta su altre variabili.

Comunque sia durante l’estate leggeranno e forse scopriranno (ma molti di loro lo sanno già) che immergersi in un libro, lasciarsi prendere dalla narrazione, farsi coinvolgere da sentimenti e passioni può essere un’esperienza che forse non cambia la vita, ma sicuramente la arricchisce.

Buone vacanze e buone letture a tutti.

libro

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Una nuova valigia.

La valigia in realtà è sempre quella, quella inconfondibile quando compare sul nastro trasportatore dell’aeroporto, ammaccata da tanti trasbordi, graffiata e un po’ malconcia, ma che ci posso fare? Mi sono affezionata e sono abitudinaria perciò continuerò ad usarla fino a quando non sarà ridotta a brandelli.

La cosa nuova è la meta scritta sul cartellino appeso alla maniglia.

Si tratta di un luogo del mito, che desidero visitare da tanto tempo, da quando per la prima volta ho letto il racconto del viaggio di Ulisse, un viaggio lunghissimo e leggendario, un viaggio per tornare alla casa, agli affetti, all’isola amata.

“Nostoi” si chiamavano in greco i racconti del ritorno degli eroi omerici alle loro patrie ed anche il mio viaggio, che immagino breve, ma intenso, è un po’ un ritorno alla dimensione della leggenda, a ciò che ho amato e che continuo ad amare.

Mi sembra un buon modo per festeggiare, tra un paio di giorni, il mio compleanno.

Bergeggi (ottobre 2011)

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Esami e guerre.

Non ricordo che cosa avessi capito, nel lontano giugno del ’67, della Guerra dei Sei Giorni, ma evidentemente pensavo di saperne abbastanza da scriverne nel mio tema dell’esame di terza media.

I giornali parlavano di luoghi che poi mi sarebbero diventati familiari come la Striscia di Gaza o le Alture del Golan, i telegiornali rimandavano l’immagine, ai miei occhi un po’ pittoresca, dell’allora ministro della difesa israeliano il generale Moshe Dayan, riconoscibilissimo per la benda che celava l’occhio sinistro ferito durante la seconda guerra mondiale.

L’argomento era di scottante attualità, visto che la guerra si era conclusa il 10 giugno proprio pochi giorni prima dello scritto di italiano, e a me, che divoravo i quotidiani ed ero assetata di capire il mondo, non pareva vero di cogliere l’occasione di scrivere un tema originale.

Ero incosciente allora e forse lo sono ancora.

Non so bene cosa avessi capito, ma, a giudicare dall’esito dell’esame, evidentemente devo aver scritto qualcosa di buono.

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Cena d’estate.

E’ ormai tradizione, nella casa di riposo dove vive mia madre, salutare l’arrivo dell’estate con una cena in giardino a cui partecipano tutti gli ospiti, i parenti ed il personale.

Come sempre, in occasioni simili, ciò che conta non è tanto la qualità del cibo (che comunque è sempre buono), o la scelta dei vini, o la vivacità dell’intrattenimento, ciò che conta è passare una sera in compagnia dei nostri cari e anche di tutti gli ospiti che, per i più svariati motivi, non hanno parenti alla loro tavola, ma che hanno l’occasione di condividere qualche ora chiacchierando e ascoltando musica, senza sentirsi troppo soli.

E’ bello vederli “tirar tardi” (di solito si ritirano nelle loro camere molto presto) e combattere contro il sonno per prolungare la gioia dello stare insieme.

E’ bello vederli sorridere come bambini mentre le lampade cinesi si innalzano, delicate e poetiche, nel cielo limpido.

Lampada cinese

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Viaggi a colori.

Quando cominciano le vacanze (estive, natalizie, pasquali poco importa: basta che siano vacanze) di solito tiro fuori la mia valigia (sempre la stessa finché non me la sfasceranno in qualche aeroporto) e parto.

Di solito programmo i viaggi e prenoto con largo anticipo così ho tutto il tempo di leggere guide turistiche e libri e di prepararmi a cogliere anche i più piccoli dettagli dei monumenti, dei paesaggi, dei luoghi e delle persone che incontrerò lungo la strada.

Alcuni viaggi mi lasciano l’impressione di profumi, di geometrie, di sapori, di suoni e di colori e spesso sono proprio i colori che restano impressi nei miei ricordi, quando ormai sono a tornata casa da lungo tempo e le altre sensazioni si attenuano.

Ci sono viaggi che  hanno colori ben definiti come, ad esempio, il rosso degli edifici e della terra del Marocco: se chiudo gli occhi rivedo quei riflessi rossi, caldi e brillanti, rivedo il colore delle colline e del complesso Heri es-Souani di Meknes, le grandi scuderie che servivano anche da granaio: una struttura immensa in cui sole, che splende nel cielo limpido, accende l’ocra delle colonne.

Ecco: per me il viaggio in Marocco ha il colore di quelle colonne.

Quale sarà il colore del prossimo viaggio?

Marocco - Meknes

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Come in un acquario.

Il primo giorno senza ragazzi, senza lezioni, senza campanella e schiamazzi e litigi e corse sul prato ha sempre una strana atmosfera.

E’ domenica e la domenica è sempre un giorno di vacanza, ma la prima domenica dopo la chiusura dell’anno scolastico ha un sapore diverso, sarà forse per la consapevolezza che domani alle otto meno cinque non suonerà la campanella e i ragazzi non entreranno vocianti nell’atrio.

Mi sento quasi stordita, come se galleggiassi in un acquario e, all’idea dei suoni ovattati che da domani sfioreranno le mie orecchie, mi sento quasi smarrita.

E’ incredibile che si riesca ad abituarsi a tutte quelle voci, così vivaci, talora così dissonanti, le voci più acute delle ragazze e quelle dei ragazzi che, con il passare dei mesi, diventano sempre più profonde.

Nell’acquario delle mie vacanze quelle voci sono lontane e appannate e quasi ne provo già un po’ di nostalgia.

Cortabbio (Primaluna)

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Ricordando l’Alsazia.

Sembra ieri eppure sono passati già cinque anni dal viaggio d’istruzione in Alsazia: per le strade di Strasburgo e di Colmar, lungo la linea Maginot e  nel silenzio del campo di concentramento di Natzweiler-Struthof.

I ragazzini che ricordo incantati e stupiti davanti all’imponenza delle cascate del Reno di Schaffhausen ora sono dei giovani alle prese con le incertezze, le attese e i timori dell’esame di maturità, dei giovani che ora come allora sono in procinto di spiccare un nuovo volo, di affrontare un cambiamento che, per molti di loro, significherà scegliere la facoltà universitaria e iniziare un nuovo percorso di studi.

Li ricordo aggirarsi tra le case a graticcio così tipiche della regione con l’aria un po’ spavalda di ragazzini che si credono già quasi “grandi”, tutti presi dall’idea di essere in viaggio, all’estero, senza la presenza protettiva dei genitori.

Sono passati cinque anni e quando li incontro per strada quasi stento a riconoscerli, anche se da lontano non ho mai smesso di tenerli d’occhio, ho cercato di seguire i loro percorsi perchè i ragazzi,  quando se ne vanno, si portano via un pezzetto di cuore.

Strasburgo (Francia)

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