Spegnere i microfoni.

Non credo siano indispensabili lo stuolo di cronisti e il dispiegamento di mezzi nelle terre devastate dal sisma che ha colpito Lazio e Marche, non credo siano indispensabili lo stillicidio di notizie, le interviste dai risvolti scontati, le frasi di circostanza che sembrano pronunciate solo per far lievitare la commozione, quei microfoni impudichi, sempre accesi tra le macerie, che non permettono il riserbo del dolore.

In situazioni simili ho sempre l’impressione che il diritto di cronaca dovrebbe lasciare spazio alla compostezza del dramma, che i cronisti dovrebbero fare un passo indietro per non rischiare di essere d’intralcio alle persone che stanno lottando con il tempo e con la morte.

La televisione dovrebbe darci notizie essenziali, senza cercare a tutti i costi la “storia”, dovrebbe darci informazioni di servizio sui comportamenti da tenere per prevenire le tragedie e per essere veramente d’aiuto quando le tragedie accadono.

 

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Solo desolazione.

Non ci sono parole per descrivere la sensazione orribile che mi ha colpito stamattina quando ho acceso il computer e, come sempre, ho dato un’occhiata alle notizie, non ci sono parole per spiegare lo smarrimento davanti alle rovine di tanti paesi che il terremoto ha spazzato via, di tante vite che ieri c’erano e oggi non ci sono più.

E penso a mia madre che, nei peggiori incubi, rivive ancora il dolore per la sua casa distrutta dalle bombe durante le incursioni aeree su Milano nell’agosto del ’43, ma quella era la guerra e, in un certo senso, quando si vive in tempo di guerra le distruzioni e la morte fanno parte di ciò che può accadere, possono essere inaccettabili, incomprensibili, ma non imprevedibili.

Quando viviamo in tempo di pace, invece,  non possiamo mettere in conto che il mondo come lo conosciamo, i nostri averi, coloro che amiamo e la nostra vita stessa possano essere spazzati via in pochi secondi.

Quando ciò accade ci prende un sentimento di desolazione profonda, come se un abisso oscuro si fosse aperto nell’anima.

Allora non ci resta che il dolore e, per chi crede, il rifugio della preghiera.

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Il cassetto dei ricordi.

La breve vacanza in Marocco è già scivolata nel cassetto dei ricordi, tra le infinite immagini, impressioni, sensazioni di altre vacanze di altri viaggi, vicini e lontani, brevi o lunghi, piacevoli o tristi, ma sempre presenti e vivi.

Anche questo è stato un viaggio come gli altri, un viaggio con gli occhi aperti, con la mente aperta, per vedere, per capire, per conoscere, per non lasciarmi fuorviare dai pregiudizi che ci illudono di aver capito tutto quando abbiamo sempre tanto da imparare.

Come è accaduto per altri viaggi si è trattato di un “andare” lontano per ritrovarmi, un viaggio attraverso città, monumenti, paesaggi e persone che mi riporta come sempre a fare i conti con me stessa perchè ogni volta che parto per un nuovo viaggio so già che il viaggio, breve o lungo, in qualche modo mi cambierà, mi farà scoprire luoghi nuovi, ma anche nuove sfaccettature del mio essere che si definiscono e si precisano proprio nell’incontro con l’altro, con l’altrove.

Per questo sfioro con gioia il mio cassetto dei ricordi perchè so che ogni ricordo mi riporta un pezzettino della mia vita.

Marocco - Marrakech

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La dolcezza di uno sguardo.

Nel Souk gli spazi sono così angusti che è quasi inevitabile incrociare gli sguardi di quanti camminano con noi, accanto a noi: sguardi indifferenti, sguardi curiosi, sguardi amichevoli, sguardi solo molto raramente infastiditi o ostili.

E poi succede di voltare un angolo e di sentirsi addosso uno sguardo incredibilmente dolce, due occhi neri e lucidi in un viso scavato dalle rughe che sembra inciso nel legno.

Mi fermo un attimo e osservo questo venditore di pane, seduto con le spalle appoggiate ad un muro, sotto un fanale dalla luce fioca: mi guarda senza fare un cenno, senza chiedere nulla.

Gli chiedo, accennando alla macchina fotografica, se posso scattargli una foto e lui fa un leggerissimo cenno di assenso, si rassetta un po’ e accenna appena appena a mettersi in posa, senza neppure tendere la mano per chiedere una monetina, come fanno molti.

Gli allungo, con un po’ di pudore, un soldino e lui mi guarda, guarda la moneta posata sulla sua mano e poi rivolge il palmo verso il cielo e comincia a sussurrare delle parole: la guida mi spiega che sta invocando su di me la benedizione di Dio.

Gli sorrido, lo saluto e mi allontano con la sua benedizione e, per molto tempo, con la dolcezza del suo sguardo nel mio.

Marocco - Fes

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La Medina incantata.

Camminare per la Medina di Fes è un’esperienza un po’ straniante perchè, percorrendo le viuzze ombreggiate, spesso strettissime, dove non passano mezzi di trasporto, si ha l’impressione di essere catapultati indietro nel tempo, in un Medioevo che qui non sembra così remoto.

Il dedalo di vicoli, che ogni tanto si aprono in piazzette soleggiate, è tutto un susseguirsi di odori, di colori, di suoni, si passa dai colori accesi delle vasche dei tintori di seta d’agave, agli odori pungenti delle vasche delle concerie del pellame, che solo le foglie di menta riescono a mitigare, mentre le orecchie sono pervase da un rumore di fondo fatto di richiami dei venditori, di colpi monotoni dei martelli dei fabbri, di grida di avvertimento dei conducenti degli asinelli, gli unici mezzi di trasporto, oltre ai carretti a due ruote, della Medina.

Ogni quartiere ha una Moschea, una fontana, un forno, un asilo e un hammam, luoghi di incontro irrinunciabili, ci si trova in Moschea per pregare, ci si raccoglie intorno ad una fontana, si porta il pane al forno,  si passa qualche ora nell’hammam e intanto si socializza, ci si conosce, si scambiano idee e esperienze.

Poi da una viuzza si sbuca davanti ad una Madrasa, la scuola coranica, che è tutta un’esplosione di decori in stucco, in legno di cedro e in ceramica, come la Madrasa Bou Inania, la più bella scuola coranica del Paese, che risale alla prima metà del 1300.

E poi si esce, si torna nel souk, tra venditori e suoni, e colori, e odori e si ha l’impressione che il tempo si sia fermato.

Marocco - Fes

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Una cartolina da Rabat.

Prima di passare la porta delle mura della Qasba di Rabat si costeggia l’Oceano, lungo una via molto trafficata, e  un vasto cimitero, il “Giardino dei silenziosi” come lo definisce con una espressione poetica e gentile la nostra guida.

Poi si passa la porta e ci si trova proiettati in un altro mondo, fatto di stradine con case bianche e azzurre che ricordano altri luoghi del Mediterraneo, quasi a simboleggiare il fatto che noi che ci affacciamo su questo mare abbiamo veramente molte cose in comune.

Si passeggia per le viuzze ombrose e un po’ scoscese, con un occhio attento a dove si mettono i piedi, e l’altro pronto a cogliere scorci da cartolina, con quei muri bianchi che si stagliano contro il blu del cielo, e gli angoli fioriti, e le porte decorate e un gattino acciambellato su una soglia.

Sembra quasi di stare in un set cinematografico, ma i suoni e i profumi che sfuggono dalle finestre socchiuse ci parlano di una quieta quotidianità che nulla ha a che fare con le cartoline e allora magari si abbassa la voce, si rallenta il passo, si frena la curiosità che ci spingerebbe a scrutare negli androni ombrosi.

E passeggiare è piacevole, quasi come aggirarsi in una fiaba.

Marocco -  Rabat
 

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E’ già nostalgia.

Quando stamattina le ruote del carrello si sono staccate dalla pista di Marrakech e l’aereo ha cominciato ha puntare verso il cielo i miei occhi hanno accarezzato per l’ultima volta quella terra rossa punteggiata di filari ordinati di alberi da frutto,  quelle casette che si confondono col terreno ed ho provato subito una punta di nostalgia.

Ho provato nostalgia per quel cielo e per la luce, fortissima e tersa, che esalta i colori e li fa splendere.

Ho provato nostalgia per i profumi pungenti di fiori, di frutta e di spezie, per i mille odori del suk, non sempre gradevoli, ma così caratteristici da restare impressi nella mente, prima che nelle narici.

Ho provato nostalgia per il ritmo lento, che mi appartiene così poco, per le ore passate a tavola o nel giardino segreto e silenzioso di un ryad, per quel tè alla menta bollente e tonificante sorseggiato con calma ad un tavolino di un bar.

Ho provato nostalgia persino per il caldo così secco che ti arde la pelle, ma non ti impedisce di respirare.

Penso che il Marocco mi sia entrato a poco a poco nel cuore.

Casablanca (Marocco)

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La valigia.

Quando devo affrontare un viaggio un po’ più impegnativo di una fuga per un week end di solito uso una valigia molto leggera dall’improbabile colore dorato, improbabile, ma utile quando devo aspettare in aeroporto perchè sul nastro trasportatore la mia valigia si distingue a grandi distanze fra le molte di colore più anonimo (a meno che non si sia imbarcata per ignoti lidi, ignoti e comunque diversi dai miei).

Non mi piace molto preparare i bagagli, ma è un male necessario se si vuole viaggiare e cerco di rimandare il momento fino all’ultimo, ammucchiando vicino alla valigia tutto ciò che potrebbe servirmi, ben diviso tra ciò che viaggerà nella stiva e ciò che verrà a bordo con me.

Vivo nel terrore di superare il peso consentito e così le operazioni di imballaggio sono punteggiate di dubbi di ripensamenti e di incertezze.

Guardo perplessa il cavalletto della macchina fotografica, pesante e un po’ minaccioso, e mi chiedo se sia il caso di lasciarlo a casa salvo poi pentirmi di non averlo con me quando vedrò la luna spuntare dietro un minareto nel cuore del Marocco.

Poi alla fine decido che è meglio avere un cavalletto in più e qualche maglietta in meno.

Tra calcoli algebrici e calcoli delle probabilità la valigia finalmente è pronta….

… è quasi ora di partire.

Verso Istanbul

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Piccole meraviglie.

Cammino lungo i pascoli punteggiati di fiori coloratissimi e mi ritrovo a pensare che lo spettacolo della natura è sempre incredibile, mille sfumature di giallo, di rosso, di blu che sembrano accendersi sempre di più via via che si sale di quota.

E poi, dopo una curva, mentre il sentiero si inerpica ripido il mio sguardo si posa su piccoli fiori bianchi, leggeri leggeri, piccoli ciuffi di fili sottili come seta, bianchissimi e luminosi, che danzano al minimo soffio di vento.

Mi stupisce la loro delicatezza, l’eleganza di quei petali lievi come tele di ragno, il leggero staccarsi dei semi che si affidano silenziosamente ad una bava di vento e danzano nell’aria fino a posarsi poco lontano per creare nuova vita, nuova bellezza.

Non so perchè, ma sento nascere dentro di me una gioia sottile e un senso di gratitudine, come se avessi ricevuto un dono prezioso.

fiori

 

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Cerchi rosa.

Come avrebbe reagito De Coubertin, che sosteneva che “la differente fisiologia della donna e il diverso ruolo nella società la rendevano inadatta all’attività sportiva”, se avesse assistito alla cerimonia di apertura dei giochi della XXXI Olimpiade?

La notte di Rio ha visto sfilare numerosissime portabandiera, alcune sorridenti, altre emozionate, altre orgogliose del proprio ruolo, consapevoli di quanto lungo sia stato il cammino che le ha portate lì, in quello stadio leggendario per imprese sportive tutte al maschile.

Dietro di loro hanno sfilato le squadre, tutte con almeno una donna fra gli atleti quasi a testimonianza dei mutamenti dell’ultimo secolo riguardo alla presenza delle donne nella società.

Tra le portabandiera ho visto la nostra Federica Pellegrini, sorridente ed emozionata e poco prima di lei, con la bandiera dell’Iran, Zahra Nemati, l’atleta costretta da un incidente a muoversi in sedia a rotelle, pronta a rappresentare orgogliosamente il suo Paese nella cerimonia di apertura a nella gara di tiro con l’arco.

Ho visto l’alfiere della squadra dei Rifugiati, la diciottenne siriana dall’aria sbarazzina Yusra Mardini che nell’agosto del 2015 si è tuffata dal barcone alla deriva nelle acque del Mare Egeo con venti persone a bordo e nuotando per tre ore lo ha trascinato fino a portare tutti in salvo sulle coste dell’isola di Lesbo.

Queste donne forti, coraggiose, sorridenti la loro medaglia l’hanno giù vinta.

Finale ligure

 

 

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