Insolito.

Quest’anno per le “Ville aperte in Brianza 2016” abbiamo scelto di non visitare qualche dimora fastosa, ma di farci guidare in un percorso attraverso Vimercate per scoprire la sua storia attraverso le labili tracce che ancora sopravvivono nel tessuto urbano.

E’ suggestivo e insolito percorrere strade apparentemente ben note e immaginare di far sparire, quasi con un tocco di bacchetta magica, gli edifici più recenti per riscoprire il cardo e il decumano di un antico castrum romano e le torri di una fortezza che proteggeva il cuore dell’abitato: la pieve e il mercato.

Si tratta di tracce labili, è vero, ma ben visibili se c’è qualcuno che te le sa indicare e che sa illustrare anche un sottosuolo di cripte e cantine dove è facile scoprire le fondamenta di una torre dell’antico castello in uno spazio che oggi ospita botti antiche in legno accanto a quelle più moderne in cemento e in vetroresina, decisamente meno romantiche, ma probabilmente più funzionali.

E’ sempre bello e interessante permettere alla storia nascosta di riaffiorare.

Vimercate - Ville aperte in Brianza 2016

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Ville aperte in Brianza 2016.

Puntuale, poco dopo la fine delle vacanze, a scuola appena iniziata, quando l’autunno è ancora solo sul calendario torna la manifestazione “Ville aperte in Brianza” che, come sempre, offre la possibilità di conoscere un po’ meglio questo territorio ricco di storia, di tradizioni, di cultura, di bellezza.

Nei primi anni la manifestazione spalancava al pubblico incuriosito le ville di delizia che, un tempo, popolavano questi luoghi di oziosa villeggiatura dove la nobiltà milanese si rifugiava per sfuggire alla calura della città.

Spesso si trattava di dimore fastose, nascoste in parchi ombrosi o adagiate lungo i molti corsi d’acqua, decorate con affreschi e sculture, eleganti e raffinate, simbolo di una sicurezza economica che si fondava anche sull’opulenza delle terre.

Con l’andar del tempo la manifestazione si è allargata anche ai borghi, alle cascine, ai luoghi di culto, alle centrali idroelettriche dell’Adda, belle come palazzi signorili, svelando così un patrimonio culturale ed artistico forse poco conosciuto, ma affascinante.

E’ ora di partire alla scoperta di tanta bellezza.

Lungo l'Adda: da Porto a Trezzo

Cornate d'Adda - Centrale Esterle

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Suggestione.

Sono stata spesso a visitare il villaggio operaio di Crespi d’Adda per una uscita didattica quando il chiasso gioioso dei ragazzi spezza il silenzio ovattato delle vie che corrono lungo la fabbrica, o per una passeggiata solitaria, magari in un pomeriggio autunnale, quando le brume che salgono dal fiume scivolano tra le costruzioni e rendono l’atmosfera del luogo quasi magica.

Conosco bene questo luogo per certi versi così affascinante, per altri quasi inquietante, questo luogo che ci parla di lavoro, di ordine, di vite trascorse tra la fabbrica e la casa in una quieta sicurezza che sfuma in una sensazione quasi claustrofobica.

Mai però mi era capitato di attraversare il villaggio di notte, accompagnata da una guida dall’eloquio ricco e affascinante e dalle parole di un attore, in cilindro e tabarro, che delineano un pezzo di storia, raccontano una filosofia industriale, ricreano atmosfere suggestive.

Di notte il silenzio diventa più palpabile, la fabbrica si staglia contro il cielo più incombente e le case, nonostante le luci alle finestre, sembrano quasi il fondale inanimato di un palcoscenico oscuro.

Crespi d'Adda (visita notturna)

Crespi d'Adda (visita notturna)
 

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Non guardiamo i voti!

Dallo scorso anno, nell’ambito di quella che viene definita con un’espressione un po retorica la “dematerializzazione” della pubblica amministrazione, dai nostri cassetti sono spariti i registri cartacei e tutte le valutazioni e le annotazioni vengono riportate sul registro elettronico con la conseguenza immediata che ragazzi e genitori possono vedere tutti i voti, ben allineati, con un solo colpo d’occhio, di un bel verde rassicurante se sono positivi, di un rosso angosciante se sono negativi.

Ragazzi, genitori e insegnanti hanno ben chiara la situazione, possono cimentarsi in astrusi calcoli algebrici o studiare strategie di miglioramento, ma c’è un “ma”: i voti sono solo un aspetto e, vorrei dire, il meno importante, del percorso scolastico.

Il voto non ci racconta esattamente che cosa ha imparato uno studente, ma certifica un risultato, il voto nulla ci dice degli interessi, delle curiosità, dell’impegno.

Allora vorrei lanciare, a me per prima, una provocazione: ogni tanto dimentichiamoci del valore numerico del voto, delle medie algebriche, e dedichiamo una attenzione maggiore alla qualità della vita scolastica di ogni ragazzo, al suo benessere, al suo percorso di apprendimento.

Ogni tanto non chiediamo “che voto hai preso?”, ma “che cosa hai imparato di nuovo?”.

Così facendo forse renderemo la scuola un luogo migliore in cui crescere, in cui vivere.

 

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La pioggia all’improvviso.

Dopo un inizio di settembre tanto caldo e soleggiato da far invidia al mese di luglio è arrivata la pioggia e, con la pioggia, la temperatura è crollata di colpo.

Intendiamoci: non ho alcuna fretta che arrivi l’autunno, ma la pioggia, la temperatura freddina, il cielo grigio e un po’ triste sono molto utili per un’insegnante che cerca di catturare l’attenzione dei ragazzi.

Se là fuori splende il sole e c’è un bel caldo estivo la battaglia rischia di essere persa in partenza: gli occhi dei ragazzi sembrano calamitati dalla luce e vagano sulla collina, tra gli alberi ancora verdi.

E’ fin troppo facile intuire che preferirebbero stare all’aperto a correre, a giocare o anche solo a chiacchierare ascoltando musica “a palla” seduti su una panchina del parco e invece sono qui, prigionieri dei banchi, dei libri e dei voti.

E’ meglio, molto meglio, che continui a piovere.

Cavenago - cieli

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Il coraggio e la gioia.

Avrebbe voluto gareggiare a Londra quattro anni fa, ma era troppo piccola, questa splendida ragazza di diciannove anni con gli occhi chiari e limpidi, con il sorriso contagioso che fa dimenticare il corpo devastato da una malattia crudele e ha dovuto esercitare l’incredibile arte della pazienza per attendere l’edizione di Rio de Janeiro dei giochi Paralimpici.

Oggi Bebe Vio è salita sul tetto del mondo con il suo coraggio, con la sua forza, apparentemente senza far fatica vincendo la medaglia d’oro con la naturalezza che è propria degli dei.

Ma il traguardo che ha raggiunto oggi è costato fatica e duri allenamenti e coraggio e voglia di mettersi in gioco e perseveranza  nei momenti difficili.

Tutto questo lavoro oggi si stempera in un urlo di gioia, in un pianto liberatorio, in quel cantare l’inno nazionale accompagnando la musica con i cenni del capo, proprio come fanno i bambini che nel cantare l’inno di Mameli ci mettono tanto entusiasmo, ma anche tanta serietà.

Brava Bebe, la tua gioia oggi te la meriti tutta

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Emoticon ed emozioni.

Parliamo di comunicazione oggi in classe e loro, i campioni mondiali della comunicazione digitale (nel senso che digitano alla velocità della luce con i pollici, sullo schermo dello smartphone, senza neppure guardare ciò che scrivono) non sono molto propensi ad accettare l’idea che parlare con una persona, guardandola negli occhi, possa permettere di comunicare in modo più efficace.

Eppure sanno molto bene quanto i loro messaggi, scambiati ad alta velocità, possano creare, ed abbiano già creato nel recente passato, fraintendimenti, litigi, rotture di sodalizi che duravano dalla scuola dell’infanzia, lunghissime discussioni estenuanti a base di K, di tvb e di messaggi dal significato criptico.

Sanno molto bene che la comunicazione non è fatta solo di parole, ma soprattutto di sguardi, di gesti, di sorrisi, di toni della voce, sanno bene che le emozioni, quelle vere, passano soprattutto attraverso i linguaggi non verbali.

Ma loro usano le emoticon (le faccine sorridenti, arrabbiate, stupite, spaventate che popolano le loro chat)… usano le emoticon e sono contenti così.

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Tutti vincitori.

L’appuntamento olimpico di quattro anni fa mi aveva fatto scoprire l’affascinante mondo dei Giochi Paralimpici e ricordo che, già allora, le imprese degli atleti (soprattutto degli atleti italiani che avevano portato a casa ben ventotto medaglie) mi avevano entusiasmato, emozionato, commosso.

Gli atleti paralimpici sono atleti a tutti gli effetti, anche se caratterizzati da diversi gradi di disabilità, alcuni hanno disabilità sensoriali o neurologiche, alcuni sono privi degli arti, altri portano nel corpo i segni di gravi malattie congenite, alcuni hanno subito lesioni a causa di un incidente o in seguito a una malattia invalidante, ma tutti, proprio tutti, dimostrano una grinta incredibile, una voglia di mettersi in gioco, una indicibile gioia non solo per la vittoria di una medaglia, ma anche per il miglioramento di una prestazione personale.

Proprio per questo gli atleti paralimpici sono tutti vincitori, perchè hanno sconfitto la sorte, hanno sconfitto la voglia di piangersi addosso, di inveire contro il destino, di cedere alla rassegnazione e sonno compiere imprese che sarebbero di alto livello anche per gli atleti normodotati.

Queste donne e questi uomini ci insegnano che ogni traguardo è possibile o che, almeno, si deve sempre tentare di raggiungerlo, con la tenacia, con il coraggio, con la perseveranza.

Gli atleti paralimpici sono un’incredibile fonte di ispirazione per tutti noi.

IPC logo (2004)

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Sempre la stessa emozione.

Dovrei esserci abituata, dopo una carriera più che trentennale, dopo gli anni trascorsi alla scuola elementare, alla scuola media, al liceo e sui banchi dell’università, dovrei esserci abituata, ma il primo giorno di scuola mi provoca sempre un brivido di emozione.

So già che domani mattina, quando percorrerò il breve tragitto che divide casa mia dalla scuola, sarò in anticipo, come sempre mi succede in questi casi, perchè non vedrò l’ora di incominciare un nuovo anno, una nuova avventura.

Entrerò in aula professori, per sicurezza darò un’occhiata all’orario (anche se è veramente arduo non riuscire ad imparare a memoria un orario di due ore), farò un giro di ricognizione nelle aule per accertarmi che tutto sia in ordine, che tutto funzioni, mi godrò gli ultimi innaturali minuti di silenzio dei corridoi vuoti, delle aule vuote e poi, prima che arrivino i ragazzi, berrò un caffè (a patto che la distributrice automatica non entri in agonia proprio domani mattina).

E poi il silenzio sarà spazzato via dalle voci dei ragazzi, le aule vuote si popoleranno e comincerà un nuovo anno scolastico, come sempre, come ogni anno.

Crespi d'Adda

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Tutti noi…

“Io vi parlo qui del tempo in cui, ragazzi, andavamo a scuola; del tempo che vorremmo tornasse, ma è impossibile. Dei sogni, delle speranze che avevamo nel cuore; della nostra innocenza; delle lucciole che credevamo stelle perché piccolo piccolo era il nostro mondo, basso basso il nostro cielo. Vi parlo delle stesse cose che voi ricordate, e se ve le siete scordate v’aiuto a ricordarle. Di quelle cose perdute che voi ora ritrovate nei vostri figli e vorreste – tanto sono belle – che non le perdessero mai”.
(Giovanni Mosca).

Tutti noi siamo stati bambini, tutti noi siamo andati a scuola e, di quei giorni, ricordiamo solo le cose belle: i giochi con i compagni, la maestra (che per definizione era “la più brava del mondo”), l’astuccio con le matite colorate ben allineate.

Più il tempo passa e più quegli anni lontani ci sembrano brevi come un lampo e non ricordiamo più i piccoli dolori, i piccoli fallimenti, le piccole incomprensioni perchè quegli anni, passati sui banchi di scuola, sono ormai nel mondo magico delle fiabe.

Facciamo in modo che i bambini che inizieranno la prima elementare (che oggi si chiama pomposamente “primaria”) lunedì prossimo assaporino il gusto di questa magia.

pennini

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