Un nigutin d’or.

L’espressione sicuramente suonerà un po’ oscura per chi non è nato a Milano e dintorni, ma è un’espressione che mi fa sempre sorridere perché fa parte del mio lessico familiare.

Quando ero bambina e in casa, con i miei genitori o con le nonne, si giocava a carte o a tombola io, che ero particolarmente competitiva e anche un tantino venale, chiedevo sempre “Cosa si vince?” e, in base alla risposta, decidevo se impegnarmi o meno.

La risposta era invariabilmente “Un bel nigutin d’or faa su in de la carta d’argent” (che tradotto significa grosso modo “un niente d’oro avvolto in carta d’argento”) risposta che non capivo, ma che solleticava la mia fantasia perché l’idea di un oggetto d’oro, avvolto in carta d’argento, mi incuriosiva e mi ingolosiva.

Mi sono presa tante “fregature” da bambina, ma erano fregature bonarie, amorevoli e sorridenti anche perché espresse in dialetto e il dialetto, che capivo a fatica, mi affascinava.

Sono cresciuta parlando sempre in italiano, ma ho sempre sentito parlare in dialetto in casa e ho imparato a capirlo e ad usarlo, in dialetto erano i racconti della nonna che parlava come me, con la erre un po’ francese, in dialetto erano i discorsi dei miei genitori, quando volevano che non capissi (ma poi ho imparato), in dialetto si raccontavano i pettegolezzi le amiche della nonna tra un bicchierino di vermut e i biscotti secchi, in dialetto parlavano il “cervelèe” e il “sciustrèe”.

Oggi, di tanto in tanto, anch’io parlo in dialetto, perché è la lingua della città in cui sono nata e che amo, parlo in dialetto quando mi rendo conto che espressioni come “barlafus” o “va’ a ciapà i ratt” tradotte in italiano perdono forza e non rendono bene l’idea che vogliono esprimere.

Milano - Dal Duomo

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Dietro gli sguardi.

Si esce di casa con un po’ di cautela, cercando di mantenere le distanze (magari anche esagerando un po’: il metro raccomandato tende a dilatarsi a dismisura), ad ogni incontro ci si scruta con curiosità perché non sempre è facile riconoscere gli altri visto che le mascherine nascondono il volto e, in questi giorni di isolamento, siamo tutti un po’ cambiati.

I volti sono coperti, ma gli sguardi parlano e, quando si incontrano gli amici, gli occhi sorridono ed anche questo è un nuovo modo di comunicare.

Abbiamo imparato tante cose in questi giorni, abbiamo imparato a stare in coda, in modo ordinato, senza spintonarci, senza “fare i furbi”, abbiamo imparato la pazienza e la prudenza, abbiamo imparato, noi così affettuosi e “fisici”, a non abbracciarci, a non sfiorarci e ci siamo scoperti, non senza qualche stupore, più diligenti e disciplinati di quanto non avremmo osato sperare.

Oggi per strada ho incontrato tanti sguardi sorridenti, sguardi che esprimevano la gioia di incontrarsi di nuovo, sguardi forse ancora timorosi, sguardi pieni di speranza, sguardi amichevoli, sguardi che raccontavano la difficoltà di questi giorni e il desiderio di tornare a vivere.

Da Barzio a Introbio (occhi)

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Il piacere di un caffè.

Mi spiace, ma per me bere un caffè al bar significa sedermi ad un tavolino e magari scambiare quattro chiacchiere (… da bar, appunto) con gli altri avventori e dare un’occhiata al giornale lasciato negligentemente su un tavolo vicino, bere un caffè significa concedermi una piccola piacevole pausa tra una corsa e l’altra.

Neanche da Starbucks riesco ad acquistare un caffè da asporto, non riesco a bere dai bicchieri di carta “con il coperchio”, a meno che non mi trovi in un aeroporto o a bordo di un aereo dove, qualche volta per ingannare il tempo, ordino un bicchierone di beverone scuro (caffè “americano”, lo chiamano) che si raffredda sul tavolino, mentre l’aereo scivola nell’aria.

Di conseguenza, in attesa che sia possibile bere un caffè seduta ad un tavolino, magari all’aperto, a debita distanza dagli altri avventori, verosimilmente senza mascherina (altrimenti sarebbe una bella impresa), rinuncio al caffè da asporto, anche perché sarebbe un problema berlo camminando per strada (sono un’imbranata cronica) e probabilmente, dovendo berlo a casa, dopo aver percorso un certo tratto di strada, dopo essermi tolta le scarpe, dopo essermi cambiata d’abito, dopo aver gettato guanti e mascherine e dopo essermi lavata accuratamente le mani, il caffè sarebbe irrimediabilmente gelido.

Milano - Caffetteria

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Chiesa domestica.

E’ dall’inizio di questa quarantena che seguo la Messa domenicale sul canale che trasmette le celebrazioni liturgiche della Diocesi di Milano (solitamente dal Duomo), non è proprio come andare in chiesa, ma in questa situazione funziona ugualmente.

Alla domenica mi alzo per tempo, proprio come se dovessi andare a Messa, mi vesto di tutto punto e cerco un momento di raccoglimento prima che inizi la celebrazione che seguo con attenzione e partecipazione, senza farmi distrarre dal telefonino (che metto “in silenzioso” proprio come quando sono in chiesa.

So bene che la Messa è un rito comunitario, ma partecipando alla celebrazione in televisione ho la sensazione che tanti altri, in quel momento, siano lì con me e ascoltino le stesse parole e preghino insieme a me anche se lontani e separati.

In questi giorni ci sono state grandi discussioni sulle riaperture della fase due dalle quale sono esclusi i riti religiosi (tranne per quanto riguarda i funerali) e ci sono discussioni sul fatto che le celebrazioni nelle chiese cattoliche (ma anche in quelle protestanti e ortodosse, come pure nelle moschee e nelle sinagoghe) siano ancora sospese, ma, pur mancandomi la partecipazione al rito, da credente so che il Signore è anche qui, nella mia casa e che posso continuare a pregare e a credere anche qui.

Milano (Natale 2019) - Piazza del Duomo

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Cosa farò lunedì?

Non credo che lunedì prossimo uscirò di casa, penso anzi che me ne starò al balcone a guardare cosa succede perché, dopo più di due mesi di clausura quasi ininterrotta, con poche sortite veloci di una decina di minuti per qualche acquisto e qualche commissione, voglio poter assaporare la prima camminata che, quasi sicuramente, non sarà molto lunga e molto veloce perché la mascherina toglie il fiato e i muscoli devono imparare di nuovo a muoversi.

Sarà un po’ come uscire dopo una lunga malattia, con la luce del sole che abbaglia, con l’aria aperta che provoca un senso di stordimento, con le gambe molli e indolenzite.

Non ho fretta di uscire, anche se ho un gran desiderio di uscire, voglio fare le cose con calma, con attenzione, mettendo un passo dopo l’altro, senza forzare, senza esagerare.

Voglio gustare il tepore del sole, i profumi, i colori, la consistenza del suolo sotto i piedi, voglio passeggiare riscoprendo i luoghi che conosco bene come se li vedessi per la prima volta: in fondo durante l’ultima passeggiata (credo che fosse il 22 febbraio) gli alberi erano ancora spogli, l’erba dei prati inaridita dall’inverno, indossavo vestiti invernali e mi proteggevo dal freddo con guanti e cappello.

Non ho fretta, non voglio avere fretta, perché il mio timore più grande è quello di sprofondare di nuovo nell’incubo che ha accompagnato tutti noi negli ultimi due mesi e so che non riuscirei a sopportarlo.

Cavenago di Brianza

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E anche quest’anno è arrivato maggio.

Oggi è un Primo Maggio strano, un Primo Maggio con le piazze deserte, senza il concerto di Piazza San Giovanni, per molti senza lavoro, per molti con la paura di andare ogni giorno a lavorare, per molti con la paura di non tornare più a lavorare.

Non c’è voglia di festa, c’è preoccupazione, c’è uno sguardo oscuro sul futuro, ci sono i negozi, i ristoranti, i bar chiusi, c’è una grande incertezza sui modi e sui tempi della riapertura.

Ci sono interi settori come quelli legati al turismo, allo spettacolo, alla cultura che non riescono ancora a vedere un barlume di luce in fondo al tunnel.

Parlare di Lavoro oggi è veramente difficile e doloroso perché mai come ora il concetto di “Diritto al Lavoro” ha rischiato di essere un’espressione priva di significato.

Oggi mi sento solo di augurare a tutti di ricominciare, come e quando sarà possibile, con la stessa determinazione e l’immenso coraggio che ebbe la generazione dei miei genitori quando si è trovata a ricostruire una nazione dopo la seconda guerra mondiale.

Il futuro non sarà facile, ma noi siamo un popolo intelligente e creativo che, sono convinta, troverà il modo e la forza di ripartire.

Buon Primo Maggio a tutti.

Trezzo sull'Adda

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Classi senza foto.

Ogni anno, più o meno tra maggio e giugno, in tutte le scuole di ogni ordine e grado si ripete, per le ultime classi, il simpatico (simpatico?) rito della foto di classe, rito al quale i ragazzi si sottopongono di solito con un discreto entusiasmo (per fare la foto, se va bene, si perdono una decina di minuti e quando si tratta di interrompere una lezione tutto fa brodo).

Di solito i ragazzi della scuola media dove ho insegnato si allineavano sui gradini davanti all’ingresso, spintonandosi, accalcandosi, abbracciandosi, qualcuno faceva gesti buffi o espressioni ridicole, insomma mettersi in posa era un momento allegro nel quale la cosa importante non era la qualità della foto in sé, ma il fatto di stare insieme, vicini vicini, con la consapevolezza che, una volta passati gli esami, nonostante le promesse di imperitura amicizia, quel momento non si sarebbe ripetuto più.

La foto di classe fermava, per i ragazzi, un momento di passaggio e di condivisione e creava, per noi insegnanti, un prezioso ricordo.

Quante volte sono tornata a sfogliare l’album delle foto dei miei ragazzi, dei quali ricordo quasi tutti i nomi anche se, quando ora li incontro per strada, non sempre riconosco i volti.

Quest’anno il virus maledetto ha tolto ai ragazzi non solo mezzo anno di scuola, non solo le lezioni e l’allegra fatica di crescere insieme, ma anche la foto di gruppo (scattarla provocherebbe un pericoloso assembramento) e un pezzetto di memoria.

milano scuola elementare 1963 64

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Di prima necessità.

Siamo chiusi in casa praticamente da due mesi, ma non per questo dobbiamo fare penitenza visto e considerato che anche la Quaresima è passata.

Ci dicono che, visto il poco movimento, non dobbiamo mangiare molto ed è meglio limitarsi nel consumo del vino, ma questo non significa mangiare e bere male, piuttosto significa privilegiare la qualità rispetto alla quantità.

E così, in questi giorni, a casa nostra è arrivato un olio buono buono da Imperia, sono arrivati formaggi freschi e profumati e tutte le settimane una coloratissima cassetta di frutta e verdura allieta la nostra cucina.

Anche i profumi, gli aromi, i sapori e i colori sono beni di prima necessità, ci rallegrano, ci fanno stare bene nonostante il forzato isolamento.

E così (perché no?) abbiamo ordinato del vino da un produttore delle Langhe (ho un’amica da quelle parti che mi ha dato le dritte giuste) e, visto che non possiamo andare nelle cantine, Dolcetto e Barolo sono venuti a casa nostra.

Anche la gioia è un bene di prima necessità.

La Morra (langhe)

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Uscita staordinaria.

Non dovevo uscire di casa oggi, ma i miei due portatili mi hanno lasciato a piedi (… e adesso sto scrivendo questo post con il tablet, cosa che mi rende sommamente felice) e allora, dopo fortunosi accordi telefonici, ho portato i miei due “bambini” al mio angelo custode informatico.

Uscire di casa dopo tanti giorni di reclusione mi provoca una specie di stordimento, faccio fatica a respirare con la mascherina, gli occhiali da sole (infilati per evitare la tentazione di toccarmi gli occhi) si appannano ad ogni respiro e i guanti mi intralciano rendendomi più imbranata del solito.

Mi sento come chi muove i primi passi incerti all’aperto dopo una malattia, la luce mi abbaglia e il sole è più caldo di quanto non mi aspettassi, qualche goccia di sudore scivola sotto la mascherina ed è quasi una tortura evitare di toccarla.

Sbrigo le mie commissioni di corsa perché stare fuori di casa mi provoca un disagio sconosciuto: sarà veramente dura tornare alla normalità.

Cavenago di Brianza - Piazza

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Torneremo a viaggiare?

Quando sento ripetere che “nulla sarà come prima” mi abbatto perché, per me, il “prima” spesso significava una valigia pronta, una carta d’imbarco, un biglietto del treno, un camminare per strade lontane e vicine, tra palazzi antichi o avveniristici, una libertà di esplorare luoghi sconosciuti o di ritrovare paesaggi amici con un unico limite: l’ammontare del conto in banca.

Viaggiare mi ha insegnato tanto, tutto sommato quanto leggere, e mi ha regalato, oltre alla conoscenza, una infinita gamma di emozioni e il piacere del ricordo.

Mi basta guardare una foto per ritrovare l’aria frizzante di Danzica al mattino e un passero che saltella tra le briciole della prima colazione, per sentire addosso il profumo delle spezie e i suoni del mercato di Marrakech o del Gran Bazar di Istanbul, per lasciarmi accarezzare dal canto dell’Oceano in Portogallo, per seguire con lo sguardo avido le volute Liberty dei palazzi di Riga o di Oradea o di Milano.

Comprendo che, in questo momento, l’idea del viaggio è molto remota, ma non riesco neppure ad immaginare di dover rinunciare all’emozione di un treno che lentamente esce dalla Stazione Centrale o di un aereo che si stacca ruggendo dal suolo, non sopporto l’idea di non poter più visitare luoghi vecchi e nuovi, di non assaggiare più cibi insoliti, di non sentire suoni sconosciuti, di non vedere forme e colori inusuali, di non inebriarmi più di profumi e di aromi esotici.

Per ora sto qui, accarezzo i miei ricordi, sono grata per ciò che ho visto, sentito, imparato in tanti viaggi e coltivo la speranza di ripartire presto, anche per un luogo molto vicino, perché la meta è importante, ma quel che conta è la strada.

Polonia - Danzica

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