Ci vuole del fegato.

Gli uomini, da sempre, si ingegnano a trovare modi, a volte anche molto fantasiosi, per conoscere il futuro, per avere delle “dritte” prima di imbarcarsi in un affare o in un amore o, più banalmente, in un viaggio, in un cambiamento.

I Greci si recavano a Delfi nella speranza di ricavare qualche informazione intelligibile dalle parole, spesso oscure e controverse, dell’Oracolo.

I Romani, ispirati dagli Etruschi, osservavano il volo degli uccelli o i fenomeni celesti e ne traevano auspici: chi non ricorda, ad esempio, Romolo e Remo che contano gli uccelli nel cielo per decidere a chi toccherà fondare la nuova città (l’episodio, un tempo, era un “must” dei sussidiari delle scuole elementari)?

Gli Etruschi, tuttavia, avevano un altro modo per interpretare il futuro, un modo che ci potrebbe sembrare un tantino truculento: in buona sostanza quando sacrificavano una pecora estraevano il fegato dell’animale e lo “leggevano” per scoprire, nelle macchie, nelle pieghe, nei segni, la volontà degli dei.

Per interpretare un fegato (così com per leggere le linee di una mano) ci voleva un “manuale d’istruzioni” e, uno di questi “manuali” si trova in un museo di Piacenza.

Si tratta di un modellino di fegato in bronzo, trovato fortunosamente da un contadino, suddiviso in settori che riportano, logicamente in caratteri etruschi, i nomi delle divinità.

Verosimilmente gli aruspici, i sacerdoti etruschi, confrontavano il fegato con il modello e ne interpretavano i segni.

A prima vista può sembrarci una pratica primitiva e un po’ ingenua, ma in fondo non è molto diversa dal cercare di scrutare l’ignoto attraverso i tarocchi.

Piacenza - Musei di Palazzo Farnese
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Un incrocio di sguardi.

E’ sera a Vilnius, dopo cena decidiamo di fare quattro passi in centro anche se è un po’ tardi e addosso abbiamo la stanchezza dell’attesa in aeroporto e del volo e l’inquietudine dei bagagli che sembrano non arrivare mai sul nastro trasportatore e la sistemazione in albergo che, a causa delle chiavi magnetiche smagnetizzate, è un po’ laboriosa.

La doccia lava via la stanchezza lasciandomi addosso, però, una sorta di torpore e la cena contribuisce a darmi una tranquillità che mi farebbe raggomitolare sul divano.

Ma d’altra parte però c’è una città che non conosco da scoprire, c’è la curiosità di respirare un’atmosfera nuova e allora decido di uscire anch’io per assaggiare questo nuovo mondo.

Il centro della città, illuminato sapientemente, è bellissimo: tutto mi sembra interessante e insolito e gradevole.

E poi, mentre passeggio in una piazza, i miei occhi incrociano quelli di una signora che, seduta a terra in un angolo, offre i suoi fiori ai passanti .

E’ sera e i suoi fiori sono ormai un po’ sgualciti, ma il suo sguardo è vivo e intelligente e curioso almeno quanto il mio.

Mi avvicino, a gesti, mostrando la mia fotocamera, vorrei farle capire che mi piacerebbe scattarle una foto, non parlo logicamente il lituano e l’impresa non è semplice, ma l’anziana signora mi capisce al volo e si mette i posa stringendo un mazzolino di fiori.

C’è uno scambio di sguardi, di sorrisi, di saluti e di ringraziamenti e c’è un ricordo che mi resta dentro.

Vilnius (Lituania)
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E festa sia.

La prima domenica del mese di ottobre nel mio paese si celebra la festa patronale dedicata alla Madonna del Rosario ed è un evento ancora sentito anche se, probabilmente, molto diverso da come veniva celebrato nel passato.

Una volta era una festa soprattutto religiosa in cui il momento centrale era la processione con la statua della Vergine che attraversava le vie del paese addobbate con festoni ed era anche un’occasione per ritrovarsi, intorno ad una tavola imbandita, che richiamava nella comunità anche coloro che, anche se originari di Cavenago, ormai vivevano lontani.

Dagli armadi uscivano i vestiti “buoni” e, dopo il pranzo, si usciva per strada per incontrarsi e salutarsi e scambiare quattro chiacchiere.

Oggi anche il paese è mutato, è mutata la popolazione e i Cavenaghesi d.o.c. sono veramente pochi e,di conseguenza, anche la festa è diventata qualcosa di diverso: ci sono sempre le giostre e la torta di pane e latte della tradizione (un dolce povero come poveri erano i tempi andati), ma ci sono anche i mercatini, ci sono gli stand delle associazioni, c’è la musica

Eppure, anche nel clima festoso simile a quello di tante sagre paesane, c’è uno sguardo al passato, ci sono i giochi di un tempo, giochi semplici e fantasiosi, ci sono le pannocchie e gli spaventapasseri, c’è un vago sentore di un passato contadino che ormai è solo un ricordo lontano e nel quale, forse, non sarebbe stato così agevole vivere.

Eppure la festa resta un momento,per Cavenaghesi e non, per ritrovare le radici di una comunità.

Cavenago di Brianza - Festa del Paese 2019
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La luce dei secoli bui.

Forse per colpa del Petrarca, che metteva questo periodo in contrapposizione con la luce abbagliante della cultura greco-romana, siamo portati a considerare gli anni dell’Alto Medioevo come un tempo oscuro, caratterizzato da razzie e violenze, segnato da una generale decadenza culturale e morale, come se il cammino dell’umanità avesse subito un rallentamento.

Eppure, visitando il Museo Archeologico di Milano, ci si imbatte, nelle sale dedicate all’Alto Medioevo, in oggetti di rara bellezza, in gioielli che rivelano una perizia e una raffinatezza insospettabili.

Mi sono incantata alla vista di fibule, anelli, bracciali e orecchini realizzati con la tecnica del “cloisonnè”, oggetti antichi che potrebbero far bella mostra di sé anche nella modernissima vetrina di una gioielleria del centro.

Evidentemente il buio di quei secoli è attraversato da lampi di luce, da una cultura e conoscenze che, attraverso il tempo, sono giunti fino a noi e hanno contribuito anch’esse a costruire quello che siamo.

Milano - Museo archeologico
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In piazza San Fedele.

Mi piace la piazza San Fedele, a Milano, così elegante e tranquilla eppure vicinissima alla Galleria e alla vivacità multicolore di Piazza del Duomo.

Mi piace passare di qui, magari dopo aver acquistato un panzerotto da Luini, e sedermi su una panchina ai piedi della statua di Manzoni che osserva severo la piazza incurante di qualche piccione irriverente che va ad appollaiarsi sulla sua testa.

Il Manzoni, che abitava a poche centinaia di metri da qui, andava a messa proprio in San Fedele e proprio qui, il 6 gennaio 1873, cadde, forse a causa del ghiaccio, e si procurò il trauma cranico che lo portò alla morte qualche mese dopo.

La piazzetta che allora lo scrittore attraversava aveva un aspetto diverso da oggi, probabilmente era più piccola e alcuni edifici sono andati distrutti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma la ricostruzione del dopoguerra ha mantenuto intatta il fascino di questo angolo della vecchia Milano.

Amo questa piazza, ma soprattutto amo concedermi una coccola, un buon caffè seduta al tavolino del bar all’angolo dove la bevanda, aromatica e forte, è accompagnata da un cioccolatino e da qualche dolcetto goloso.

Mi piace respirare questa atmosfera tranquilla e scambiare quattro chiacchiere e lasciarmi scorrere il tempo addosso.

Milano - Piazza San Fedele
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Altri punti di vista.

Tempo fa ero salita sul tetto della Galleria Vittorio Emanuele II, uno dei luoghi di Milano che amo particolarmente, e durante la visita avevo potuto ammirare l’elegante struttura della volta e il panorama, sempre affascinante, della città incorniciata dalle Prealpi.

Non pensavo, tuttavia, che fosse possibile visitare l’interno dell’edificio percorrendo i quattro piani, dall’ammezzato, al piano nobile, fino a giungere ad affacciarsi dalla balconata e dalle piccole aperture dell’ultimo piano, invece ieri o scoperto che, al numero civico 92, vicino all’uscita verso Piazza della Scala, è possibile, grazie ad una visita guidata, ammirare la Galleria da diversi punti di vista che permettono di cogliere tutti quei particolari architettonici che sfuggo no solitamente a chi la percorre velocemente, magari dando un’occhiata alle vetrine.

Via via che si sale acquistano risalto i fregi, i ferri battuti, le cariatidi che sembrano sorreggere la volta, mentre il pavimento lucido si allontana sempre di più e le persone sembrano formiche e non si noterebbero neppure se non fosse per il vociare che rimbomba, indistinto e confuso, fino al soffitto.

All’ultimo piano, nella’appartamento in cui abitava un sarto, è anche possibile ripercorrere la storia dell’edificio, a partire dal progetto controverso di Mengoni e visitare le stanze che conservano ancora oggetti d’epoca.

La visita guidata è una bella occasione per approfondire un aspetto della storia e dell’arte di Milano che non sempre è facile conoscere.

Milano - La galleria

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Le tarsie delle meraviglie.

La chiesa di Santa Maria Maggiore a Bergamo, in città alta, vanta un tesoro inestimabile: un ciclo di trentatré tarsie, protette da altrettanti coperti ugualmente intarsiati, realizzate su disegno di Lorenzo Lotto da Giovanni Francesco Capoferri, un artigiano geniale e creativo di grande maestria.

Anche se giovanissimo i committenti preferirono il Capoferri al suo più quotato maestro di bottega, fra Damiano Zambelli, e lo inviarono a conoscere i lavori dei più grandi intarsiatori del nord Italia, da Verona a Bologna, da Parma alla Certosa di Pavia.

Da questa esperienza di formazione il giovane intarsiatore tornò con l’idea di cambiare lo stile delle tarsie; che in genere erano rappresentate come immagini prospettiche, e immaginò di creare, grazie alla fantasia visiva del Lotto, dei veri e propri dipinti fatti unicamente con il legno, di diverse essenze prevalentemente locali, utilizzato in tutti i modi possibili.

Oggi sono visibili solo le quattro tarsie frontali del coro, ma bastano questi esempi per comprendere quanto sia stato feconda e creativa la collaborazione tra il grande pittore e l’altrettanto grande artigiano.

Bergamo - Le tarsie di Lorenzo Lotto in Santa Maria Maggiore
Golia colpito da David
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In the mood.

Se c’è una musica simbolo dello sbarco degli alleati in Italia e della liberazione di Roma è “In the mood”, il brano musicale scatenato e pieno di gioia di vivere inciso proprio ottant’anni fa dall’orchestra di Glenn Miller.

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Il calore dell’ambra.

Quando Fetonte, il figlio di Helios, il sole, cadde dal cielo con il carro sottratto al padre, annegando nel fiume Eridano, le sorelle per il cordoglio si trasformarono in pioppi e le loro lacrime, dorate come i raggi del sole, si mutarono in “elektron”, l’ambra appunto.

L’immagine poetica delle lacrime dorate si ritrova anche in Lituania, nella penisola dei Curoni, dove si racconta che il sole, tuffandosi in mare, lascerebbe i suoi preziosi frammenti, piccole schegge di luce, che gli uomini poi raccolgono, da tempo immemorabile, all’alba.

In Lituania e in Lettonia, come pure in Polonia Germania e in Svezia, l’ambra viene tuttora raccolta e lavorata in monili eleganti e dal colore caldo e prezioso.

I frammenti talora racchiudono piccole intrusioni, insetti o frammenti di foglie, che li rendono ancora più preziosi anche se, in passato, non sempre è stato così anzi, nella prima metà del ‘900, l’ambra con le intrusioni era considerata di poco pregio perchè difettosa.

Mi piace l’ambra in tutte le sfumature di colore, lucida o grezza, mi piace perchè è viva, è calda, è elegante e preziosa.

Palanga (Lituania) - Museo dell'Ambra
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Riga e il Liberty.

Nel cuore di Riga, l’elegante capitale della Lettonia, sorge un intero quartiere di edifici Liberty (o Art Nouveau o Jugendstil, come viene definito lo stile architettonico di inizio ‘900 a seconda della latitudine e dell’idioma) .

Straordinaria è la ricchezza di questo quartiere che vanta circa ottocento tra case e palazzi costruiti tra la fine del secolo XIX e il 1914, soprattutto su progetto dell’architetto Michail Osipovič Ėjzenštejn che il figlio Sergej (il celeberrimo regista della “Corazzata Potemkin”) definiva “il pasticcere matto”, per la fantasiosa ed esuberante opulenza delle decorazioni delle sue costruzioni.

Le facciate, ricche di simboli, sono spesso giocate sui contrasti: appaiono figure maschili e femminili, giovani e vecchi, visi pacati accanto a volti contratti in orribili smorfie di dolore, vuoti e pieni.

E’ delizioso perdersi fra tanta creatività e non è un caso che l’Unesco ha deciso di proclamare il quartiere Liberty (unitamente al centro storico di Riga) “Patrimonio dell’Umanità” nel 1997.

Riga (Lettonia)
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