Rompere il silenzio.

Per molti giorni non ho scritto neppure una parola perché sono stata a guardare, perché volevo capire, perché non amo scrivere in preda alle emozioni, ma preferisco fare chiarezza dentro di me.

Ho seguito la vicenda della Sea-Watch, l’agonia dei giorni in mare, la determinazione del comandante, ma una cosa mi ha colpito in particolare in questa storia che assomiglia a tante storie simili.

Mi hanno colpito gli insulti sessisti (forse se il comandante fosse stato un omaccione barbuto stile “Capitan Findus2 gli insulti sarebbero stati diversi?) e mi hanno colpito quelle urla che auguravano lo stupro ad una giovane donna decisa e ferma nella sua missione di condurre in porto la sua nave con suo il grave fardello di disperazione.

Riflettiamo un attimo: lo stupro visto come “punizione” giustifica lo stupro nella testa di chi proferisce quelle minacce, come a dire: “se sbagli, se non stai al tuo posto lo stupro diventa una conseguenza possibile e forse auspicabile”.

In quelle parole non c’è rispetto per le donne, per tutte le donne e non solo per la giovane tedesca al timone, perché quelle minacce raccontano di una visione della donna che non tiene in considerazione la libertà della donna e la sua dignità e il suo diritto di scegliere.

In quelle parole non c’è nulla di cristiano, non c’è nulla di umano.

Noto (Sicilia)
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Il Museo del Design.

A pensarci bene era quasi incredibile che Milano, da sempre laboratorio italiano del design, non avesse un museo dedicato alla creatività così vivace del secondo dopoguerra.

Questa lacuna è stata colmata a partire dal mese di aprile 2019 con l’allestimento, nello spazio della Curva al piano terra del Palazzo della Triennale, di duecento oggetti (una piccola, ma significativa parte dei circa 1600 presenti nella Collezione della Triennale) che sono vere e proprie icone della bellezza, del gusto e della progettualità che coprono l’arco di tempo dal dopoguerra al boom degli anni ’80.

In uno spazio bianco ed essenziale, studiato per dare il maggior risalto possibile agli oggetti esposti, si susseguono opere di Ettore Sottsass, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Gio Ponti, Gae Aulenti, Marco Zanuso (per dirne solo alcuni), oggetti che fanno parte della nostra vita quotidiana come la Valentine Olivetti del 1969 o i Moon Boot di Tecnica del 1970 o come la poltrona che tanto imbarazzo provocava a Fantozzi quando doveva sedersi al cospetto di un dirigente dai tratti vagamente sadici.

Il Museo del Design è proprio una bella scoperta e, contemporaneamente, per quelli della mia generazione, un interessante tuffo nel passato.

Milano - La triennale
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Migrantour.

E’ un’esperienza molto particolare percorrere le vie della mia città, della città che conosco ed amo, accompagnata da una guida molto particolare, un ragazzo poco più che ventenne arrivato qui dal Mali, ma è un’esperienza affascinante perchè consente di guardare la realtà (che conosco o forse che credo di conoscere) con occhi diversi, con gli occhi di chi sta facendo un percorso non sempre facile di integrazione, che ama conoscere la cultura del paese in cui vive senza però dimenticare le sue radici.

Il progetto si chiama “Migrantour” ed interessa alcune importanti città italiane con passeggiate che attraversano alcuni quartieri multiculturali e che offrono l’opportunità di comprendere come la fisionomia delle nostre città sia spesso frutto di migrazioni passate e presenti e di scambi culturali.

Così sabato mattina, sotto una pioggia a tratti torrenziale, abbiamo passeggiato nella zona di via Padova soffermandoci presso un grande “murale”, visitando l’ex Trotter e la moschea con il centro di cultura islamico, ascoltando la storia di negozi nati da migrazioni antiche e più recenti.

Tra i momenti più significativi c’è sto l’incontro con l’Imam che ha permesso di approfondire aspetti comuni e diversità.

Tutto sommato si è trattato di una esperienza importante, da ripetere possibilmente con un clima meno burrascoso.

Milano - Migrantour - Murales
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Un po’ di nostalgia.

Due anni fa, proprio in questi giorni, ero da poco reduce da un breve viaggio a Itaca, l’isola leggendaria di Ulisse, la piccola macchia verde nello Ionio, circondata da isole più grandi e per certi versi altrettanto famose come la rocciosa Cefalonia e Zante di foscoliana memoria e Corfù, meta prediletta dell’Imperatrice Sissi.

Mentre il traghetto lasciava il porto per attraversare il piccolo braccio di mare che la divide da Cefalonia sentivo già un’acuta nostalgia per la piccola isola, per i paesini dove la vita trascorre tranquilla e silenziosa, per le pietre antiche sepolte fra gli ulivi, per le spiagge affacciate su un mare dalle mille sfumature, per il Margarita Cafè di Stavros dove si viene accolti non come clienti, ma come amici, per il minuscolo negozio che vende le tipiche caramelle alla cannella, per le case dai muri bianchi bianchi con le porte e le finestre azzurre azzurre.

Nei due anni passati dal mio ritorno ho visitato tante città italiane ed europee, ho ammirato panorami suggestivi, ho respirato altre atmosfere, ma Itaca continua ad occupare un angolo del mio cuore, forse perchè in quel piccolo angolo di mondo ho stretto amicizie e ho trovato delle compagne di viaggio con cui condividere le emozioni e gli stupori.

Monastero di Kataron - Itaca (Grecia)
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Dall’alto del monumento.

Dal 1896 il re Vittorio Emanuele II osserva la gente passeggiare nella grande piazza o sostare per ammirare il Duomo o attraversarla per andare frettolosamente da qualche parte (perché i milanesi vanno sempre frettolosamente da qualche parte).

Dall’alto del suo monumento, voluto alla sua morte dal re Umberto I e realizzato, su progetto dello scultore Ercole Rosa e poi alla sua morte sotto la direzione di Ettore Ferrari, nella fonderia Barigozzi che fino al 1975 ha fuso i metalli all’Isola, il re Galantuomo guarda la piazza con il cipiglio fiero di un uomo che sta per gettarsi nella battaglia (la battaglia di San Martino), ma che, per un attimo, trattiene il cavallo per rivolgere un incitamento ai soldati che lo seguono.

Oggi i turisti gli gettano un’occhiata spesso distratta (in fondo la mole bianca del Duomo attira l’attenzione molto di più), magari gli scattano una fotografia perché sta proprio lì, nel mezzo della piazza, si siedono per riposare sui gradoni di pietra del basamento.

I più irriverenti sono i piccioni che senza alcun imbarazzo si posano sulla feluca o sul bavero del sovrano.

Milano - Piazza del Duomo

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Castore e Polluce.

Sono nata sotto il segno dei Gemelli che, se decidessi di credere all’oroscopo, dovrebbe essere il segno zodiacale caratterizzato dall’apertura mentale e dalle capacità di comunicazione (il che spiegherebbe, tra l’altro, perchè ho fatto l’insegnante per più di quarant’anni).

Il Segno dei Gemelli si riferisce all’omonima costellazione che, secondo gli antichi, rappresentava, con la sua coppia di stelle luminosissime Castore ( α Geminorum, una stella doppia) e Polluce (β Geminorum), i Dioscuri, i figli gemelli di Zeus e Leda.

Sebbene gemelli solo Polluce sarebbe stato immortale, mentre Castore era destinato alla morte, ma Zeus, proprio per il loro profondo legame, permise loro di vivere per sempre in cielo sotto forma di costellazione come racconta Euripide.

Mi piace questo mito che racconta di un affetto profondo che va oltre la morte, mi piace che nel cielo della mia nascita ci fossero proprio loro.

Roma - Il Quirinale

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Tra poche ore.

Tra poche ore compirò sessantasei anni e sarò un po’ più vicina ai settanta che ai sessanta (come mi capita di dire ormai troppo spesso).

L’ultimo anno è stato un anno strano, il primo, dall’età di sei anni, senza scuola, il primo, dopo tanto tempo, senza lavoro, ma nonostante tutto non mi sono annoiata, non mi sono depressa, non mi sono sentita inutile e vuota (come un po’ temevo e come molti mi predicevano), anzi ho trovato un nuovo ritmo, nuovi interessi, nuove curiosità e una gran voglia di vivere.

Non rinnego nulla del mio passato, ma non ho neppure rimpianti, guardo avanti con il cuore pieno di attesa e con il desiderio di cogliere le opportunità che il tempo saprà ancora offrirmi percorrendo la strada, lunga o breve, che il futuro mi riserva.

L’unica mia preoccupazione è riuscire a tenere a bada l’adolescente che ancora si ostina a nascondersi dentro di me.

Cavenago di Brianza - Domeniche in collina 2019
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Oggi compirebbe novant’anni.

Nata a Francoforte il 12 giugno 1929, se fosse ancora su questa terra oggi Anna probabilmente avrebbe l’aspetto un po’ fragile delle tante simpatiche nonnine che incontro tutti i giorni alla casa di riposo e festeggerebbe il compleanno circondata da figli e nipoti, sconosciuta se non alla ristretta cerchia dei parenti stretti e degli amici più cari.

Ma la sua vita ha avuto un corso diverso e si è interrotta bruscamente a soli sedici anni nel campo di concentramento di Bergen Belsen.

Di quella beve adolescenza ci è rimasto il Diario, simile per certi versi al diario di tante adolescenti di allora e di ora, con il sentimenti, le speranze, i timori di una ragazzina che si vede crescere, ma anche con il racconto, spesso ingenuo, ma profondo, della vita nell’alloggio segreto in Prinsengracht 263.

Ho letto per la prima volta quel diario quando avevo poco meno della sua età e ricordo di aver condiviso molte delle sue osservazioni perché un’adolescente, anche quando vive segregata, in un contesto di precarietà inimmaginabile, è pur sempre un’adolescente e tende a guardare la realtà con occhi diversi dagli adulti.

«…È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo che può sempre emergere…»

Mauthausen reticolati
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Quest’anno anch’io “saracch”.

Due anni fa, in occasione della “Festa di Saracch” mi trovavo a vagare tra le spiagge e le rocce di Itaca, lo scorso anno ero impegnata tra gli esami di terza media e le ultime ansie della pensione, ma quest’anno, finalmente, sono una libera cittadina e posso partecipare a questa festa che celebra la cavenaghesità (si dirà così?).

Sono una cavenaghese solo di adozione, visto che la mia famiglia si è trasferita qui da Milano quando avevo undici anni, ma anche se Milano sarà sempre la mia città, questo è il luogo dove sono cresciuta, dove mi sono innamorata, dove ho messo su famiglia, dove ho lavorato per quasi tutta la vita, dove riposano i miei cari che non ci sono più, dove ho trovato amicizie sincere.

In poche parole Cavenago, per me, è “casa” e quindi mi sento un po’ saracch anch’io.

Oggi ho ritirato il mio costume, scuro e sobrio come si conviene (e si conveniva) a una signora in età, un abito un po’ da “regiura” , cioè di una di quelle donne forti che reggevano sulle loro spalle le sorti di una intera famiglia, che lavoravano a testa bassa, in silenzio, ma con grande dignità e autorità.

Adesso sono pronta a partecipare alla festa con entusiasmo.

Cavenago di Brianza - Festa di Saracch
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Se fosse vero…

Se fosse vero che il ragazzo che agitava uno striscione con la scritta “Ama il prossimo tuo” ad un comizio è stato malmenato da alcuni militanti indispettiti sarebbe un fatto grave e, per certi versi, assolutamente incomprensibile.

Incomprensibile perchè la frase tanto esecrata non è stata pronunciata da un politico in un salotto televisivo, da un filosofo “radical chic”, da un comunista sopravvissuto ai rovesci della storia, ma, per chi crede, da Colui che con la Sua morte e la Sua resurrezione ha salvato tutti noi e il cui insegnamento è il fondamento di quel “cristianesimo” che molti dicono di voler difendere, ma che, evidentemente, non conoscono o non comprendono.

Ma non può essere vero proprio perchè il Crocifisso appeso in fondo alla corona del rosario non è un ornamento, ma significa proprio “Ama il prossimo tuo”.

croce
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