Il profumo delle spezie.

Oggi ho visitato la Collezione Branca, un affascinante museo d’ impresa posto nello storico stabilimento aperto nel 1907 come ampliamento della fabbrica sorta a Porta Nuova nel 1845.

Il museo è imperniato, soprattutto, sulla produzione del Fernet, un liquore distillato, in origine, come anticolerico e antimalarico, quindi con una connotazione fortemente terapeutica, e in seguito affermatosi in tutto il mondo come aperitivo e digestivo.

Alla base del successo del Fernet c’è una formula segreta, tramandata letteralmente di padre in figlio, in cui entrano ventisette tra erbe, radici e spezie il cui profumo riempie una sala in cui si mischiano gli aromi dell’anice stellato, della cannella, della camomilla, per citarne solo alcuni.

Il percorso museale si snoda attraverso la storia dell’azienda, la ricostruzione dei vari reparti come la distilleria, la falegnameria dove i mastri d’ascia lavoravano le botti, la sartoria che produceva le divise, per finire con una vasta raccolta di manifesti che raccontano le scelte pubblicitarie e di marketing.

La vera chicca, però, sono le cantine, insospettabilmente estese, che ospitano ben allineate le grandi botti di rovere dove i distillati invecchiano nel buio e nel silenzio.

Milano - Collezione, distillerie e cantine Branca
Milano - Collezione, distillerie e cantine Branca
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Per combattere il freddo.

Spesso, nel mese di aprile,tra le mie montagne l’inverno dà qualche colpo di coda e allora è nevischio e pioggia insistente e vento gelido che soffia giù lungo le vallate e un freddo che fa subito dimenticare che ormai la primavera è iniziata.

Ho poca voglia di uscire di casa e mi raggomitolo vicino al camino, come un gatto, godendomi il week end ozioso visto il clima quasi invernale fornisce un buon alibi per “saltare” la camminata nei boschi che altrimenti sarebbe “di contratto”

Ma il modo migliore per combattere il freddo è cucinare qualcosa di confortante, che riscaldi il cuore e il resto come gli gnocchetti di grano saraceno conditi con burro di alpeggio con aglio e salvia e un po’ di formaggio di casera tagliato a dadini.

Poi ci si siede a tavola con il piatto fumante e un calice di rosso di Valtellina e, come per magia, il freddo è solo un ricordo un po’ molesto.

Moggio
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L’emozione dell’arte.

La Cappella degli Scrovegni a Padova è come un grande libro spalancato davanti agli occhi stupiti dei visitatori che corrono ammirati lungo i quattro registri sovrapposti degli affreschi, cercando di coglierne tutti i dettagli, anche se la ricchezza delle immagini richiederebbe un tempo ben più lungo dei quindici minuti che ci vengono concessi.

E allora tento di riempirmi gli occhi, di non trascurare neppure un particolare, un gesto, un’emozione soffermandomi sui personaggi, anche su quelli in secondo piano, che sembrano dialogare con le figure principali tanto da creare un racconto corale.

Giotto, con la sua grande perizia di artista, ci racconta in modo estremamente “moderno” i sentimenti dei suoi personaggi, il pianto delle madri durante la strage degli innocenti, la dolcezza infinita di Maria che tranquillizza il Bambino appena nato, la disperazione degli angeli che affollano il cielo della deposizione, il Bambino che cerca di sfuggire dalle mani di Simeone e tende le braccia alla madre, come farebbe qualsiasi bambino.

E tutte quelle emozioni passano attraverso gli occhi all’anima e riempiono quei quindici minuti di gioia e di riconoscenza per ciò che solo l’arte sa donare.

Padova - Giotto - Cappella degli Scrovegni
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La tentazione del rogo.

Cosa hanno in comune i romanzi di Harry Potter, un ombrellino di Hello Kitty e una maschera africana?

Apparentemente nulla, ma stando ad una notizia rimbalzata sui nostri quotidiani qualcosa in realtà c’è ed è il fatto che, in una cittadina della Polonia, questi oggetti sono stati dati alle fiamme, condannati al rogo perchè blasfemi.

Purtroppo, anche se oggi è il Fact-Checking day ( la giornata dell’impegno contro le “bufale”), non ho modo di verificare se la notizia sia vera o se sia, come vorrei augurarmi, uno strascico del 1 aprile (… e dei relativi pesci).

Tuttavia, se fosse vera, si tratterebbe di un atto gravissimo che mi provoca un brivido nella schiena come i roghi dei libri durante il Nazismo o quelli del futuro distopico di Fahrenheit 451.

Bruciare i libri è un tentativo maldestro e intollerante di cancellare le idee che non ci piacciono, perché un libro non è mai “solo” un libro, ma è uno scrigno di pensieri, di storie e di vita.

Per fortuna la storia ci insegna che non basta il fuoco per fermare le idee, i pensieri, la libertà.

Falò
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Ricordi in libertà.

Ci sono giornate, come oggi ad esempio, in cui nella mente si affollano i ricordi, sono i ricordi felici di una vita e, nel loro riaffiorare , provocano un dolore sordo, ed è difficile ricacciarli indietro, o forse più semplicemente non voglio ricacciarli indietro.

Oggi mio marito avrebbe raggiunto il traguardo dei settant’anni e il pensiero di questo anniversario “mancato” mi addolora, come mi addolora ripensare a tutti i compleanni vissuti insieme, alle feste strettamente familiari segnate da una torta al cioccolato (mio marito era goloso) e dalle candeline che spegneva con un po’ d’imbarazzo, visto che era schivo e non amava stare al centro dell’attenzione, ma ricordo anche il sorriso con cui ci guardava di sottecchi, un sorriso che diceva, più delle parole, la gioia di stare insieme e la contentezza per la festa.

Mi lascio cullare dai ricordi anche se oggi il senso di vuoto è più forte,

Londra - Hammersmith lungo il Tamigi
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Cervo a primavera.

La mattina del sabato nel mio paese è dedicata solitamente al mercato, tra una compera e l’altra le persone si incontrano, scambiano quattro chiacchiere mentre i bambini, liberi dalla scuola, ne approfittano per giocare e correre tra le bancarelle in un’atmosfera solitamente rilassata e tranquilla.

Ovviamente basta un nonnulla per animare l’aria un po’ sonnolenta del sabato e oggi il “nonnulla” è stato un cervo che, calato da chissà dove, scorrazzava nel parco del paese. sgroppando con energia.

Ben presto le forze dell’ordine hanno provveduto a spingere l’animale nello spazio riservato ai cani e a transennare tutta l’area per procedere alla cattura, cosa che ha richiesto alcune ore.

E per tutto il tempo la cancellata, sul lato opposto del parco, era gremita di curiosi e di bambini, arrampicati sul muretto, con le teste tra le sbarre per osservare, con un po’ di stupore, uno spettacolo così insolito.

In fondo per i bambini di oggi, che conoscono le mucche e le caprette praticamente solo grazie alle fattorie didattiche, lo spettacolo di un cervo è un dono quasi magico.

Cavenago di Brianza - Il cervo al parco
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Ordeeer! Ordeeer!

Di questi tempi sto seguendo con una certa curiosità le vicende britanniche, soprattutto per quanto riguarda il dibattito parlamentare sulla Brexit, con le votazioni a ripetizione che hanno bocciato, in rapida sequenza,
l’accordo elaborato da Teresa May, ma anche il “no deal”, la “no Brexit” e il “referendum bis ” creando una situazione di stallo che dimostra come Westminster in realtà non abbia un “piano B”, mentre ormai incombono le elezioni per il Parlamento Europeo.

In questo caos a metà strada fra la commedia dell’assurdo e un reality è emersa, nelle ultime settimane, la figura dello speaker, il presidente dell’assemblea, John Bercow che con il suo vocione tonante, gli sguardi sardonici e le cravatte improbabili è salito agli onori della cronaca.

Compito dello speaker è garantire il regolare svolgimento delle procedure e intervenire quando (e ultimamente capita spesso) le grida dei deputati sovrastano la voce di chi ha facoltà di parlare .

Bercow è un conservatore che però si è dimesso dal partito nel 2009, quando è stato eletto speaker, proprio per garantire la sua posizione super partes, la sua politica è stata molto netta fin dall’inizio nel tutelare i diritti e i poteri del Parlamento senza alcuna sudditanza nei confronti dell’esecutivo.

Oggi è diventato un personaggio, soprattutto agli occhi di quanti nel Regno Unito e in Europa, seguono la vicenda della Brexit e cercano di capirci qualcosa e hanno imparato a riconoscerlo, seduto sul suo scranno, mentre batte il martelletto e tuona “Order” ad ogni piè sospinto.

Speriamo che in questa intricata vicenda riesca veramente a portare un po’ di ordine.

Londra - Westminster



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Luci (quasi spente) a San Siro

Quando ero bambina mio padre, a domeniche alterne, mi portava a San Siro (allora lo stadio Giuseppe Meazza si chiamava così) per veder giocare il Milan che era la sua (e la mia) squadra del cuore.

Allora la “Scala del Calcio” era di dimensioni più ridotte, non c’era infatti il terzo anello, le tifoserie erano mischiate e anche se capitava qualche litigio gli scontri erano solo verbali e i posti erano divisi tra “distinti” e “popolari”.

Per me le domeniche allo stadio erano una festa, anche se non capivo molto di calcio, perché mio padre per tenermi tranquilla mi comprava il gelato o l’aranciata (cosa che non capitava spesso in casa mia).

Nella prima giovinezza San Siro ha rappresentato per me la stagione dei concerti, la musica, lo stare insieme, il gusto di una libertà conquistata, i ritorni a casa fortunosi a bordo di una 500 completamente inaffidabile.

In seguito sono tornata qualche volta allo stadio con un’amica che aveva due abbonamenti (primo anello rosso) e, di tanto in tanto, condivideva con me l’emozione della partita, ma l’atmosfera era cambiata, rispetto alla mia infanzia, l’enorme catino, pieno di rumori e di fumo, era praticamente blindato e mi comunicava una sensazione vagamente inquietante.

Oggi, in vista della costruzione di un nuovo stadio, si parla insistentemente di abbattere San Siro e la cosa ha sollevato proteste da più parti perché San Siro non è solo uno stadio, ma è un simbolo della città, un luogo caro non solo a “bauscia e casciavit” , ma a quanti vivono Milano con la sua storia e le sue tradizioni.

Milano - Palazzo della Regione Lombardia
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“La mia letizia infondere”

Il 27 gennaio 1901 moriva a Milano Giuseppe Verdi nell’albergo “Grand Hotel et de Milan” in Via Manzoni non molto lontano dal Teatro Alla Scala e i milanesi, che avevano imparato ad apprezzalo e ad amarlo, sostavano davanti alle sue finestre per avere notizie del maestro, colpito da ictus qualche giorno prima.

La mia bisnonna che era originaria di Parma, ma che si era trasferita nella città meneghina qualche anno prima, faceva parte di quella piccola folla e amava raccontarmi che sul selciato era stata stesa della paglia perché il rumore delle ruote dei carri non disturbasse il maestro nelle ore dell’agonia.

Prendendo spunto proprio da quel gruppo di milanesi l’Associazione Musicale”Claudio Monteverdi” ha messo in scena, nelle stanze di Palazzo Rasini a Cavenago di Brianza, una rappresentazione teatrale itinerante incentrata sulle musiche più celebri del Maestro con una parte corale, come le arie del “Nabucco” e dei “Lombardi” e alcuni brani solistici di grande emozione.

Nelle stanze illuminate del Palazzo gli spettatori si muovono fianco a fianco con gli artisti in uno scambio di emozioni e di energia, diventano testimoni e partecipi di una Milano di inizio secolo ricca di cambiamenti e di splendore culturale.

Il “Va’ Pensiero” che si alza nello stupendo Salone di Apollo strappa un’emozione in più.

Cavenago di Brianza - Palazzo Rasini - Spettacolo Musicale "La mia letizia infondere"
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Vita privata di Umberto I.

Grazie alle Giornate del Fai di primavera ho avuto l’opportunità di visitare Villa Zendali a Vedano al Lambro, un elegante edificio di inizio ‘800 che, nei vari passaggi di proprietà, appartenne per alcuni anni al re Umberto I.

La villa fu costruita dalla famiglia Mellerio Somaglia e, nel 1878, fu acquistata da Umberto di Savoia che ufficialmente soggiornava, durante la villeggiatura, nella vicina Villa Reale di Monza, dono di nozze di Vittorio Emanuele II al figlio in occasione del matrimonio con Margherita.

Villa Zendali fu acquistata come casino di caccia, ma il sovrano la utilizzò spesso per i suoi incontri con l’amante amatissima, la duchessa Eugenia Bolognini Litta Visconti, donna di bellezza leggendaria, che possedeva una residenza adiacente.

Il legame tra il re e la bella duchessa era ben noto anche perchè il sovrano si era fatto costruire un percorso, completamente illuminato, che univa la Villa Reale con il casino di caccia.

La Villa Zendali conserva soffitti finemente decorati a stucco, i caminetti, gli ovali affrescati sopra le porte, le boiserie e soprattutto l’imponente scalone in legno e ferro battuto che permette di salire al piano nobile.

Dopo l’assassinio del sovrano, il 29 luglio del 1900, il nuovo re Vittorio Emanuele III ruppe ogni legame con la città: la Villa Reale fu chiusa, il sentiero luminoso cancellato e Villa Zendali cadde così nell’oblio.

Vedano al Lambro - Villa Zendali
Vedano al Lambro - Villa Zendali
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