Il caucus dell’Iowa

Ieri sera è iniziata ufficialmente la fase delle primarie del Partito Democratico, che porterà alla scelta dello sfidante di Trump per la corsa alla Casa Bianca, con i Caucus dell’Iowa.

Anche se lo stato non è tra i più grandi o popolosi il risultato dell’Iowa è tradizionalmente quello che mostra gli orientamenti dell’elettorato e, per i candidati più deboli, è l’occasione per capire se è il caso di tornarsene a casa o se invece è il momento di cominciare a raccattare i fondi per una campagna elettorale lunga e costosissima.

La parola Caucus deriva da un’espressione dei nativi americani che letteralmente significa “stare seduti per terra a gambe incrociate davanti alle tende” ed era un sistema per discutere e prendere decisioni.

Per noi italiani (ed europei) abituati a elezioni più formali il Caucus può apparire singolare e pittoresco, ma in fondo è una forma di democrazia partecipativa che ha un suo perchè.

Le riunioni si svolgono in chiese, palestre, scuole e talora anche in case private, gli elettori si “iscrivono” sottoscrivendo un generico programma, senza statuti, senza tessere, senza pagamenti di quote anzi (cosa che per noi può sembrare incomprensibile) può registrarsi anche il sostenitore di un partito diverso e l’iscrizione dà automaticamente diritto al voto.

Le riunioni si svolgono in modo abbastanza vivace, in ogni angolo della sala i “rappresentanti” dei vari candidati nei illustrano i programmi e le posizioni cercando di raggruppare un numero sufficiente di elettori, talvolta salgono anche su tavoli e sedie e chiamano a gran voce amici e parenti per convincer
li a spostarsi da un altro gruppo.

Alla fine si vota per alzata di mano o scrivendo il nome del prescelto su un foglietto.

Ieri sera qualcosa è andato storto e, contrariamente a quanto succede di solito, i risultati sono ancora in alto mare: restiamo in attesa di capire quale piega prenderanno queste primarie.

Milano-Expo 2015
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Il panettone di San Biagio.

San Biagio, secondo la tradizione, fu vescovo e medico a Sebaste in Armenia, andò incontro al martirio intorno al 316 e viene venerato come protettore della gola da quando, secondo l’agiografia, durante la prigionia salvò un ragazzo da una lisca di pesce conficcata nella trachea.

A Milano la venerazione è particolare perchè si narra che una donna portò un panettone ad un frate affinché lo benedicesse per il Natale, il frate, che si chiamava Desiderio, pregò la donna di tornare il giorno seguente perché era molto impegnato.

La donna si dimenticò del panettone e Desiderio, cedendo alla tentazione della gola, cominciò a sbocconcellarlo fino a consumarlo tutto.

Quando la massaia, ricordatasi molto tardi del panettone, tornò a reclamarlo era il 3 febbraio, il frate aprì il fagotto che conteneva le poche briciole avanzate e, meraviglia delle meraviglie, ritrovò il panettone intatto.

Da questo avvenimento (leggenda o miracolo che sia) i milanesi hanno tratto la tradizione di avanzare un pezzetto del panettone tagliato nel giorno di Natale per mangiarlo il 3 febbraio in onore di San Biagio.

Anche in casa mia abbiamo fatto così: le tradizioni si rispettano.

Il panettone di San  Biagio
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Fo’ geneer gh’è scià febreer

Gennaio se ne va e arriva febbraio, in coincidenza con i “giorni della merla”, tradizionalmente i più freddi dell’anno oltre che quelli da cui trarre auspici per l’avvento della primavera.

Tra le mie montagne questo è il week end in cui si accendono i falò per “bruciare” l’inverno e a Moggio, in particolare, si tramanda la leggenda della merla che, rifugiatasi in un camino per sfuggire al gelo, ha visto le piume bianche mutarsi in nere e poi si accendono le fiaccole e agitando campanacci e battendo sui coperchi si insegue l’inverno che fugge spaventato.

Arrivati alla catasta di legna le fiaccole appiccano il fuoco e poi si sta lì, tra un vin brulè e una fetta di panettone, ad osservare le fiamme che si alzano verso il cielo godendosi il calore del falò che è già un preludio e una promessa dei tepori primaverili.

Tanto tempo fa, quando gli inverni erano più rigidi e facevano più paura con il lungo buio e con il gelo, il rito di “scacciare” Gennaio con il fuoco e il rumore assordante era quasi consolatorio, era un modo per esorcizzare l’inverno e per propiziare la primavera.

Era un rito semplice, ma carico di gioia, di promesse, di voglia di vivere.

Moggio - Falò di fine inveno
Moggio - Falò di fine inveno
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La testimonianza del dolore.

Tra pochi giorni ricorderemo i settantacinque anni della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, ad opera del soldati dell’Armata Rossa, e ritroveremo nelle parole dei pochi sopravvissuti tutto l’orrore che l’apertura del campo, quasi fosse un mostruoso vaso di Pandora, ha rivelato al mondo che non aveva saputo o voluto vedere.

Ascolteremo le parole dei testimoni e ci indigneremo o forse ci allontaneremo infastiditi o resteremo persino indifferenti perché i loro racconti parlano di avvenimenti del passato che non ci riguardano più (o forse ci illudiamo che non ci riguardino).

Eppure dovremmo soffermarci ad ascoltare con reverente rispetto perché i testimoni non raccontano solo dei fatti, ma raccontano un dolore profondo che hanno provato sulla loro pelle e che resta impresso nell’anima e nel corpo come il numero tatuato sul braccio.

Dovremmo comprendere che ogni volta che un testimone parla il dolore e l’orrore tornano a galla, e riemerge il ricordo di chi non è tornato e serpeggia la sottile inquietudine di chi, scampato alla morte, ancora si chiede perchè questa “fortuna” sia toccata proprio a lui.

Ma forse chi è tornato dalla morte comprende meglio che la vita è un dono e come tale va usato bene e che testimoniare è un segno di gratitudine ed è un modo per usare bene il dono ricevuto.

Proprio per questo motivo dovremmo stare ad ascoltarli in silenzio.

Auschwitz - Birkenau

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Un film per sorridere e riflettere.

Si sorride assistendo al film “Jojo Rabbit”, anzi a tratti si ride di gusto, ma si trova anche il tempo per pensare.

Johannes, detto Jojo, è un bambino di dieci anni, cresciuto in un villaggio di una Germania immaginaria a tinte pastello, circondato dall’amore della madre Rosie (una Scarlett Johansson in gran spolvero), una donna forte e indipendente che, non condividendo l’entusiasmo del figlio per il nazismo in cui è cresciuto, cerca di liberarlo dalla sua ossessione con l’entusiasmo, la gioia di vivere, ma senza imposizioni.

Jojo ha un amico immaginario, uno sgangherato Hitler che lo consiglia e lo guida, si pavoneggia nelle sue divise, si ciba di unicorni e il nazismo, visto attraverso gli occhi del bambino è mitico e grottesco al tempo stesso.

Il film racconta la crescita del bambino attraverso esperienze dure che lo portano a comprendere la realtà: egli scopre che la madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea, compagna della sorella morta, e a poco a poco passa dalla paura al disprezzo all’innamoramento, assiste all’impiccagione della madre come oppositrice del regime e vede la dissoluzione della Germania sconfitta e distrutta.

La guerra finisce e Jojo con la sua amica si ritrovano per strada, finalmente liberi e possono danzare.

Il film denuncia il negazionismo, il razzismo, il sovranismo e l’elogio della violenza sbeffeggiandoli con rara grazia e un humor che lascia il segno.

Spero che, nella notte degli Oscar, il film riceva i riconoscimenti che, a mio parere, merita.

Berlino - Topografia del Terrore
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Magici ingranaggi.

Da poco più di un mese sono state aperte al pubblico, all’interno del “Museo Nazionale Scienza e Tecnologia” di Milano, le “Gallerie Leonardo da Vinci”, una grande mostra permanente che percorre i vari aspetti della creatività e del genio di Leonardo attraverso più di 170 opere, 39 installazioni multimediali e una superficie espositiva di oltre 1.300 metri quadrati.

La città ha voluto così omaggiare, per celebrare i cinquecento anni dalla morte, Leonardo che tanto ha vissuto e lavorato alla corte degli Sforza, che qui ha lasciato disegni, progetti e il meraviglioso dono del Cenacolo.

Il percorso spazia  dalla giovinezza nella bottega del Verrocchio alla passione per le macchine e i meccanismi, esplora lo studio delle macchine belliche, racconta l’attitudine e l’uso del disegno visto come metodo di indagine, conoscenza e comunicazione, per giungere agli studi sul volo, all’osservazione e alle soluzioni per rendere fruibili le vie d’acqua lombarde al contributo all’architettura e alla pittura del tardo Rinascimento e infine, negli ultimi anni, all’intuizione di un cosmo governato da leggi immutabili.

Si tratta di un’esposizione affascinante e ricchissima che offre spunti di riflessione e di studio, ma che sa catturare anche la fantasia con istallazioni fantastiche come gli ingranaggi, che girano quasi in un moto perpetuo, nella sala dedicata alla “Festa del Paradiso”.

Milano - Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia "Leonardo da Vinci"

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Una piccola cosa.

Ci sono dei versi, come quelli di Trilussa, che ho letto per la prima volta da bambina e che, ogni tanto, mi tornano in mente e mi fanno riflettere per la loro semplice sincerità:

“C’è un’ape che se posa su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa.”

Meditate, gente, meditate.

Palanga (Lituania) - Museo dell'Ambra
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Il “Toti”

Sembra ieri eppure sono passati già quasi 15 anni da quando il sottomarino “Enrico Toti” ha percorso le vie di Milano per trovare la sua definitiva dimora nel cortile del “Museo della Scienza e Tecnologia – Leonardo da Vinci”, dove finalmente può riposare tra la curiosità e l’ammirazione dei visitatori.

Visitare il “Toti” è un’esperienza unica, innanzitutto per le dimensioni anguste degli ambienti dove, comunque, trova spazio tutto ciò che serve per navigare, per vivere a bordo e, se necessario, per ingaggiare un combattimento.

La visita parte dalla sala motori per proseguire lungo uno stretto corridoio dove si trova un minuscolo bagno, la zona del marconista e il sonar.

Si arriva poi alla plancia di comando, dove si può dare un’occhiata attraverso il periscopio, e si prosegue fino ai tubi di lancio dei siluri passando accanto alle cuccette (a scomparsa) che possono lasciare lo spazio ai tavoli e agli sgabelli dove il personale non in servizio poteva trascorrere il tempo riposando o concedendosi una partita a carte.

Il sottomarino poteva imbarcare ventisei uomini di equipaggio e, francamente, questo mi pare l’aspetto più sorprendente visto che noi visitatori, pur essendo solo sette, continuavamo ad intralciarci e a tirare sonore testate contro i soffitti bassissimi dei passaggi tra un ambiente e l’altro.

Milano - Il Toti al Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia "Leonardo da Vinci"
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Te la ricordi la nevicata del 1985?

Erano i primi giorni dell’anno, faceva freddissimo e, al rientro a scuola (al piano superiore di Palazzo Rasini) avevamo trovato le tubature saltate e le aule allagate e così il Comune decise di consegnare la nuova scuola media con un po’ di anticipo.

Con le attività didattiche sospese iniziammo il trasloco di quanto era necessario per cominciare le lezioni e così, mentre i giorni trascorrevano, con il cielo sereno e le temperature al di sotto dello zero, finì la settimana.

Alla domenica pomeriggio ricordo i primi fiocchi di neve, radi e leggeri, che volteggiavano nell’aria e ricordo mio figlio, che allora aveva quasi quattro anni, eccitato e felice in attesa di poter giocare con la neve che, intanto, cominciava a scendere con grandi fiocchi lenti.

La nevicata continuò per tutta la notte e poi per i tre giorni successivi, il paese si coprì di uno spesso manto candido e su tutto scese un grande silenzio rotto solo, di tanto in tanto, dal rumore dei mezzi che tentavano, con scarsi risultati, di ripulire le strade.

Dopo un po’ di ore cominciò a saltare la corrente, le case divennero fredde e buie, ma, almeno in casa mia, c’era una sorta di gioia perchè potevamo uscire per strada, con i nostri abbigliamenti da sci, e portare nostro figlio al parco a rotolarsi nei cumuli di neve come se fosse una sorta di vacanza inaspettata.

Poi smise di nevicare, la vita tornò alla normalità, le auto cominciarono a muoversi, la scuola riaprì e si cominciò a fare il conto dei danni.

Della leggendaria nevicata del 1985, che iniziò proprio come oggi, ormai ho dimenticato i disagi e mi resta solo il ricordo di quel senso di festa, di quel silenzio ovattato, di quel buio rischiarato solo dal bagliore della neve proprio come succede in alta montagna.

Cavenago di Brianza Dicembre 2012
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La famiglia.

Sulla consolle, in salotto, ci sono le foto di famiglia, foto vecchie, alcune decisamente antiche, immagini di tante persone che sono venute prima di me, di alcune che hanno condiviso con me un tratto breve o lungo della loro e della mia vita, alcune a cui sono legata da ricordi sbiaditi, altre che sono ben vive nella mia memoria e nel mio cuore, ma tutte importanti.

Sono alcune delle immagini di una famiglia, la mia famiglia, immagini di donne forti, come la mia bisnonna materna, che non ho mai conosciuto, una donna coraggiosa che, rimasta vedova giovanissima, agli inizi del ‘900, quando il marito, il mio bisnonno, morì di colera in seguito al terremoto di Messina (lavorava alla ricostruzione della città devastata), allevò due bambine di otto e quattro anni con enormi sacrifici e dedizione.

C’è anche la foto dell’altra bisnonna materna, la madre di mio nonno, che amavo tantissimo e con la quale, quando ero già adolescente, trascorrevo tanto tempo ascoltando i suoi racconti e i suoi ricordi appannati dallo scorrere del tempo.

Ci sono le foto dei miei nonni da bambini, bambini serissimi e un po’ “ingessati”, nei loro abiti della festa.

E poi c’è la foto di mio padre, serio ed elegante come lo ricordo, con la sue eterna cravatta e la camicia candida.

Infine c’è la foto che preferisco: mio marito, mio figlio ed io, in ghingheri durante una festa, sorridenti e sereni e ogni tanto la osservo e ritrovo gli anni felici della nostra vita insieme e sento di nuovo la quieta gioia del nostro essere famiglia.

Forse non ricordo tutti i volti, ma tutti i nomi e le storie sono scritte in modo indelebile nel mio cuore e nella mia mente e le foto sono lì, come un nodo al fazzoletto, per aiutarmi a non dimenticare.

Cavenago di Brianza - Foto di famiglia
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