Non perdere la speranza.

Non è facile in questo periodo affidarsi alla speranza, a quella piccola fiammella battuta dal vento che a tratti si ravviva e a tratti si affievolisce.

Non è facile, certo, ma senza la forza che solo la speranza può darci sarebbe difficile affrontare le giornate che sembrano scorrere tutte uguali, in un altalenarsi di emozioni.

Ogni pomeriggio ascolto in modo ormai distratto i numeri e le statistiche, poi all’ora di cena leggo il quotidiano comunicato del nostro Sindaco che ci racconta come è andata la giornata, ci parla dei nuovi contagi, si rallegra con noi per le persone tornate a casa dopo il ricovero ospedaliero, ci esorta a comportarci in modo corretto e ci incita a tener duro, a non abbassare la guardia.

Me lo ricordo a scuola, il nostro Sindaco, ricordo un ragazzino sveglio, ma anche riservato e mi intenerisco quando penso che sulle spalle di quel “ragazzino” oggi grava un peso difficile da sopportare, grava la responsabilità di una intera comunità, gravano le decisioni che devono essere prese per il bene di tutti e i dubbi e i timori.

Alimentare la speranza non è facile, ma necessario, dobbiamo poter credere che usciremo da questo buio, tutti insieme, con calma, senza scomposte euforie, senza fughe in avanti.

Se manterremo i nervi saldi, se non ci faremo prendere dallo sconforto, se riusciremo a tener duro allora, sicuramente, vedremo spuntare l’arcobaleno.

Cavenago - Arcobaleno

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Il lunedì dell’angelo.

Ormai tutti, o quasi, chiamano questa giornata “Pasquetta”, come se fosse un’appendice più frivola della Pasqua, ma in realtà è il “Giorno dell’Angelo” perché ricorda l’apparizione del messaggero celeste che annuncia alle donne accorse al sepolcro la lieta novella della Resurrezione.

È la giornata dedicata alle gite fuori porta, ai picnic in famiglia, in un tripudio di lasagne e fettine panate o di grigliate pantagrueliche, ma quest’anno la stragrande maggioranza degli italiani ha dovuto accontentarsi di una gita “dentro porta” e con la porta rigorosamente chiusa.

Al massimo, visto il tepore della giornata, chi ha un balcone o un giardino il picnic lo ha fatto lì, un po’ sotto tono e senza una gran voglia di festeggiare.

Lo scorso anno, in una giornata soleggiata tutto sommato come questa, ero a Milano e passeggiavo tra i fiori del mercatino tradizionale.

Come mi sembra lontana quella giornata luminosa, come mi sembra lontana quella vita serena, quella gioiosa tranquillità, come è mutata la mia vita e che peso mi grava sull’anima!

So che, prima o poi, tutto questo passerà, so che ricorderemo questi giorni come uno di quei periodi della vita che lasciano un segno indelebile e forse tutto tornerà come prima, ma dovrà passare molto tempo.

Milano - Mercato di Sant'Angelo

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Sulle montagne russe.

In questi giorni mi sento come sulle montagne russe perché alterno momenti sereni, in cui prevale l’accettazione di questa situazione così inaccettabile, a momenti di scoramento e di tristezza per questo male che sembra non avere fine.

Quando sono giù mi sforzo di fare finta di niente, di ripetermi che “andrà tutto bene”, ma in fondo non ci credo molto.

E allora mi dico che è inutile e forse dannoso cercare di addomesticare i nostri sentimenti.

Perché dovrei nascondere la rabbia per questa clausura forzata, perché nascondere le lacrime che, a tradimento, mi inumidiscono gli occhi, perché dovrei provare vergogna per le piccole gioie o per le ore oziose che scorrono così, come acqua su un sasso, ore in cui avrei tanto da fare, ma non faccio niente perché stare seduta a non far niente mi rasserena?

In questi momenti penso che essere un po’ “egoisti” faccia bene, credo che ci faccia bene prenderci cura di noi, cercare un equilibrio.

Poi, quando usciremo da queste mura che ci proteggono e ci limitano, verrà il tempo in cui rimboccarsi le maniche e darci da fare.

Cavenago di Brianza - Dal balcone

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Il tempo silenzioso dell’attesa.

Il Sabato Santo è un giorno di silenzioso ripensamento, ma quest’anno il silenzio fa quasi male.

Per strada vedo pochissime persone, passa qualche auto, ma c’è una grande quiete, una quiete che aiuta a pensare e, per chi crede, a pregare.

E come non pensare alle tante vite spezzate da questa epidemia, come non pensare a chi sta lottando in casa, in un letto d’ospedale, in una terapia intensiva contro una malattia subdola che obbliga a combattere in solitudine?

Il mio pensiero va anche ai molti che sono in pena per un loro caro ammalato, a chi trascorrerà questa Pasqua da solo, alla mia mamma e a tutti gli ospiti della RSA dove vive che non avranno il conforto di un abbraccio, di un bacio, di una carezza.

E poi penso a tutti coloro che stanno lavorando, ai volontari che con generosità si adoperano per permetterci di vivere una vita “normale” in questa incredibile anormalità.

So che questa sera, quando si scioglieranno le campane che annunciano la Resurrezione, i miei occhi si riempiranno di lacrime.

Cavenago di Brianza - Pasqua 2018

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Tutto in uno sguardo

Lo sguardo di Maria, scolpito nel marmo sofferto della Pietà Rondanini, parla più di mille parole e, soprattutto in questi momenti difficili, sembra accarezzare l’anima.

In quello sguardo c’è il dolore, certamente, ma c’è anche un’infinita dolcezza, c’è empatia, c’è condivisione.

Penso che oggi abbiamo bisogno proprio di questo, di uno sguardo che non sa nascondere il dolore, ma che riesce ad esprimere anche la vicinanza, la comprensione.

Ho visto questi occhi, con questi sentimenti, nei volti dei medici e degli infermieri, volti coperti da una mascherina, ma che mostrano, al di là della stanchezza e spesso della frustrazione, uno sguardo che parla e che esprime ciò che non si riesce ad esprimere a parole.

Milano - Castello Sforzesco - Pietà Rondanini

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La mia “fase due”

Dopo un mese abbondante di isolamento sono entrata ufficialmente nella mia personale “fase due” che non consiste, come si potrebbe credere, in un allentamento dell’attenzione, ma, al contrario, in una sorta di generale rallentamento della mia quotidianità.

Ormai la porta di casa è diventata un limite invalicabile, quasi avessi il braccialetto elettronico, non esco quasi più, neanche per gettare l’immondizia che, ormai, raccolgo accuratamente nei vari contenitori e porto in cortile una volta alla settimana (con l’eccezione del multipak che mi regala un’uscita straordinaria ogni quindici giorni): quando scendo porto con me la carta, il vetro, il sacchetto rosso e quelli dell’umido e così colgo la rara occasione di fare un giro in giardino e di godere del silenzio della notte e di ammirare la luna.

Mi sembra quasi di essere in vacanza.

Per il resto mi alzo abbastanza tardi, sbrigo qualche faccenda domestica, programmo pranzo e cena (con un’occhio ad evitare l’eccesso di calorie), passo un po’ di tempo sul balcone che, in questi giorni, è inondato di sole, mi sforzo di fare qualche esercizio fisico, guardo pochissimo i notiziari e penso, penso tantissimo.

La mia “fase due” non prevede nessun “liberi tutti”, ma è all’insegna della lentezza, del ripensamento, dell’attesa senza grandi illusioni, della memoria, della compassione, della condivisione.

Sto accettando abbastanza serenamente l’idea che il ritorno alla normalità (quale normalità?) sia ancora lontano e incerto, non mi attacco alle scadenze dei vari decreti, non mi lascio illudere da date che sono destinate ad essere procrastinate, ma aspetto, tranquillamente senza farmi prendere dall’ansia.

E, d’altra parte, non c’è altro da fare.

Cavenago di Brianza - Dal balcone

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La Settimana Santa.

Quest’anno, per la prima volta da che ho memoria, non parteciperò ai riti della Settimana Santa, non vivrò la celebrazione della “Missa in coena Domini” e il rito della lavanda dei piedi e venerdì non bacerò il crocefisso e sabato non siederò davanti allo “scurolo”, come facevo da bambina quanto mia madre mi accompagnava in chiesa per aiutarmi con delicatezza ad avvicinarmi al mistero della morte.

E la notte di Pasqua non sarà nella chiesetta tra le mie montagne dove al festoso scampanio si uniscono gioiosi i bambini con i campanacci e le pentole e i coperchi per liberare la gioia della Resurrezione.

Quest’anno non entrerò in chiesa, ma seguendo i riti della Settimana Santa in televisione avrò forse l’opportunità di vivere questa Pasqua strana in modo nuovo, ma non per questo meno pregnante e avrò l’opportunità di meditare su questi tempi difficili che stiamo attraversando.

In fondo la “lavanda dei piedi” è un gesto di abnegazione e di servizio come quelli che oggi medici e infermieri compiono quotidianamente.

In fondo la Passione del Venerdì Santo ci parla di una morte ingiusta e incomprensibile, ci racconta l’estrema solitudine.

In fondo il silenzio del sabato, in questi giorni, è simboleggiato dalle piazze vuote delle nostre città.

Quello che stiamo vivendo tutti noi, anche se lontani e divisi, ci fa forse comprendere più compiutamente il senso delle Passione.

Spero che le campane di Pasqua, che risuoneranno nelle città vuote la notte di sabato, siano per tutti noi un augurio di ritorno alla vita.

Padova - Giotto - Cappella degli Scrovegni

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Sentimenti di umana pietà.

Pietà per noi è un sentimento di compassione e misericordia, ma per gli antichi la “pietas” rappresentava devozione religiosa, amore per la patria e rispetto per i valori della famiglia.

In questo senso ho trovato nel discorso del nostro sindaco, ieri, una grande “pietas” perché nelle sue parole c’era l’amore per il nostro paese e per i cittadini, che è l’amore di chi ha la responsabilità del benessere di tutti e deve dare delle regole, magari anche severe, per il benessere di tutti.

Ma nelle sue parole c’era anche una pietà più alta, rivolta all’attenzione e alla cura anche dei nostri cari defunti che, in questi giorni, non possiamo visitare e che forse ci sembrano più soli e lontani.

La promessa di dare una sistemata al cimitero, rimuovendo i fiori ormai appassiti e curando il decoro delle sepolture richiama tutti noi ad un senso di umanità proprio perchè viene fatta in un momento in cui le priorità sono altre, più urgenti e pressanti.

Grazie per questa ennesima delicata attenzione.

Cavenago di Brianza - Croce

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Le abitudini.

Sembra impossibile, ma gli esseri umani (… e io ritengo di appartenere al genere) rivelano, soprattutto nelle situazioni di difficoltà un notevole spirito di adattamento così, dopo un’iniziale fase di sconcertata inquietudine, imparano nuovi comportamenti e nuove abitudini.

Dopo diverse settimane di isolamento (in casa mia abbiamo iniziato a limitare le uscite dall’ultima settimana di febbraio) ormai ci comportiamo come se fosse normale, come se la vita di prima fosse un ricordo lontano e non ci pesa neanche tanto.

Mio figlio esce ogni settimana per la spesa, mentre io rimando tutte le altre incombenze (farmacia, tabaccaio e poco d’altro) ad una uscita di venti minuti ogni due settimane.

Anche la mascherina e i guanti sono diventati un’abitudine e stanno lì, ben imbustati nella custodia di plastica) sulla mensola vicino alle chiavi.

Ogni giorno c’è il rituale del balcone dove associo alla cura dei fiori (ormai ricordano quelli del giardino di Villa d’Este) ad un po’ di moto all’aria aperta, certo gli spazi sono limitati, ma c’è il sole ed è comunque piacevole e ci passo tanto tempo che, ormai, la “mia” lucertola non scappa neanche più.

Ogni giorno c’è lo studio e la realizzazione di elaborate ricette, con un’occhio alla linea ed un po’ di attenzione a non eccedere con i grassi e i carboidrati.

Ogni giorno, nel pomeriggio, c’è il controllo della temperatura e della pressione e la compilazione del form della rilevazione dati sull’app. della protezione Civile.

Per il resto ci sono le faccende domestiche, la lettura, l’appuntamento con i dati del giorno della conferenza stampa delle diciotto, qualche film serale sulle varie piattaforme (da Netflix a Prime a Raiplay).

Alla sera tiro tardi, ma tanto, all’indomani, non ho appuntamenti, non devo andare da nessuna parte, devo solo prendermi cura di me stessa e della casa.

Mi sto affezionando alle mie abitudini e probabilmente la routine, lungi da rendermi inquieta o annoiata, mi permette di trascorrere il tempo, immemore del “prima” e senza farmi tante illusioni a proposito del “dopo”.

Cavenago di Brianza - Dal balcone

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Sognando Itaca.

Mi piacerebbe essere a Itaca, in questo momento, e non solo perché significherebbe stare in un splendido isolamento, circondato di bellezza, sospeso tra le mille sfumature di azzurro del mare e le mille sfumature di azzurro del cielo, ma anche perché Itaca è un simbolo potente.

Itaca è il simbolo dell’approdo dopo un viaggio travagliato e difficile, un viaggio segnato dal dolore della perdita, dalla tentazione della disperazione, un viaggio che sembra non aver mai fine.

Per me Itaca è un po’ questo, una meta lontana, un traguardo che sembra perdersi nelle brume, la patria quasi irraggiungibile, ma verso la quale si tende con tutte le risorse della mente e del corpo.

Oggi tutti noi siamo un po’ sulla nave di Ulisse, navighiamo su un mare tempestoso, la rotta non è sicura e possiamo contare solo su pochi remi e una piccola vela, ma conosciamo la meta e cerchiamo di raggiungerla con tutte le forze.

Exogi - Itaca (Grecia)

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