C’era una volta il gelso.

Le campagne attorno al mio paese una volta erano costellate di gelsi, ce n’erano diverse centinaia ed erano curati e custoditi con particolare attenzione (ricordate “L’albero degli zoccoli” di Olmi?), perché il gelso era fonte, se non di ricchezza, almeno di tranquillità economica in attesa della mietitura.

Tutte le famiglie del paese, in questo angolo di Brianza, allevavano in casa i bachi da seta: verso la fine di aprile i “semi”, che erano stati prenotati con largo anticipo, venivano acquistati in un paese vicino, insieme alla carta blu che serviva per coprire i tavolati, poi, dopo una decina di giorni di incubazione (spesso erano le donne che tenevano il sacchettino delle larve al caldo tra i seni, o sotto il materasso), si cominciava l’allevamento vero e proprio.

Le cucine e le camere da letto si svuotavano dei pochi mobili per far posto ai tavolati sui quali i piccoli bachi vivevano, al caldo, alternando periodi di forsennata nutrizione a periodi di letargo, poiché gli animaletti si cibavano abbondantemente di foglie di gelso tagliate sottili, era compito dei ragazzini raccogliere le foglie e farle asciugare all’aria aperta, al riparo dalle piogge primaverili.

La cura dei bachi teneva impegnata tutta la famiglia, ma era soprattutto la “regiura” (la donna più anziana della casa) che si arrampicava sui tavolati per spargere le foglie, pulire la carta, controllare lo stato di salute degli animaletti ed eliminare quelli morti e alla fine, quando le larve salivano al “bosco”, cioè lungo i rametti secchi, che erano stati predisposti sui tavolati, e cominciavano a filare la preziosa seta, per costruire il bozzolo, si tirava un sospiro di sollievo.

Naturalmente bisognava sorvegliare i bozzoli per raccoglierli poco prima che si schiudessero, poi si poteva portarli alla filanda del paese vicino ed incassare il magro compenso che permetteva alla famiglia di integrare il bilancio familiare.

Nel paese c’era anche un rinomato opificio che produceva damaschi e lampassi soprattutto destinati all’arredamento, si trattava di tessuti pregiati, non certo destinati alle povere dimore contadine, ma esportati in tutto il mondo per abbellire palazzi celebri per ricchezza e potere e un riverbero della fama di quelle stoffe si può cogliere ancora nei racconti delle tessitrici che ne parlano con la fierezza tipica di chi sa di aver fatto bene il proprio lavoro.

Moltissime donne lavoravano ai telai ed è ancora viva la memoria, venata d’orgoglio, di quando le maestranze furono invitate alla Scala per vederne il restauro, dopo la fine della guerra, ed ebbero la soddisfazione di ammirare i damaschi, prodotti dalle loro mani, sui muri del famoso teatro.

Si trattava di un’economia povera, quella delle famiglie contadine, che sosteneva una vita dura, piena di sacrifici e rinunce, ma sfiorata dalla bellezza della preziosissima seta, che le mani delle contadine-operaie tessevano con paziente maestria.

bozzoli

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Sono una ultrasessantenne, milanese, ex insegnante di lettere ora felicemente in pensione, mamma e casalinga a tempo perso. Amo la lettura, la fotografia. la montagna, il cinema, la buona cucina e viaggiare, soprattutto nella vecchia Europa. Sono curiosa, abbastanza anticonformista, mi piace osservare la realtà e farmi un'idea su tutto ciò che mi circonda. Se vuoi contattarmi scrivi a: sciurapina@gmail.com
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7 risposte a C’era una volta il gelso.

  1. Laura scrive:

    La scomparsa dei gelsi è la scomparsa di un mondo.
    E sancisce la nostra lontananza da esso.

  2. Mariko scrive:

    Ma che bello questo racconto di altri tempi….

  3. erika scrive:

    splendido spaccato di storia di un mondo antico, perso per strada.
    Nel lasciar spazio al cosiddetto progresso, credo che un pò stiamo regredendo. Prima la vita era scandita da rituali. per ogni stagione c’era un frutto od ortaggio.
    il progresso ha sostituito la lentezza con velocità. Non abbiamo neppure il tempo di fermarci per guardare quello che lasciamo dietro. che non sempre è da scordare.

    ciao

  4. Gisella scrive:

    Che lavoro… Mi ricorda un po’ i racconti di mia nonna…

  5. sara scrive:

    stavo navigando per cercare di capire come fosse fatto un gelso e il suo seme. Mi sono imbattuta in questo bel racconto. Vorrei utilizzarne uno spaccato per “un’opera” che sto preparando.
    Cosa ne pensa l’autrice?

    grazie

  6. Pingback: Sciura Pina » Blog Archive » Una fede semplice.

  7. Mamma Orsa scrive:

    L’ultimo gelso che ancora c’era nel mio paese d’origine è stato buttato giù qualche anno fa per costruire un palazzone ributtante.

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