Turismo becero.

Siamo in pieno periodo di partenze, orde di turisti si avventurano, con tutti i mezzi di trasporto a disposizione, verso mete più o meno esotiche in un clima da “liberi tutti” che ogni anno balza agli onori (o disonori) delle cronache.

Oggi, per esempio, gira sul web il filmato di alcuni “turisti” che si lanciano in Canal Grande dal Ponte di Calatrava (tra l’altro rischiando di fare un “frontale” con un vaporetto), ma è solo uno dei tanti episodi di inciviltà che chi visita una città d’arte, o percorre una vallata alpina, o prende il sole in spiaggia ha, purtroppo, l’occasione di osservare ogni giorno.

Fontane di marmo confuse con un catino per il pediluvio, scalinate imponenti dove bivaccare (lasciando logicamente immondizie sparse in un raggio di mezzo chilometro), grigliate improvvisate in un bosco reso arido dalla siccità,  resti di picnic sepolti sotto la sabbia, e poi grida, schiamazzi, telefonate condivise con tutti gli astanti e tanti altri comportamenti insopportabili affliggono le vacanze di tutti.

Dovremmo sempre ricordare che la riva del mare, la vallata alpina, la città d’arte, il monumento antico sono luoghi dove siamo solo ospiti, e come ospiti dovremmo avvicinarci in punta di piedi, con rispetto per ciò che ci circonda e per chi ci abita, magari con il desiderio di conoscere e di capire qualcosa di nuovo.

Ma forse sono solo una illusa.

Venezia - Carnevale

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Venticinque anni fa.

In quel mese di luglio del 1992 mio padre stava giungendo dolorosamente alla fine della sua vita, sarebbe morto solo un mese dopo, e noi l’avevamo trasportato nella casa in montagna perché i suoi occhi, attraverso la finestra spalancata, potessero continuare a seguire il profilo delle vette, perché l’aria leggera dei monti aiutasse il suo respiro e alleviasse la sua fatica di vivere.

Stavamo molto in casa, alternandoci al suo capezzale, perché il periodo di vacanza aveva riunito tuta la famiglia e ci concedeva di trascorrere insieme quelle ore rare e preziose che, anche se non ce lo dicevamo, sapevamo che sarebbero state le ultime.

Passavamo del tempo insieme senza gli assilli del lavoro e della scuola nel clima dilatato e quieto delle vacanze.

E proprio in quel clima sereno, di una sonnolenta domenica,  giunse come un’esplosione la notizia della strage di via D’Amelio e io vidi negli occhi di mio padre un dolore nuovo, muto, quasi rassegnato, vidi un’angoscia che superava quella della malattia e della paura della morte.

Non potrò mai perdonare chi diede a mio padre un nuovo dolore.

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Le cose invisibili.

Attraversiamo ogni giorno vie e piazze, quelle del luogo dove viviamo, che conosciamo da sempre e che pensiamo non abbiano segreti: gli edifici, gli alberi, gli spazi ci sono familiari, ci raccontano una quotidianità tranquilla nella quale siamo abituati a muoverci senza sorprese, senza stupori.

Non ci rendiamo conto, e non solo per disattenzione, di tanti minuscoli particolari che sfuggono ai nostri occhi perché troppo piccoli, perché fuori dal nostro campo visivo.

Eppure anche quei trascurabili dettagli raccontano storie e tradizioni, testimoni silenziosi di un passato che ha costruito la nostra comunità, tessere invisibili di un mosaico di cui facciamo parte.

Succede così che, grazie allo zoom potentissimo della nuova fotocamera, alcuni particolari degli edifici che conosco da sempre diventino evidenti  e destino stupore e curiosità.

Curiosità per quella mezzaluna un po’ enigmatica raffigurata sulla banderuola del campanile o per l’angioletto messo lì a custodire la campana centrale.

Mi piacerebbe conoscere la storia di questi simboli posti lassù, in alto, fuori dallo sguardo, mi piacerebbe capire se hanno uno scopo meramente ornamentale o un significato recondito che (per ora) mi sfugge.

Cavenago di Brianza (Prove)

Cavenago di Brianza (Prove)

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Quattro passi sui tetti.

E’ strano camminare sopra i tetti della Galleria, si ha quasi l’impressione di stare dietro le quinte di un teatro: laggiù c’è la Piazza, con i suoi marmi, con la mole del Duomo, con la gente che cammina frettolosa e i turisti in coda per entrare nella cattedrale, dal tetto, invece, si vedono le strutture architettoniche, le controfacciate, come se si trattasse di una enorme complessa macchina scenica.

Tutto intorno si stendono tetti di tegole rosse, irti di antenne e di parabole satellitari, e in fondo spuntano i grattacieli che disegnano il nuovo profilo della città e dietro, all’orizzonte, le Prealpi sembrano emergere dalla foschia.

La cupola in vetro e metallo, che si ispira ai disegni del Crystal Palace di New York (l’edificio progettato per l’esposizione del 1853 a sua volta ispirato al Crystal Palace di Londra edificato per l’esposizione di due anni prima) è elegantissima ed è un vero peccato che si debba salire sui tetti per poter apprezzare la sua bellezza.

Oggi i tetti della Galleria sono diventati un luogo che, oltre alle visite dei turisti, ospita eventi teatrali, spettacoli cinematografici e persino spazi per la colazione con vezzosi cestini da picnic.

E’ bello scoprire che Milano offre ai suoi cittadini e ai visitatori che arrivano da tutto il mondo opportunità sempre nuove di conoscenza e di svago.

(Per informazioni sulle visite e gli eventi è possibile consultare il sito.)

Milano - Tetto della Galleria

Milano - Tetto della Galleria

Milano - Tetto della Galleria

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Passata è la tempesta.

“… Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso….”

Così cantava il Leopardi per raccontarci una situazione che l’uomo conosce bene: la serenità che ci riempie il cuore dopo un grande dolore, dopo un grande timore, è un’illusione di felicità, è un sollievo momentaneo, è il “piacer figlio d’affanno”.

La scorsa notte c’è stata la tempesta, preceduta da una grandinata violenta e improvvisa, che ha rovesciato sulle nostre notti boccheggianti  ed afose raffiche di vento e scrosci di pioggia, ma alla mattina non si sentivano molti “augelli far festa”, anzi il cielo era vuoto come se tutti gli uccelli si fossero rintanati nei loro nidi per lisciarsi le piume arruffate e riprendersi dallo spavento.

Poi, nel primo pomeriggio, sono comparse per prime le gazze, spavalde ed un po’ arroganti, quasi decise a dimostrare che il nubifragio non le aveva spaventate più che tanto.

Alla fine sono ricomparsi tutti gli uccelli e hanno riempito il cielo estivo dei loro canti: la tempesta è proprio passata.

Cavenago di Brianza (Prove)

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Le mura venete.

La città di Bergamo, dall’eleganza e bellezza talora ingiustamente sottovalutate, ha ottenuto pochi giorni fa un meritato riconoscimento da parte dell’Unesco che ha iscritto le “Mura Venete”, che circondano la città alta, nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità.

L’imponente costruzione, che risale al XVI ed è praticamente intatta visto che, nei secoli, non ha subito le ingiurie di eventi bellici rilevanti, fu voluta dai Veneziani per proteggere la città che, tra il Ducato di Milano e il collegamento, attraverso la Valbrembana, con il Canton Grigioni rivestiva un ruolo strategico di grande importanza.

Le mura hanno uno sviluppo di circa sei chilometri e sono ben visibili dalla pianura, come è ben visibile, quasi a testimoniare la ricchezza e la potenza della città, la “Porta Bella” (in realtà Porta di San Giacomo) che il viaggiatore che proviene da Milano può scorgere, bianchissima ed imponente, anche da lontano.

Sono felice per questo giusto riconoscimento che spero dia maggiore visibilità a Bergamo, una città veramente stupenda e vivibile.

Bergamo

Bergamo

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Piccoli mimetismi.

Una piccola farfalla notturna si è posata sul muro del mio balcone, forse ha deciso di trascorrere lì la giornata per ripigliarsi dalla stanchezza delle scorribande notturne intorno ai lampioni del giardino.

Ha scelto proprio bene: una parete grigiastra è un po’ anonima dove mimetizzarsi per sfuggire al rischio di fare brutti incontri.

La scorgo quasi per caso, adagiata tono su tono sul muro, anche lei è grigiastra, ma è bellissima anche se apparentemente scialba e un po’ anonima, mi basta osservarla per un po’ per scoprire eleganti simmetrie sulle sue ali lievi.

Guarda dove va a nascondersi ogni tanto la bellezza!

Mimetismo

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Mi sento un po’ in colpa.

Di solito mi sforzo di stare un po’ attenta a quello che mangio, mi sento virtuosa quando opto per un’insalata, limito i carboidrati (e anche gli “idrocarburi” come affermava convinta una signora al bar) e tengo sotto controllo grassi e zuccheri, non ho particolari manie salutistiche, ma in genere non mi piace mangiare “pesante” soprattutto quando fa caldo.

E poi mi succede di passare qualche giorno in montagna e allora è possibile che mi lasci tentare da un negozio che, ai miei occhi, è una specie di antro delle meraviglie: gli scaffali, infatti, sono ingombri di formaggi di tutti i tipi, di latte vaccino, di pecora e di capra, dalle stagionature più diversi, formaggi ti pasta cruda e cotta, delicatissimi e freschi o profumati e consistenti.

Sono formaggi che provengono quasi tutti dagli alpeggi in quota, alpeggi che spesso mi è capitato di visitare e di apprezzare per la cura nell’allevamento degli animali che pascolano in assoluta libertà lungo i pendii erbosi.

Sono sempre un po’ indecisa nella scelta e le commesse, sempre gentilissime, mi allungano un assaggio sulla lama del coltello e così mi ritrovo ad acquistare più formaggi di quello che dovrei.

La conseguenza è sempre un vago senso di colpa che mi accompagna fino a casa… poi mi siedo a tavola e passa tutto.

Val Biandino 2010

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All’ombra non c’è il sole.

Nel mese di luglio la popolazione del paese, qui tra le mie montagne, è composta prevalentemente di giovani mamme, bambini di età variabile, ma soprattutto nonni e nonne impegnati nella più ambita delle incombenze, quella di prendersi cura dei nipotini, e così può capitare di ascoltare, involontariamente, tenerissime spiegazioni di ottica e di termodinamica.

Oggi una nonna cercava di far capire al nipotino che all’ombra la temperatura è più bassa perchè “non c’è il sole”, ma il piccolo non sembrava troppo convinto e insisteva a giocare sotto un grande albero frondoso.

Mi fanno tenerezza i nonni in difficoltà come quelli che, in compagnia di ragazzini un po’ più grandicelli, cercano di distoglierli dallo smartphone senza riuscire ad attirare la loro attenzione.

La vacanza è un momento particolare in cui tra nonni e nipoti si possono stringere rapporti più saldi che non durante il resto dell’anno, quando i ragazzini sono impegnati tra scuola, sport e corsi vari, e sono momenti preziosi perchè i nonni possono dedicare tempo e affetto e esperienza e racconti e ricordi

Mezzacca

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Ti sarebbe piaciuto.

Abbiamo sempre viaggiato insieme, da quando eravamo ragazzi e giravamo l’Europa con una tenda a quando, diventati genitori (non sempre responsabili) abbiamo continuato le nostre scorribande con un pargolo curioso (proprio come noi) al seguito, abbiamo condiviso scoperte, emozioni, sogni, conoscenze e mete.

Per noi il viaggio cominciava molto prima della partenza quando, armati di guide e cartine, studiavamo i nostri itinerari e cercavamo di riempire i pochi giorni che avevamo a disposizione (visto il budget sempre limitato) con tutto ciò che ci sarebbe piaciuto vedere.

E poi partivamo, per una meta lontana o vicina, sempre con gli occhi spalancati per lo stupore, sempre con i sensi pronti a percepire suoni e colori e profumi, sempre con la mente aperta per capire.

Oggi viaggio da sola, magari con un gruppo, ma senza di te, e quando mi incanto davanti ad un mare turchese, alla viuzza di una medina, agli arabeschi di una moschea mi sembra di averti accanto perchè so che ti sarebbe piaciuto, e tanto, condividere l’incantamento con me.

Marocco -  Rabat

Istanbul

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